Gay & Bisex
Marco and Alvin 2
09.09.2026 |
1.256 |
4
"Lo scopava forte, profondo, le mani che gli stringevano i fianchi, il respiro caldo contro la nuca di Marco..."
Marco non riusciva più a stare lontano da lui.Bastava che Alvin entrasse in una stanza e il cuore di Marco iniziava a battere troppo forte, come se cercasse di uscire dal petto. Bastava che Alvin si togliesse la maglietta dopo la corsa e Marco sentiva la bocca seccarsi. Bastava che Alvin lo guardasse con quegli occhi verdi e Marco si sentiva già nudo, già aperto, già pronto.
Quella mattina, dopo la colazione, Alvin lo prese per un polso e lo trascinò verso la costa. Non parlarono. Camminarono tra i fichi d’India e i limoni, finché non arrivarono a un tratto di scogli nascosto, protetto da una piccola baia di pietra. Il sole era già alto. L’acqua scintillava. L’odore di salsedine e di alghe cotte dal calore riempiva l’aria.
Alvin si spogliò senza dire una parola. Si sedette su una roccia piatta, le gambe divaricate, il cazzo che già si gonfiava pesante tra le cosce. Marco si inginocchiò davanti a lui come se fosse la cosa più naturale del mondo. Prese quel fusto grosso con entrambe le mani e cominciò a pompare, lento, usando lo sputo che Alvin gli lasciava cadere sulle dita.
Alvin gemette basso. Poi si chinò in avanti, gli prese il mento e lo baciò. Un bacio umido, profondo, che sapeva di caffè e di sale. Quando si staccò, gli sussurrò contro le labbra:
«Oggi voglio di più.»
Lo fece girare. Marco si ritrovò a quattro zampe sulla roccia calda, il costumi tirato giù fino alle caviglie. L’aria marina gli toccò il sedere nudo. Sentì le mani grandi di Alvin aprirgli le natiche. Poi un dito grosso, umido di sputo, che premeva contro il buco stretto.
«Respira», disse Alvin. «Rilassati.»
Il dito entrò. Piano. Marco emise un suono acuto, mezzo dolore e mezzo qualcosa di nuovo. Alvin non si fermò. Fece scivolare il dito dentro fino alla base, lo girò, lo mosse con una lentezza quasi crudele. Poi aggiunse un secondo dito. Le dita di Alvin erano spesse, lunghe, callose dalle mani da rugby. Sapeva usarle. Trovò subito quel punto dentro Marco che fece tremare le cosce del ragazzo.
«Ecco…», mormorò Alvin. «Sentilo.»
Marco affondò la fronte contro il braccio. Il sole gli scottava la schiena. Le onde battevano sugli scogli. Le dita di Alvin andavano avanti e indietro, aperte a forbice, poi chiuse, poi di nuovo aperte, massaggiando quel punto con precisione. Ogni tanto Alvin si chinava e gli leccava il buco intorno alle dita, la lingua calda e piatta. Marco tremava. Il cazzo gli gocciolava sulla roccia.
Quando Alvin tirò fuori le dita, Marco si sentì vuoto in un modo che non aveva mai provato. Si voltò, gli occhi lucidi, le labbra aperte.
«Per favore…»
Alvin sorrise, gli occhi verdi quasi neri dal piacere. «Non oggi. Non ancora. Stasera c’è la festa. Aspetta.»
La festa patronale del paese arrivò come un’esplosione di suoni e di luci.
Processione, banda, frittelle, odore di zucchero bruciato e di salsiccia sulla griglia. Tutta la gente del paese scese in piazza. I fuochi d’artificio erano previsti per mezzanotte.
Marco e Alvin camminarono tra la folla. Ogni tanto le loro mani si sfioravano. Ogni tanto Alvin gli passava una mano sulla schiena, bassa, possessiva. Marco sentiva lo sguardo di Alvin su di sé come una mano calda. Non riusciva a pensare ad altro. Voleva quelle dita di nuovo. Voleva di più.
Verso le undici e mezza si allontanarono. Alvin lo prese per mano e lo trascinò via dalla piazza, su per un sentiero di terra battuta che saliva verso la collina dietro la chiesa. Lì, nascosti tra gli ulivi e i muri a secco, si sentiva ancora la musica lontana e le voci della folla. Il cielo era nero e pieno di stelle.
