Gay & Bisex
Marco and Alvin 10
09.09.2026 |
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"Ogni tanto Alvin gli dava uno schiaffo leggero su una natica e diceva: «Più in fondo..."
Il mattino dopo la luce grigia dell’inverno filtrava dalle tende socchiuse.Marco si svegliò per primo. Il corpo gli doleva in modo dolce e profondo: le cosce, la schiena, soprattutto il buco, ancora sensibile e leggermente aperto. Tra le lenzuola c’era odore di sesso, di pelle e di due uomini diversi. Alvin dormiva contro di lui, un braccio pesante gettato sul suo petto, il respiro caldo sulla spalla. Dall’altra parte del letto, semi-scoperto, c’era Eddy: disteso sulla pancia, una gamba piegata, la schiena larga e scura che saliva e scendeva lentamente.
Marco restò fermo a guardarli. Il cuore gli batteva calmo, pieno. Non c’era rimorso. Solo una strana, quieta meraviglia.
Alvin si svegliò poco dopo. Aprì gli occhi, lo fissò un secondo e poi lo baciò sulla fronte, lento.
«Come stai?», gli chiese a voce bassa, per non svegliare Eddy.
Marco sorrise, un po’ stanco, un po’ sazio. «Sto bene. Molto bene.»
Alvin gli accarezzò i capelli. «Non ti ho perso, vero?»
«No», rispose Marco subito. «Mi hai solo… allargato.»
Alvin rise piano contro il suo collo. Eddy si mosse, grugnì qualcosa e si girò verso di loro, gli occhi ancora socchiusi. Quando vide i due attorcigliati, sorrise di quel sorriso lento e soddisfatto.
«Mattinata di tenerezza?», chiese con la voce roca di chi ha appena aperto gli occhi. «Posso restare o mi cacciate?»
Alvin alzò un sopracciglio, ma non disse di no. Eddy si avvicinò e gli posò una mano grande sulla coscia di Marco, accarezzandola senza fretta. Marco sentì di nuovo quel calore familiare salire. Il cazzo gli diede un leggero tuffo sotto le coperte.
Non scoparono quella mattina. Si limitarono a restare a letto ancora un’ora, corpi caldi intrecciati, baci lenti, mani che esploravano senza ancora spingere. Poi Eddy si alzò, si vestì e uscì con un «ci vediamo più tardi», lasciando ad Alvin e Marco lo spazio per restare soli.
Appena la porta si chiuse, Alvin lo prese di nuovo. Questa volta fu lento, quasi rituale. Lo guardò negli occhi tutto il tempo mentre gli entrava dentro, come a reclamare qualcosa. Marco lo strinse forte e venne con un gemito soffocato, pieno del sapore della notte prima e di quello di Alvin che tornava a essere il centro.
Nelle settimane successive la dinamica cambiò senza mai spezzarsi.
Marco scoprì di avere fame. Fame specifica. Non bastava più solo Alvin, anche se Alvin restava il primo pensiero, il primo bisogno, il posto sicuro. Voleva di nuovo le mani grosse di Eddy, il cazzo più spesso, il modo diverso di spingere, la voce grave che gli parlava mentre lo scopava. E voleva Alvin lì, a guardarlo, a tenerlo, a riprenderselo dopo.
Successe di nuovo dieci giorni dopo.
Una sera, dopo una partita casalinga, i tre si ritrovarono in camera senza nemmeno doverne parlare. Questa volta fu più disinvolto, più affamato. Eddy lo prese per primo, di peso, tenendolo sollevato contro il muro mentre Alvin gli stava vicino e gli baciava la bocca. Marco veniva scopato e baciato allo stesso tempo, le braccia intorno al collo di Eddy, le gambe strette intorno alla vita massiccia. Quando Eddy lo posò sul letto e gli venne dentro, Alvin era già pronto a prenderne il posto. Lo scopò nel buco ancora pieno, lento e profondo, sussurrandogli all’orecchio: «Adesso sei di nuovo mio.»
Un altro pomeriggio, mentre il resto della casa era fuori, lo fecero in salotto. Marco a cavalcioni su Alvin, che lo guardava dal basso mentre lui saliva e scendeva sul suo cazzo. Eddy stava in piedi davanti a loro e Marco gli succhiava il cazzo con gusto, le labbra tese intorno allo spessore scuro. Ogni tanto Alvin gli dava uno schiaffo leggero su una natica e diceva: «Più in fondo.» Marco obbediva, prendendo Eddy più in gola mentre si faceva scopare.
Una notte lo fecero tutti e tre nello stesso letto senza nemmeno accendere la luce. Solo respiro, pelle, suoni umidi. Eddy dietro, Alvin davanti. Marco nel mezzo, pieno da entrambe le parti, le mani che cercavano i due corpi. Venne così, stretto tra loro, con un pianto di piacere che non riuscì a trattenere.
Tra una volta e l’altra, però, Alvin restava geloso in modo quieto e costante. Dopo ogni scena a tre lo teneva più stretto, lo scopava più a lungo, gli diceva cose basse e possessive mentre veniva dentro di lui. Marco lo lasciava fare. Ne aveva bisogno quanto dell’altra cosa.
Dicembre arrivò con la neve vera.
La confraternita si riempì di lucine messe male, di birra alla cannella e di qualcuno che insisteva a mettere canzoni di Natale a volume troppo alto. Fuori gli alberi erano bianchi. Dentro, l’aria sapeva di legno bagnato e di corpi caldi.
Marco cominciò a ricevere messaggi dalla nonna: «A Natale torni?», «Ti aspettiamo», «Almeno una telefonata». Lui rispondeva poco. Non sapeva come spiegare che ormai la sua casa era quella stanza al secondo piano, con due uomini che lo prendevano e lo tenevano in modi diversi.
Una sera, mentre fuori nevicava fitto, i tre erano di nuovo a letto. Questa volta più lenti, quasi pigri. Eddy gli leccava il collo da dietro mentre Alvin gli stava dentro, muovendosi con una dolcezza rara. Marco teneva gli occhi chiusi, le mani una sui capelli biondi di Alvin e una sul braccio scuro di Eddy.
«Natale tra due settimane», mormorò Alvin contro le sue labbra.
Marco aprì gli occhi. «Lo so.»
Eddy rise basso dietro di lui. «Restiamo qui tutti e tre? O Sicilia deve tornare dalla nonna a mangiare panettone?»
Marco non rispose subito. Sentiva il cazzo di Alvin pulsargli dentro, la mano di Eddy che gli accarezzava il fianco.
«Voglio restare», disse alla fine, la voce bassa. «Con voi.»
Alvin lo baciò, più a lungo. Eddy gli morse piano la spalla, soddisfatto.
Fuori la neve continuava a cadere.
Dentro, tra le coperte disfatte e i corpi caldi, Natale si stava già annunciando in un modo che Marco non aveva mai immaginato.
E la voglia di rifarlo — di essere preso da entrambi, di essere guardato, riempito, reclamato — non faceva che crescere, insieme al freddo e alle luci.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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