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Gay & Bisex

Sotto la guardia 5&6


di MASQUARATE
15.09.2026    |    1.010    |    2 9.1
"Dietro di sé, nella palestra semibuia, Rocco era rimasto fermo al centro del tappeto, una mano ancora leggermente alzata, lo sguardo fisso sulla porta che si chiudeva..."
Capitolo 5
Quel giorno a scuola era stato peggiore del solito.
Durante l’intervallo lo avevano spinto contro gli armadietti con più forza. Uno di loro gli aveva strappato gli auricolari e li aveva lanciati a terra, schiacciandoli sotto la scarpa.
«Ops», aveva detto, ridendo. «Erano già rotti, no?»
Tobia non aveva risposto. Aveva raccolto i pezzi con le mani che tremavano leggermente e aveva continuato a camminare. Ma qualcosa dentro di lui si era incrinato di più.
Quando arrivò in palestra, il viso era più pallido del solito. Gli occhi nocciola sembravano ancora più stanchi, le spalle curve in avanti. Rocco lo vide entrare e si fermò a metà di un esercizio. Lo osservò per un secondo, due. Poi lasciò i guantoni sul bordo del ring e gli andò incontro.
«Tobia.»
La voce era bassa. Tobia alzò lo sguardo e annuì appena, senza riuscire a parlare.
Rocco non disse altro. Gli fece cenno di seguirlo verso il fondo, lontano dai sacchi e dagli altri. Aprì la porta dello spogliatoio degli istruttori — un piccolo ambiente con un divanetto, uno specchio e l’odore di sapone e detersivo — e lo fece entrare, chiudendo dietro di sé.
«Siediti.»
Tobia obbedì. Rocco restò in piedi qualche secondo, poi si sedette accanto a lui, abbastanza vicino da fargli sentire il calore del corpo, ma senza toccarlo.
«Cos’è successo?»
Tobia restò in silenzio. Poi, a voce bassa, cominciò a raccontare. Dell’intervallo. Degli auricolari. Delle risate. Di come nessuno avesse detto niente. Di come, ogni volta, si sentisse più piccolo.
Mentre parlava, la mascella di Rocco si tese. Le mani, appoggiate sulle cosce, si chiusero a pugno. Non disse niente per un po’. Respirava in modo controllato, ma gli occhi erano scuri, quasi arrabbiati.
Quando Tobia finì, Rocco alzò una mano e la posò delicatamente sulla sua spalla. Il tocco era fermo, caldo, protettivo.
«Non dovevano permetterselo», disse con voce roca. «Nessuno dovrebbe.»
Tobia abbassò lo sguardo. Sentiva il peso di quella mano come un’ancora.
«È sempre così. Ormai…»
«Non deve esserlo.» Rocco strinse appena le dita. «Qui dentro non lo sarà. E fuori… se puoi, me lo dici. Sempre.»
Restarono così per qualche momento. Poi Rocco ritirò la mano, quasi di scatto, come se si fosse accorto di quanto a lungo l’avesse tenuta lì.
«Vuoi allenarti lo stesso? O preferisci solo stare un po’ qui?»
Tobia scosse la testa.
«Preferisco allenarmi. Altrimenti… penso troppo.»
Uscirono. L’allenamento fu più lento del solito, più attento. Rocco gli stava sempre vicino, correggeva di più, parlava di meno. Ogni tanto lo sguardo di Tobia incontrava quello di Manuel, che si allenava in un angolo e non smetteva di osservarli. Ma Rocco si metteva di proposito tra i due, come uno scudo silenzioso.
Verso la fine, Tobia era sudato. I capelli mossi gli cadevano sugli occhi, appiccicati alla fronte. Stava cercando di sistemarseli con il dorso della mano quando Rocco, senza pensarci, alzò la propria.
Le dita di Rocco gli scostarono i capelli dalla fronte con un gesto lento, quasi automatico. La pelle di Tobia era calda, umida. Il contatto durò un secondo, forse due.
Entrambi si bloccarono.
Rocco restò con la mano ancora sospesa a mezz’aria. Tobia teneva il respiro. I loro occhi si incontrarono da molto vicino. L’aria tra di loro sembrava improvvisamente più densa, carica.
Nessuno parlò.
Poi Rocco ritirò la mano, passandosi le dita sui propri capelli come se niente fosse.
«Hai… i capelli lunghi», mormorò, la voce più bassa del solito. «Ti danno fastidio quando sudi.»
Tobia annuì, incapace di rispondere. Il punto sulla fronte dove Rocco lo aveva toccato gli bruciava ancora.
Si salutarono poco dopo.
Fuori, mentre camminava verso casa, Tobia teneva ancora una mano leggermente premuta contro la fronte, come per trattenere quel tocco.