Alvin lo spinsò contro un muro di pietra. Lo baciò con una fame nuova. Le mani di Marco corsero sotto la maglietta di Alvin, toccando la pelle calda, i muscoli tesi. Alvin gli sbottonò i pantaloni, gli abbassò i boxer e gli mise due dita in bocca.
«Bagnale bene.»
Marco le succhiò, le leccò, le rese lucide. Poi Alvin lo fece girare, lo piegò in avanti contro il muro e quelle stesse dita entrarono di nuovo nel suo buco. Questa volta più profonde, più sicure. Marco gemette, la fronte contro la pietra ruvida. Le dita si muovevano, si aprivano, lo preparavano. Alvin gli parlava all’orecchio, la voce roca:
«Stasera te lo prendi tutto. Tutto quant’è. E lo prendi fino in fondo.»
Quando le dita uscirono, Marco sentì la cappella calda e grossa di Alvin premere contro di lui. Alvin sputò di nuovo, si lubrificò il cazzo con la mano e cominciò a spingere.
Entrò lento. Centimetro dopo centimetro. Marco sentì il bruciore, la pressione enorme, la sensazione di essere aperto come non aveva mai immaginato. Le lacrime gli vennero agli occhi. Alvin si fermò a metà, una mano sul fianco di Marco, l’altra che gli accarezzava i capelli neri.
«Respira. Lasciami entrare.»
Marco annuì, tremante. Alvin spinse ancora. Tutto. Fino alle palle. Il cazzo grosso e caldo riempì Marco completamente. Per un momento nessuno dei due si mosse. Solo il respiro. Solo il battito del sangue.
Poi Alvin cominciò a muoversi.
Lento all’inizio. Poi più forte. Il suono umido e carnale delle anche che battevano contro il sedere di Marco. Il gemito basso di Alvin. Il respiro rotto di Marco. Ogni spinta toccava quel punto dentro di lui e gli faceva vedere stelle.
In lontananza la banda suonava ancora. Poi, all’improvviso, il cielo esplose.
I fuochi d’artificio.
Luci rosse, verdi, dorate che si aprivano sopra di loro. Il boato arrivava un secondo dopo ogni scoppio. Alvin non si fermò. Anzi, accelerò. Lo scopava forte, profondo, le mani che gli stringevano i fianchi, il respiro caldo contro la nuca di Marco.
«Guarda», gli ordinò. «Guarda i fuochi mentre ti scopi.»
Marco alzò gli occhi. Il cielo si apriva in fiori di luce. Ogni scoppio sembrava coincidere con una spinta di Alvin. Il dolore si era trasformato in qualcosa di più grande, di più accecante. Marco si sentiva pieno, posseduto, portato via.
Alvin gli prese il cazzo con una mano e glielo strinse mentre continuava a scoparlo. «Vieni. Vieni con me.»
Marco venne per primo, un grido strozzato contro il braccio, il corpo che si contraeva intorno al cazzo di Alvin. Quello fu abbastanza. Alvin spinse fino in fondo, gemette grosso e venne dentro di lui: getti caldi, densi, che riempirono Marco mentre i fuochi d’artificio riempivano il cielo di luce bianca e oro.
Per un lungo momento restarono così, uniti, tremante, il respiro corto. I fuochi continuavano a scoppiare sopra le loro teste. L’odore di polvere da sparo si mescolava a quello del sesso e del mare lontano.
Alvin uscì piano. Marco sentì il liquido caldo scendergli lungo la coscia. Si voltò. Gli occhi di Alvin erano scuri, soddisfatti, quasi teneri.
«Sei mio», mormorò Alvin, e lo baciò di nuovo, lento, profondo, mentre l’ultimo fuoco d’artificio si spegneva nel cielo nero.
Marco, con le gambe ancora molli e il sapore di Alvin ancora in bocca, appoggiò la fronte contro la spalla larga dell’altro. Non c’erano più dubbi. Non c’era più ritorno.
Era stato preso. Completamente.
E sotto il cielo della Sicilia ancora pieno di fumo e di stelle, Marco sapeva che avrebbe continuato a farsi prendere, notte dopo notte, finché Alvin avesse voluto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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