Gay & Bisex
Gennarino 4
08.09.2026 |
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"Alcuni marinai furono uccisi sul posto, altri gettati a mare, altri ancora legati..."
Continua.Il capitano se ne accorse presto, e non gli piacque.
Non era più solo lustro quello che vedeva tra Gennarino e Kwame. C’era qualcosa di più lento, di più pericoloso. Il modo in cui il mozzo cercava lo sguardo del nero, il modo in cui Kwame lo toccava dopo averlo usato — una mano grande sulla schiena, un pollice che gli asciugava il sudore dalla tempia — non era lo stesso degli altri. Era possessivo. Quasi tenero, a modo suo.
Il capitano divenne più esigente. Lo chiamava ogni sera prima ancora che il sole fosse completamente calato. Lo teneva più a lungo. Gli parlava mentre lo inculava, con voce bassa e tagliente:
«Sei della nave. Sei mio. Il nero può usarti dopo… ma la prima sborra resta qui.»
Gennarino gemetteva sotto di lui, il culo pieno, ma gli occhi a volte sfuggivano verso la porta, come se già pensasse a Kwame.
Una sera, nella cambusa, due marinai lo avevano preso di mira.
Lo avevano bloccato contro il banco di legno, uno davanti e uno dietro. Il primo gli aveva riempito la bocca con un cazzo mediocre e salato, spingendogli la testa fino a fargli toccare le palle. Il secondo, più grosso, gli aveva aperto le chiappe e gli era entrato di forza, senza olio, solo con la sborra di un turno precedente ancora dentro. Gennarino gemetteva strozzato, le mani tenute dietro la schiena, il corpo scosso dalle spinte.
«Troia di bordo… senti come si lamenta.»
La porta si aprì di colpo.
Kwame entrò. Per un attimo restò fermo, gli occhi scuri che passavano dal culo di Gennarino aperto e pieno al marinaio che lo stava montando. Poi si mosse.
Non disse una parola. Afferrò il primo per la nuca e lo scaraventò contro i barili di acqua con una forza tale che il legno scricchiolò. Il secondo riuscì solo a tirare fuori il cazzo prima che il pugno di Kwame gli arrivasse in pieno volto. Il naso scoppiò. Un secondo colpo lo mandò a terra. Kwame lo prese per i capelli e lo sbatté ancora due volte contro il pavimento, finché l’uomo non smise di muoversi.
Il primo marinaio, barcollante, cercò di alzarsi. Kwame lo afferrò per la gola, lo sollevò quasi da terra e gli parlò a pochi centimetri dal volto, con voce bassa e gelida:
«Se lo toccate di nuovo senza che io sia d’accordo… vi spezzo le braccia. Entrambe.»
Li trascinò entrambi fino all’infermeria e li scaraventò ai piedi del dottore di bordo, uno con il naso rotto e l’altro quasi privo di sensi.
«Curateli», disse solo. Poi se ne andò, lasciando Gennarino ancora nudo e tremante nella cambusa, il culo che pulsava e il cuore che batteva troppo forte.
Il capitano non perdonò.
Due notti dopo, mentre Kwame dormiva nella stiva, quattro uomini armati di cime e di un pezzo di legno lo sorpresero. Lo legarono polsi e caviglie, gli misero un bavaglio e lo trascinarono sul ponte di poppa, dove il resto della ciurma lo aspettava.
Gennarino fu portato lì poco dopo, già nudo, le mani legate dietro la schiena. Quando vide Kwame immobilizzato, gli occhi scuri pieni di rabbia e di qualcosa di più oscuro, emise un suono strozzato, quasi un lamento.
Il capitano gli accarezzò i capelli con una falsa dolcezza.
«Guarda bene, nero. Stasera impari chi comanda su questa nave.»
Fece segno.
Uno dopo l’altro i marinai si fecero avanti. Il primo gli aprì le gambe e gli entrò di forza, spingendo fino in fondo mentre Gennarino gemetteva alto, lo sguardo fisso su Kwame. Il secondo gli riempì la bocca. Poi un terzo. Poi un quarto. Lo usarono a turno, a volte in due, a volte in tre. Gli riempirono il culo, la gola, gli sporcarono il viso e il petto. Gennarino gemetteva senza ritegno, suoni spezzati e umidi, ma ogni tanto i suoi occhi cercavano quelli di Kwame, come se cercasse perdono o forza.
Kwame non distolse mai lo sguardo. I muscoli delle braccia tendevano le corde fino a farle scricchiolare, ma non riusciva a liberarsi. Guardava ogni spinta, ogni gemito, ogni volta che lo sperma di un altro uomo colava dal culo di Gennarino.
Il capitano fu l’ultimo. Lo prese da dietro, lentamente, quasi con eleganza crudele, tenendolo per i fianchi e parlandogli all’orecchio mentre Kwame guardava:
«Vedi? È ancora mio. Sempre.»
Gennarino venne con un gemito lungo e rotto mentre il capitano si svuotava dentro di lui.
Fu in quel momento, mentre il ponte era ancora pieno di uomini nudi e di sborra, che si sentirono i primi colpi di cannone.
La Madonna del Rosario tremò. Un secondo colpo sfondò una parte del fianco. Urla. Fumo. Poi le corde dei grappini che si aggrappavano al bordo.
La ciurma dei pirati del famigerato Pirata CazzoNero era salita a bordo.
Erano tutti uomini di colore, grossi, rudi, muscolosi, con cicatrici e sguardi da chi non conosce pietà. Pelle nera lucida di sudore e di sangue, braccia spesse, cazzi che già si disegnavano pesanti sotto i pantaloni di tela sporca. Il loro capitano, CazzoNero in persona, era un colosso ancora più imponente di Kwame: torace enorme, spalle da orso, e tra le gambe un membro che giustificava il nome — lungo, spessissimo, scuro, con le vene in rilievo e la testa larga come un pugno.
In pochi minuti la ciurma mercantile fu sopraffatta. Alcuni marinai furono uccisi sul posto, altri gettati a mare, altri ancora legati. Quando CazzoNero arrivò sul ponte di poppa e vide la scena — Gennarino nudo, pieno di sborra, e Kwame ancora legato — rise con una voce bassa e tonante.
«Ma guarda che regalo ci hanno preparato…»
I suoi occhi scuri passarono da Gennarino a Kwame, poi di nuovo al mozzo. Un sorriso lento e pericoloso gli aprì le labbra carnose.
«Teneteli entrambi. Il muto e il nero. Li voglio nella mia cabina. Subito.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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