Gay & Bisex
Marco and Alvin
09.09.2026 |
1.209 |
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"Marco si avvicinò, gli passò una mano sulla schiena larga, sentendo i muscoli sotto le dita..."
L’aria della Sicilia a luglio pesava come un lenzuolo caldo.Marco stava sdraiato sul divano della nonna, la schiena nuda contro il tessuto ruvido che sapeva di detersivo e di mare. Aveva appena compiuto diciotto anni e il diploma ancora fresco gli sembrava un pezzo di carta inutile. Non sapeva cosa fare della propria vita: sapeva solo che voleva il sale sulla pelle, il sole che gli bruciava le spalle e le notti che sapevano di gelsomino e di cicche di sigaretta spente sul muretto.
La casa della nonna, in cima a una collina che guardava il golfo, respirava estate. Le persiane semichiuse filtravano la luce dorata, le cicale strillavano senza interruzione, e ogni tanto un colpo di vento portava dentro l’odore di mirto, di pane appena sfornato e di mare caldo.
Poi arrivarono loro.
Il portone scricchiolò. Valigie pesanti, voci americane mescolate all’italiano rotto dello zio. Marco si alzò, i capelli neri mossi ancora umidi dalla doccia, la maglietta leggera che gli aderiva al torace snello e ambrato. Gli occhi nocciola chiari, dal taglio leggermente allungato, si fissarono sull’uomo che entrava per ultimo.
Alvin.
Ventiquattro anni. Alto, larghe spalle da rugbista, petto ampio che tendeva la t-shirt bianca, braccia muscolose, cosce solide che riempivano i pantaloncini. Biondo cenere, quasi argento sotto la luce del pomeriggio, e occhi verdi che sembravano tagliati nel vetro. Quando sorrise, mostrò i denti bianchi e disse con un accento caldo:
«Marco, vero? Porca puttana, sei cresciuto.»
Marco sentì qualcosa stringergli lo stomaco. Non sapeva se era imbarazzo o curiosità. Lo zio e la nonna chiacchieravano in cucina; Alvin e lui furono lasciati a sistemare le cose nella stanza che avrebbero condiviso. Due letti singoli separati da un comodino, una finestra che dava sui limoni e, più in là, sul mare scintillante.
Quella prima notte Marco non riuscì a dormire. Sentiva il respiro pesante di Alvin dall’altro letto, il fruscio delle lenzuola quando si girava. L’odore di Alvin era diverso dal suo: sapone americano, un leggero sentore di sudore fresco, e qualcosa di più caldo, quasi animale, che arrivava ogni volta che il vento entrava dalla finestra.
I giorni passarono.
Alvin andava a correre al mattino, tornava lucido di sudore, la maglietta attaccata al corpo, i pettorali che si muovevano sotto il tessuto bagnato. Marco lo guardava di sottecchi mentre si cambiava. Un giorno Alvin si tolse la maglia davanti a lui senza cerimonie. Il torso era una scultura viva: pettorali pieni, addominali segnati, una linea di biondo sottile che scendeva sotto l’ombelico e spariva nei boxer grigi. Le braccia erano venate, le mani grandi. E quando si chinò per raccogliere un asciugamano, i pantaloncini si tesero sul sedere sodo e alto.
Marco sentì il cazzo muoversi nei propri boxer.
La sera del quarto giorno faceva ancora più caldo. Le cicale non smettevano, il mare rumoreggiava in lontananza. Erano soli in casa; la nonna e lo zio erano andati a cena da parenti. Alvin era uscito dalla doccia con solo un asciugamano intorno ai fianchi. Si sedette sul bordo del letto di Marco, i capelli biondi ancora umidi, gocce d’acqua che scendevano lungo il collo e sul petto.
«Mi stai fissando da giorni», disse a bassa voce. La voce era grave, calda. «Non serve che fingi.»
Marco arrossì fino alle orecchie. Il cuore gli batteva in gola.
Alvin allungò una mano e gli accarezzò il ginocchio. Poi salì più su, lungo la coscia sottile. «Hai mai toccato un cazzo che non fosse il tuo?»
Marco scosse la testa, la voce strozzata. «No.»
Alvin si alzò, lasciò cadere l’asciugamano. Il cazzo gli spuntò già mezzo duro: lungo, grosso come una lattina di Coca-Cola, quasi ventiquattro centimetri che crescevano sotto gli occhi di Marco. La cappella era tonda, rosa scuro, lucida. Le palle pesanti, rasate, pendevano piene. Il pube era rasato corto, solo un’ombra bionda.
L’odore arrivò subito: sapone, pelle calda, e qualcosa di più forte, muschiato, salato. Marco sentì la bocca riempirsi di saliva.
Alvin prese la mano di Marco e la portò sul proprio cazzo. «Toccami. Piano. Non stringere subito.»
Marco lo strinse. Era caldo, pesante, con le vene che pulsavano sotto la pelle sottile. Alvin emise un suono basso, grosso, dalla gola.
«Guarda», disse Alvin, prendendo la mano di Marco e guidandola. «Sali fino sotto la cappella… così… e poi scendi tutto. Usa il pollice per strofinare il frenulo, qui sotto. Sentilo?»
Marco obbedì. La pelle era vellutata e tesa. Alvin sputò generosamente sul proprio cazzo, un filo denso e caldo che scese lungo il fusto. «Ora di nuovo. Con lo sputo scorre meglio.»
Il suono diventò umido, schioccante. Alvin gli prese il polso e gli fece fare movimenti più lunghi, più lenti. «Non andare di fretta. Gira il polso un po’ quando arrivi in cima… sì… così. E ogni tanto stringi di più quando scendi.»
