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Gay & Bisex

Marco and Alvin 22


di MASQUARATE
10.09.2026    |    528    |    1 8.9
"Quando Alvin uscì, Marco restò a pecora sullo sgabello, tremante, il sedere alto, il buco che pulsava e lasciava scorrere via la sborra di cinque uomini..."
Alvin fu il primo a decidere.
Guardò i cazzi duri intorno a Marco, poi il ragazzo ancora in ginocchio, le labbra lucide, gli occhi già persi. Fece un cenno verso lo sgabello girevole vicino al bancone.
«Sali. A pecora. Sopra.»
Marco obbedì. Si alzò, le gambe un po’ tremanti, e si sistemò sullo sgabello, il petto appoggiato al piano del bancone, il sedere nudo e già leggermemente aperto rivolto verso la stanza. Lo sgabello girava con facilità. Alvin gli aprì le natiche con le mani e gli sputò sul buco, spargendo la saliva con due dita.
«A turno», disse a voce bassa, ma tutti lo sentirono. «Pochi colpi ciascuno. Poi si passa il successivo. Nessuno viene finché non l’ho detto.»
Eddy fu il primo.
Si posizionò dietro Marco, gli appoggiò la cappella scura contro il buco e entrò con una spinta lunga e fluida. Marco gemette, le dita strette sul bordo del bancone. Eddy gli diede sei, forse sette spinte profonde, il suono umido che riempiva la cucina, poi uscì e si scostò, il cazzo lucido e pulsante.
Subito dopo arrivò Josh. Entrò più in fretta, più secco. Quattro spinte, cinque, e già Alvin faceva segno. Josh uscì ansimante. Tyler prese il suo posto: cazzo più sottile ma duro come il ferro, ritmo veloce e corto. Anche lui pochi colpi, poi via.
Il latino — lo sguardo ancora intenso, quasi duro — si avvicinò per ultimo tra i nuovi. Si posizionò, si sputò sulla mano, si lubrificò appena e entrò. Era spesso, e Marco lo sentì allargarlo di nuovo. Il latino non parlò. Gli diede spinte lente e pesanti, contando forse fino a otto, mentre lo fissava di lato. Poi, al cenno di Alvin, uscì con un suono schioccante.
Alvin si prese il suo turno.
Si mise dietro Marco, gli accarezzò la schiena con una mano e con l’altra si guidò dentro. Entrò fino in fondo, un gemito basso che gli uscì dal petto. Era eccitato al massimo: il cazzo gli pulsava forte, le vene tese. Scopò Marco con spinte profonde e precise, più di quelle che aveva concesso agli altri, godendosi ogni centimetro. Marco stringeva il bancone e gemé il suo nome. Alvin gli diede una decina di colpi, poi uscì con fatica, il respiro corto.
Lo sgabello venne girato di pochi gradi ogni volta, così Marco restava sempre esposto, sempre pronto al successivo. Il giro ricominciò.
Eddy di nuovo. Poi Josh. Poi Tyler. Poi il latino. Poi Alvin.
Pochi colpi ciascuno. Il buco di Marco diventava sempre più scivoloso, più rosso, più aperto. La saliva e il precum lo rendevano lucido. Ogni entrata era più facile della precedente. Marco teneva gli occhi socchiusi, la bocca aperta, piccoli gemiti che uscivano a ogni spinta.
Alvin controllava tutto.
«Ancora un giro», ordinò a un certo punto, la voce roca. «Poi venite.»
L’ultimo passaggio fu più veloce, più affamato. Quando Eddy tornò dentro per la terza volta, Alvin annuì.
«Ora.»
Eddy spinse fino in fondo e venne con un gemito grosso, i getti caldi che riempirono Marco. Uscì subito. Josh entrò di slancio, diede tre spinte secche e sborrò anche lui, aggiungendo altro liquido. Tyler lo seguì quasi senza aspettare, venendo con un suono strozzato. Il latino si prese qualche secondo in più: entrò, scopò con forza per una decina di colpi e infine venne in profondità, le mani strette sui fianchi di Marco.
Restava Alvin.
Si mise dietro di lui, guardò il buco già pieno e colante, e ci entrò con una spinta lunga. Il miscuglio di sborra rese tutto più caldo, più scivoloso. Alvin lo scopò con ritmo deciso, le mani che gli tenevano le natiche aperte, gli occhi fissi su dove i loro corpi si univano. Marco, ormai al limite, venne a sua volta senza che nessuno gli toccasse il cazzo: il corpo gli si contrasse forte, un grido rotto gli uscì dalla gola, e mentre godeva sentì Alvin accelerare e venire dentro di lui con un gemito grave e lungo.
Quando Alvin uscì, Marco restò a pecora sullo sgabello, tremante, il sedere alto, il buco che pulsava e lasciava scorrere via la sborra di cinque uomini. Gli colava lungo le cosce, gli gocciolava sul pavimento della cucina. I cinque stavano intorno a lui, ancora duri o mezzo duri, ansimanti, a guardarlo.
Alvin gli accarezzò la schiena con una mano grande e possessiva.
«Bravo», mormorò. «Li hai presi tutti.»
Marco non riuscì a rispondere. Solo un suono piccolo, esausto e sazio, gli uscì dalla gola.
Fuori continuava a nevicare.
Dentro la cucina, tra odore di sesso e caffè ormai freddo, la mattina era diventata qualcosa di completamente diverso.
E Alvin, mentre guardava il suo ragazzo aperto e colante, sapeva già che quella scena se la sarebbe portata dietro a lungo.
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