Capitolo 6
La palestra stava per chiudere.
Le luci principali erano già state abbassate. Restava solo quella soffusa dei faretti sopra i sacchi e il debole bagliore che filtrava dallo spogliatoio. L’aria odorava ancora di sudore, di cuoio caldo e di quel detergente aspro che Rocco usava ogni sera. Fuori si sentiva il traffico lontano, smorzato.
Tobia stava sistemando i guantoni nella sua borsa quando sentì la voce di Rocco alle sue spalle.
«Resta.»
Si voltò. Rocco era a pochi passi, canottiera nera appiccicata al petto umido, capelli scuri ancora bagnati di sudore. Aveva lo sguardo più serio del solito, ma c’era qualcosa sotto. Qualcosa di trattenuto.
«Resta dopo la chiusura», ripetè, più basso. «Possiamo lavorare meglio sulla tecnica. Senza distrazioni.»
Tobia sentì il cuore accelerare. Sapeva che non era solo quello. E sapeva che anche Rocco lo sapeva. Annuì, senza riuscire a dire una parola.
Rocco andò a chiudere la porta d’ingresso e abbassò la serranda. Il rumore metallico risuonò nel silenzio. Quando si voltò, la palestra sembrava più piccola, più intima. Solo loro due.
Si misero al centro del tappeto. Rocco gli si avvicinò alle spalle, come sempre, per correggere la guardia. Le sue mani si posarono sui fianchi di Tobia, calde, ferme. Lo spostò leggermente.
«Così. Piedi più stabili.»
La voce gli vibrava vicina all’orecchio. Tobia sentiva il calore del corpo di Rocco contro la schiena, il respiro lento, l’odore di pelle e sapone. Ogni correzione durava un secondo di troppo. Ogni contatto lasciava una scia.
Passarono quasi mezz’ora così. Colpi leggeri al sacco, pause, correzioni. Le dita di Rocco che scendevano lungo le braccia di Tobia per sistemare i polsi. Il petto di Rocco che sfiorava la sua schiena quando gli mostrava un movimento. Nessuno dei due parlava più del necessario.
A un certo punto Rocco gli si mise di fronte. Troppo vicino. Gli occhi scuri fissavano quelli nocciola di Tobia. La mascella era tesa, come se stesse combattendo qualcosa.
«Stai migliorando», mormorò. La voce era roca.
Tobia non rispose. Guardava la bocca di Rocco. Poi gli occhi. Poi di nuovo la bocca. Il cuore gli batteva così forte che gli sembrava di sentirlo nelle orecchie. L’aria tra di loro era densa, carica, quasi elettrica.
Rocco alzò una mano, come per scostargli di nuovo i capelli dalla fronte. Si fermò a metà. Le dita restarono sospese a pochi centimetri dalla pelle di Tobia.
Fu Tobia a muoversi.
Si alzò sulle punte e lo baciò.
Fu un bacio improvviso, goffo, pieno di tutto quello che non avevano detto. Labbra calde contro labbra calde. Tobia sentì il sapore di sale e di qualcosa di dolce. Le mani di Rocco si strinsero per un istante sui suoi fianchi, rispondendo, approfondendo il bacio solo per un respiro.
Poi Tobia si staccò di scatto, come se si fosse bruciato.
Gli occhi erano spalancati, le guance infuocate. Fece un passo indietro, poi un altro.
«Scusa… io…»
Non finì la frase.
Si girò, afferrò la borsa senza neanche chiuderla bene e corse verso l’uscita. Spinse la porta di emergenza laterale e uscì nella notte fredda, il cuore che gli martellava nel petto, le labbra che gli bruciavano ancora.
Dietro di sé, nella palestra semibuia, Rocco era rimasto fermo al centro del tappeto, una mano ancora leggermente alzata, lo sguardo fisso sulla porta che si chiudeva.
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