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Io e Mark


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
09.05.2026    |    1.433    |    0 9.7
"C'era un tizio di nome Federico, un commercialista di trent'anni che veniva da te ogni giovedì..."
La prima sera che ti mettesti sul marciapiede, da sola, senza Mark che ti teneva la mano, fu come rinascere in un corpo che finalmente capiva cosa voleva. I tacchi alti ti facevano male alle piante dei piedi, ma quel dolore era dolce, come una promessa. Le calze a rete si arrampicavano sulle tue cosce lisce, e il miniabito di vinile nero ti abbracciava i fianchi come una seconda pelle. La borsetta di similpelle conteneva solo un rossetto, un cellulare e un pacchetto di salviette umidificate. Mark era in macchina, parcheggiato cento metri più in là, ma per la prima volta non lo sentivi come un padrone. Lo sentivi come un socio.

Le prime tre macchine passarono senza fermarsi. Poi un'auto scura rallentò accanto al marciapiede. Il finestrino scese, rivelando un uomo sulla quarantina, con occhiali da vista e l'aria stanca di chi ha lavorato fino a tardi. Ti squadrò dalla testa ai piedi, e tu ti piegasti leggermente in avanti, facendo intravedere la scollatura del vestito.

"Quanto?" chiese, la voce roca.

"Novanta per tutto" rispondesti, sorridendo come se stessi offrendo un affare speciale. E in fondo lo era.

Lui annuì e aprì la portiera posteriore. Salisti, sistemando la gonna sotto le natiche, e sentisti l'odore della sua auto. Sapeva di deodorante per ambienti, di caffè e di una giornata lunga. Lui ti guardò nello specchietto mentre si allontanava dal marciapiede.

"Preferisci un posto tranquillo o ti va bene qui?"

"Ferma in quella stradina laggiù" indicasti, "dietro il cantiere. Lì non passa nessuno."

La macchina si fermò sotto un lampione che illuminava a malapena l'asfalto. Lui spense il motore, si voltò verso di te, e tu sentisti il calore del suo sguardo che ti scivolava addosso come burro fuso. Ti sporgesti verso di lui, le mani che già lavoravano sulla cerniera dei suoi pantaloni. Lui sussultò quando le tue dita sfiorarono la sua erezione.

Sei così brava, sussurrò.

Certo che lo sono, pensasti. Sono un professionista.

La tua bocca si chiuse intorno a lui, e ogni movimento era perfetto, calibrato. Sapevi esattamente dove spingere la lingua, quando accelerare, quando rallentare. Sentivi la sua tensione crescere, i suoi gemiti diventare più frequenti, e in quel momento eri completamente presente. Non c'era vergogna, non c'era paura. Solo la gioia pura di fare bene il tuo lavoro.

Quando venne, il suo corpo sussultò, e tu ingoiasti tutto, con calma e precisione. Ti sollevasti, asciugandoti l'angolo della bocca col dorso della mano, e sorridesti mentre lui si abbandonava contro il sedile.

"Gesù" mormorò, "dove hai imparato a farlo?"

"Scuola pubblica" rispondesti, ridacchiando mentre contavi le banconote che ti porgeva. Le infilasti nella borsetta, sistemasti il vestito e scendesti dall'auto. Mentre la macchina si allontanava, ti guardasti allo specchietto della borsa. Il rossetto era leggermente sbavato, così lo ritoccasti, sentendo l'euforia che ti montava dentro come un'onda.

Novanta euro in dieci minuti. In ufficio ci mettevi tre ore a farne cento.

Tornasti al tuo posto sul marciapiede, accendendo una sigaretta. Il fumo ti entrò nei polmoni e tu espirasti lentamente, godendoti l'aria fresca della notte. La terza macchina che si fermò fu un furgone bianco con un idraulico tatuato che puzzava di sudore e tabacco. Ti fece sdraiare sul sedile posteriore, alzandoti la gonna e tirandoti giù le mutandine. Il suo cazzo era spesso e caldo, e ti penetrò con una spinta che ti fece gemere. Non contro voglia, ma di piacere.

La sensazione di essere piena, di essere utile, di essere desiderata. Era come una droga.

Lui durò forse sei minuti, venendo dentro di te senza chiedere, e tu lasciai che accadesse. Quando si tirò su, sudato e ansimante, ti porse cento euro. "Tieni il resto" dicesti, e lui sorrise.

Verso le due di notte, quando il traffico si ridusse a poche auto ogni quarto d'ora, Mark si avvicinò col suo passo pesante. Aveva l'espressione soddisfatta del padrone che controlla il bestiame.

Quanto hai fatto? chiese.

Apristi la borsetta. Le banconote erano sparse lì dentro come foglie d'autunno. Le contasti velocemente, le dita che scivolavano sulla carta liscia.