Marco sentiva il calore salire lungo il braccio. Il cazzo di Alvin pulsava contro il suo palmo, diventava ancora più grosso, più scuro. Alvin sputò di nuovo, questa volta direttamente sulla mano di Marco, e gli fece massaggiare le palle con l’altra mano.
«Toccale. Sono pesanti, vero? Tirale piano… così… e continua a pompare.»
Il respiro di Alvin si faceva più pesante. Le cicale fuori sembravano più lontane. Marco sentiva il proprio cazzo duro nei boxer, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da quello grosso e lucido che aveva in mano.
Alvin gli parlava ancora, la voce roca: «Adesso più veloce. Usa due mani. Una sotto, una sopra. Spingi il prepuzio indietro e strofina la cappella col pollice bagnato… sì… cazzo, proprio così.»
Marco eseguì. Il suono umido riempiva la stanza. Alvin gettò la testa all’indietro, i muscoli dell’addome che si contraevano. «Continua… non fermarti… sto per…»
Un gemito grosso e lungo uscì dalla gola di Alvin. Il cazzo scoppiò in mano a Marco: getti caldi, densi, che schizzarono sul torace di Alvin e sulle dita di Marco. L’odore forte, salato, amaro, riempì l’aria.
Alvin, ancora tremante, prese le dita di Marco, ancora lucide di sborra, e le portò alle labbra del ragazzo. «Leccale. Tutto.»
Marco aprì la bocca. Il sapore era intenso, amaro e salato, con un retrogusto metallico. Lecò lentamente ogni dito, sentendo la lingua scivolare sulla pelle calda e appiccicosa. Alvin lo guardava con gli occhi verdi socchiusi, soddisfatto.
Poi Alvin sfilò i boxer a Marco e gli fece la sega a sua volta, lenta e ferma, finché anche Marco non venne con un gemito strozzato, il corpo che si piegava in avanti.
Quella notte dormirono nello stesso letto. Alvin lo strinse da dietro, il cazzo ancora semi-duro premuto contro il sedere di Marco.
La mattina dopo Marco si svegliò già duro. L’odore di Alvin era ancora sulle lenzuola, sul cuscino, sulla sua pelle. Si alzò e lo cercò. Lo trovò in cucina, a bere caffè a torso nudo. Marco si avvicinò, gli passò una mano sulla schiena larga, sentendo i muscoli sotto le dita.
Alvin sorrise senza voltarsi. «Vuoi di più, eh?»
Andarono al mare. Scelsero un tratto di costa isolato, tra gli scogli, lontano dalle famiglie. Il sole picchiava, l’acqua era di un blu intenso, le onde battevano piano contro la roccia. L’odore di salsedine e di alghe secche riempiva l’aria.
Alvin si tolse la maglietta, poi i costumi. Restò nudo sugli scogli, il corpo dorato dal sole, il cazzo che già si gonfiava. Si sedette su una roccia piatta, le gambe divaricate.
«Vieni qui. Due mani.»
Marco si inginocchiò tra le sue cosce. Prese il cazzo grosso con entrambe le mani: una alla base, una a metà fusto. Alvin sputò di nuovo, generosamente, e Marco cominciò a pompare. Il sole gli scottava la schiena, il sale gli bruciava le ginocchia sulla roccia. Il cazzo di Alvin era caldo, pesante, e ogni tanto una goccia di liquido trasparente usciva dalla fessura.
Alvin gli mise una mano tra i capelli. «Apri la bocca. Tienila aperta.»
Marco obbedì. Alvin accelerò i movimenti delle mani di Marco, poi emise un gemito basso e venne: getti caldi e densi che schizzarono direttamente nella bocca aperta di Marco, sul labbro inferiore, sul mento. Il sapore era più forte di prima, salato e amaro, mescolato all’odore del mare.
«Ingoia», disse Alvin. Marco deglutì, sentendo il liquido scendere caldo in gola.
Quella sera, di nuovo soli in casa, Alvin lo fece sedere sul letto e si mise in piedi davanti a lui.
«Ora ti insegno davvero.»
Il cazzo di Alvin era già duro. Marco lo prese in bocca. Alvin gli parlava piano, una mano dietro la testa:
«Rilassa la gola. Respira col naso. Quando lo senti arrivare in fondo, non tirarti indietro… così… bravo. Usa la lingua sotto, lungo la vena. E le palle… succhiale piano mentre mi tieni in bocca.»
Marco eseguì. Il sapore era caldo, muschiato, un po’ amaro. Ogni tanto Alvin gli tirava fuori il cazzo e gli faceva leccare le palle grosse e lisce, poi lo rimetteva in bocca. Il suono umido di saliva e pelle riempiva la stanza, mescolato al respiro pesante di Alvin e al canto lontano delle cicale.
Quando Alvin venne, tenne ferma la testa di Marco. «Ingoia tutto. Non farne cadere una goccia.»
Marco deglutì, sentendo i getti caldi e densi riempirgli la bocca e scendere in gola. Il sapore era intenso, quasi dolciastro alla fine. Alvin lo tirò su, lo baciò sulla bocca ancora aperta e saporita, e gli sussurrò all’orecchio:
«Sei un bravo ragazzo. Domani ti insegno altro.»
Fuori la casa della nonna continuava a respirare estate: il mare, le cicale, l’odore dei limoni.
Marco, con il sapore di Alvin ancora sulla lingua, sapeva che non avrebbe più potuto tornare indietro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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