Gay & Bisex
Marco and Alvin 18
10.09.2026 |
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"Si addormentarono così, abbracciati stretto, nudi sotto le coperte, mentre fuori la città si svegliava piano e la luce grigia del mattino filtrava dalle tende..."
Tornarono a casa quando il cielo cominciava già a schiarire.La macchina era silenziosa. Alvin guidava con una mano sola, l’altra posata sulla coscia di Marco, le dita che ogni tanto stringevano piano. Marco stava rivolto verso il finestrino, il corpo ancora pesante, il buco sensibile a ogni piccola buca della strada. L’odore di sesso e di sudore altrui gli restava addosso come una seconda pelle. Eppure, sotto tutto quello, c’era una quiete strana.
Quando entrarono in confraternita, la casa dormiva. Salirono le scale senza parlare. In camera Alvin chiuse la porta, accese solo la lampada bassa sul comodino e si voltò verso di lui.
Marco era fermo in mezzo alla stanza, ancora con la felpa aperta e i jeans un po’ storti. Alvin gli si avvicinò, gli tolse i vestiti uno per uno con una lentezza quasi rituale, poi si spogliò a sua volta. Nudi, si guardarono.
«Come stai?», chiese Alvin a voce bassa.
Marco ci pensò un attimo. «Pieno», rispose alla fine, con un filo di voce. «Aperto. Stanco. Ma… bene. Stranamente bene.»
Alvin annuì. Lo prese per mano e lo portò sul letto. Si sdraiarono uno di fronte all’altro, le teste sullo stesso cuscino. Per un pezzo restarono in silenzio, solo le dita di Alvin che accarezzavano la schiena di Marco, su e giù, lente.
Poi Marco parlò.
«Sapevo che mi stavi guardando. Tutto il tempo. Ogni volta che qualcuno mi entrava, o mi metteva il cazzo in bocca, alzavo gli occhi e tu c’eri. E quello… mi teneva. Senza di te sarei andato in pezzi. O mi sarei perso. Invece sapevo che c’eri. E andava bene.»
Alvin lo fissò a lungo. Gli occhi verdi erano stanchi, ma morbidi.
«Anch’io», disse alla fine. «Pensavo che m’avrebbe fatto male vederti preso da tutti quei cazzi. Invece… mi eccitava. Perché sapevo che alla fine saresti tornato qui. Con me. E mentre ti guardavo, mentre mi toccavo, pensavo solo: è mio. Anche adesso. Anche così. Specialmente così.»
Marco sentì qualcosa stringergli la gola. Si avvicinò di più, la fronte contro quella di Alvin.
«Quindi… non ti ho perso.»
«No», rispose Alvin. «Mi hai solo fatto capire quanto ti voglio. Anche quando ti do ad altri. Specialmente allora.»
Si baciarono.
Non fu un bacio affamato. Fu lento, profondo, quasi riconoscente. Labbra che si cercavano senza fretta, respiri che si mescolavano. Quando si staccarono, Alvin gli accarezzò i capelli neri e gli sussurrò:
«Questa cosa… ci rinforza. Non ci spezza. A me basta sapere che alla fine sei qui. E a te basta sapere che io ci sono mentre ti succede.»
Marco annuì, gli occhi un po’ umidi. «Sì. Esatto.»
Alvin lo tirò contro di sé. Marco sistemò la testa sul suo petto, un braccio intorno alla vita larga, una gamba intrecciata alla sua. Alvin lo strinse. Cominciò a lasciargli baci lenti sulla fronte, sulle tempie, sulle palpebre, sul naso, sugli zigomi. Piccoli baci caldi, quasi devoti. Le mani gli accarezzavano la schiena, i fianchi, i capelli, con una tenerezza che contrastava nettamente con tutto quello che avevano visto e fatto poche ore prima.
«Dormi», mormorò Alvin contro la sua pelle. «Sono qui. Non vado da nessuna parte.»
Marco chiuse gli occhi. Sentiva il battito del cuore di Alvin sotto l’orecchio, il calore del suo corpo, le labbra che ogni tanto tornavano a posarsi sui suoi capelli. Il corpo gli doleva in modo dolce, il buco pulsava ancora, ma dentro il petto c’era una quiete che non provava da tempo.
Si addormentarono così, abbracciati stretto, nudi sotto le coperte, mentre fuori la città si svegliava piano e la luce grigia del mattino filtrava dalle tende.
Per quella notte — e per quella mattina — non serviva nient’altro.
Solo loro due.
E la certezza, finalmente detta ad alta voce, che anche nel caos più selvaggio restavano l’uno dell’altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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