Gay & Bisex
Marco and Alvin 3
09.09.2026 |
774 |
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"Alvin gli tenne i capelli e gli parlò piano mentre veniva: «Ingoia… bravo… tutto..."
Quella notte, dopo i fuochi, tornarono a casa in silenzio.La nonna e lo zio dormivano già. La casa era quieta, piena solo del ticchettio dell’orologio in salotto e del canto lontano delle cicale.
Nella stanza, senza dire una parola, Alvin spostò i due lettini uno contro l’altro. Il legno scricchiolò. Le coperte si mescolarono. Marco lo guardò fare, il cuore che gli batteva troppo forte. Quando Alvin si voltò e lo chiamò con un cenno del capo, Marco andò da lui come se non potesse fare altrimenti.
Si spogliarono piano. Non c’era più la fretta della prima volta, né la rabbia della scopata sotto i fuochi. C’era qualcos’altro. Qualcosa di più lento, di più pericoloso.
Alvin lo stese sul letto unito e lo coprì con il proprio corpo. La pelle di Marco bruciava sotto ogni tocco. Ogni volta che le mani grandi di Alvin gli passavano sulla schiena, sui fianchi, sulle cosce, Marco sentiva il sangue salire in superficie. Quando Alvin gli baciò il collo, Marco emise un suono piccolo, quasi un pianto. Quando Alvin gli entrò dentro, lento e profondo, Marco chiuse gli occhi e si arrese completamente.
Fecero l’amore.
Non solo si scoparono. Si guardarono. Si tennero. Alvin gli parlava all’orecchio, a voce bassa, dicendogli cose che Marco non aveva mai sentito da nessuno: quanto era bello, quanto lo voleva, quanto gli piaceva sentirlo stringersi intorno a lui. Marco rispondeva solo con il corpo, con le mani che gli affondavano nei capelli biondi, con le gambe che gli si chiudevano intorno alla schiena.
Quando vennero, quasi insieme, Marco nascose il viso contro il collo di Alvin e restò lì, tremante, mentre il liquido caldo gli scorreva dentro.
Dopo, stretti l’uno all’altro, Marco parlò per la prima volta di quello che sentiva.
«Non voglio che tu te ne vada.»
Alvin non rispose subito. Gli accarezzò i capelli neri, le dita lente.
«Lo so», disse alla fine. «Lo so.»
Da quel momento Marco fu cotto. Innamorato. Perso.
Ogni mattina si svegliava già cercandolo. Ogni sera andava a letto già temendo il giorno in cui il letto sarebbe tornato singolo. Il piacere e la malinconia camminavano insieme, come due ombre appiccicate.
I giorni che seguirono furono una fuga continua.
Un pomeriggio, mentre la nonna dormiva e lo zio era in paese, Alvin lo trascinò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Accese solo la luce debole sopra lo specchio. Marco venne spinto contro il lavandino. Alvin gli abbassò i pantaloni, gli mise due dita in bocca e poi le spinse dentro di lui mentre lo guardava allo specchio. Marco doveva tenersi al bordo del lavabo per non cadere. Ogni spinta faceva tremare lo specchio. Quando Alvin lo scopò di peso, tenendolo sollevato, Marco vide il proprio viso riflesso: occhi socchiusi, bocca aperta, completamente preso. Venne senza che nessuno gli toccasse il cazzo, solo dalla pressione interna e dallo sguardo di Alvin nello specchio.
Un altro giorno andarono a prendere il pane al forno del paese. Tornando, Alvin svoltò in una stradina di campagna tra gli ulivi. Fermò la macchina sotto un albero. Nel sedile del passeggero, con i finestrini abbassati e l’odore di erba secca che entrava, Marco si chinò e gli succhiò il cazzo fino a farlo venire in gola. Alvin gli tenne i capelli e gli parlò piano mentre veniva: «Ingoia… bravo… tutto.» Poi lo fece salire sulle sue gambe e lo scopò lì, nel sedile, lento e profondo, mentre fuori passavano solo le cicale e qualche macchina lontana.
Una sera, dopo cena, uscirono a fare una passeggiata. La luna era piena. Alvin lo portò fino a un piccolo muretto a secco che guardava il mare. Lì, in piedi, con i pantaloni a metà coscia, Alvin lo preparò con le dita e poi lo prese da dietro, una mano sulla bocca di Marco per non farlo gemere troppo forte. Il mare sotto di loro batteva contro gli scogli. Ogni spinta faceva oscillare i fianchi di Marco. Quando Alvin venne dentro di lui, Marco sentì il liquido caldo scendergli lungo la coscia mentre ancora teneva gli occhi chiusi, il respiro caldo contro il palmo di Alvin.
Un pomeriggio di caldo afoso si chiusero in soffitta, tra le valigie e i vecchi mobili della nonna. L’aria era ferma, piena di polvere e di legno antico. Alvin lo stese su un materasso vecchio e lo scopò a lungo, lentamente, quasi con tenerezza, mentre fuori il sole picchiava sul tetto di tegole. Marco piangeva e godeva allo stesso tempo. Le lacrime gli scendevano sulle tempie e Alvin le gli leccava via, sussurrandogli: «Sono ancora qui. Sono ancora qui.»
Arrivò l’ultimo giorno.
La valigia di Alvin era già chiusa vicino alla porta. Lo zio caricava la macchina. La nonna preparava il caffè. Marco stava in camera, seduto sul letto unito che presto sarebbe tornato a essere due letti separati.
Alvin entrò e chiuse la porta.
Si guardarono. Non c’era più tempo per le parole lunghe.
Si spogliarono in silenzio. Alvin lo stese di nuovo sul letto e gli entrò dentro con una lentezza quasi dolorosa. Questa volta non ci fu urgenza. Solo il bisogno di restare uniti il più a lungo possibile. Marco lo stringeva con le braccia e con le gambe, come se potesse trattenerlo con la sola forza del corpo. Ogni spinta era un addio. Ogni gemito era un non voglio.
Quando Alvin venne dentro di lui, Marco lo seguì quasi subito, il viso nascosto contro il collo caldo dell’altro. Restarono così, ancora uniti, respirando insieme.
«Scrivimi», sussurrò Marco.
Alvin gli baciò la fronte, le labbra, il collo.
«Lo farò.»
Poi si vestirono.
Scortarono Alvin e lo zio fino alla macchina. Marco restò sul gradino della casa della nonna, a piedi nudi, mentre l’auto si allontanava lungo la strada di terra battuta. La polvere si alzò. Il sole picchiava. Le cicale cantavano come se niente fosse cambiato.
Marco restò a guardare finché la macchina non sparì dietro la curva.
Poi tornò in camera, si sdraiò sul letto ancora disfatto, e chiuse gli occhi.
L’odore di Alvin era ancora sulle lenzuola.
Il sapore di Alvin era ancora sulla lingua.
E il vuoto che Alvin gli aveva lasciato dentro era già diventato qualcosa di permanente.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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