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Gay & Bisex

Il viaggio di Mikol 10


di MASQUARATE
14.09.2026    |    570    |    2 9.6
"Li lasciò usarlo uno dopo l’altro, lento e profondo, finché non fu di nuovo pieno e lucido..."
È UN RACCONTO DI FANTASIA

Il viaggio di Niko – Capitolo finale: La statuina che restò
Passarono le settimane, poi i mesi.Mikol aveva una camera tutta sua nel settore del personale, una divisa chiara che indossava solo quando serviva, e il resto del tempo passava mezzo nudo, sempre con quella mutandina rosa chiara che ormai tutti riconoscevano. Lavorava all’animazione, sorrideva agli ospiti, serviva cocktail in piscina con i fianchi che oscillavano e gli occhi azzurri da cerbiatto. Ma tutti quelli che contavano sapevano la verità.Due volte a settimana, a volte di più, Jabari lo caricava sulla jeep e lo portava al villaggio. Là lo stregone lo aspettava sempre. Il rito era diventato abitudine e sacro insieme. Mikol arrivava, si spogliava, riceveva la polvere rossa e le parole antiche, poi veniva usato. Prima dallo stregone, poi da Jabari, poi dagli altri uomini. A volte solo loro tre. A volte quasi tutto il villaggio maschile. Mikol prendeva tutto: bocca, culo, viso. Ingoiava, si faceva riempire, si faceva ricoprire. Alla fine restava steso sulla terra, lucido di seme, la collana di ossa e perline al collo, gli occhi persi e il corpo tremante. E ogni volta si sentiva più a casa.Al resort la situazione non era diversa. Il direttore lo chiamava nell’ufficio con una scusa qualsiasi e lo usava sulla scrivania. Kwunat lo aspettava nelle pause e se lo scopava nella sua stanza con quella fame che non si spegneva mai. Le due guardie della sicurezza lo intercettavano nei corridoi bui e lo prendevano a turno, i loro cazzi enormi che lo riempivano fino a farlo gemere troppo forte. Anche altri membri dello staff, piano piano, avevano capito e avevano iniziato a chiedere… e Mikol raramente diceva di no.Di notte, da solo nella sua camera, a volte si toccava pensando a tutto quello che era successo dal primo giorno. Al pompino sulla spiaggia con Kwunat, alle dita di Jabari durante il massaggio, alla prima volta con lo stregone sotto l’albero, al rito di benvenuto intorno al fuoco. Si veniva sussurrando il nome di quella terra.Un pomeriggio, mesi dopo, mentre era sdraiato a bordo piscina con il sole che gli dorava i capelli biondi, Jabari si sedette accanto a lui. Gli posò una mano grande sulla coscia e sorrise.«Lo stregone dice che la terra non è mai stata così generosa. I raccolti sono abbondanti. Dice che sei la migliore statuina che abbiano mai avuto.»Mikol girò la testa, le labbra rosa che si piegavano in un sorriso lento e consapevole. Non era più solo il ragazzo di diciannove anni arrivato in safari. Era qualcosa di più. Qualcosa di loro.Quella sera, dopo il turno, non tornò subito in camera. Si fece accompagnare da Jabari, da Kwunat e da una delle guardie in una stanza privata. Li lasciò usarlo uno dopo l’altro, lento e profondo, finché non fu di nuovo pieno e lucido. Poi, mentre giaceva tra loro, sudato e sorridente, pensò che non avrebbe mai più lasciato quel posto.La leggenda aveva trovato la sua statuina.
E la statuina aveva trovato la sua casa.Fine.
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