"Seicentottanta" dicesti, con un sorriso che non riuscivi a nascondere.

Lui fischiò, battendoti una pacca sul sedere. "Brava la mia puttanella. Sei meglio di quella troia di tua moglie. Lei ieri ha fatto solo trecento."

Il tuo cuore fece un balzo di orgoglio. Avevi battuto la tua ex moglie. Avevi vinto.

Andasti al bar della stazione a prendere un caffè con Mark. Lui ti offrì anche una brioche, e mentre la mangiavi sentivi le gambe doloranti ma la mente lucida e serena. I soldi li dividevate a metà, e quella sera, dopo solo cinque ore di lavoro, ti rimasero in tasca trecentoquaranta euro netti. Più della metà di quello che guadagnavi in una settimana da impiegato.

"Se continui così, ti compro un vestito nuovo" disse Mark, accendendosi una sigaretta.

"Comprane due" rispondesti, e lui rise.

Il sesso quella notte tra voi fu diverso dal solito. Non fu violento come i primi tempi, quando ti sbattere sul tavolo della cucina. Fu quasi... amorevole. Lui si sdraiò supino e tu lo montasti, le tette che oscillavano sopra il suo petto, il tuo buco che stringeva il suo cazzo con la stessa abilità con cui avevi lavorato per i clienti. Mark gemeva come un ragazzino, le mani che ti afferravano i fianchi.

Sei la mia migliore scopata, disse, e tu capisti che era vero.

Quando venisti, il tuo corpo vibrò come una corda di violino, e lui venne subito dopo, riempiendoti di calore. Rotolasti accanto a lui nel letto sfatto, e lui ti abbracciò da dietro, il suo cazzo ancora semiduro premuto contro le tue natiche.

"Domani sera riprendiamo" mormorò, già mezzo addormentato.

"Sì" rispondesti, sorridendo nel buio.

La domenica lavoravi solo fino a mezzanotte, ma facevi comunque cinquecento euro. Il lunedì era il tuo giorno libero, e lo passavi andando dal parrucchiere, dalla manicure, comprando vestiti nuovi con i soldi che guadagnavi. Le tue unghie erano sempre laccate di rosso o di rosa, i capelli lisci e profumati. Ti eri fatta un account su Instagram per postare foto delle tue serate, e avevi già tremila follower. Alcuni erano clienti abituali.

C'era un tizio di nome Federico, un commercialista di trent'anni che veniva da te ogni giovedì. Sempre educato, portava sempre preservativi nuovi di zecca e pagava centocinquanta euro per una prestazione completa. Con lui passavi quasi un'ora. Non ti limitavi a scopare: parlavate. Lui ti raccontava della sua fidanzata, dei problemi al lavoro, e tu lo ascoltavi, coccolandolo, facendolo sentire importante. Dopo, quando veniva, ti stringeva forte, come se fossi davvero la sua ragazza.

"Sei così dolce" diceva, e tu accarezzavi i suoi capelli.

"Dolcezza" rispondevi, "costa duecento."

Lui rideva, e ti dava i soldi senza discutere.

Nel giro di tre mesi, avevi messo da parte quasi quindicimila euro. Li tenevi in una scatola da scarpe sotto il letto di Mark, che ormai era diventato anche il tuo. La camera da letto matrimoniale che avevi condiviso con tua moglie era ora il tuo regno. Lei non c'era più. Era scappata con un camionista romeno dopo aver scoperto che Mark preferiva te. Quando te lo dissero, non provasti niente. Solo un lieve sollievo.

Ora la casa era tua e di Mark. Lui non lavorava più, ma gestiva il tuo "business". Ti accompagnava sul posto, teneva lontani i clienti molesti, si assicurava che tutto filasse liscio. E quando tornavi a casa la mattina presto, coi tacchi in mano e le calze strappate, lui ti aspettava con una birra fredda e una sigaretta già accesa.

"Bella serata?" chiedeva.

E tu annuivi, facendo cadere le banconote sul letto. Poi vi addormentavate abbracciati, due corpi sudati e soddisfatti, mentre il sole cominciava a filtrare dalle tende.

C'era un altro cliente, un uomo d'affari milanese che veniva a Bologna una volta al mese. Pagava cinquecento euro per passare la notte con te. Con lui ti vestivi elegante, indossavi gioielli falsi, e lo accompagnavi a cena. Al ristorante ordinavi un piatto di pasta e un bicchiere di vino bianco, ridendo alle sue battute e accarezzandogli la mano sotto il tavolo. Dopo cena tornavate in albergo, e tu lo scopavi per ore, finché lui non crollava esausto.

La mattina, prima di andarsene, ti lasciava sempre un extra. "Per la prossima volta" diceva, e tu sorridevi, infilando le banconote nella borsa.

Una sera, mentre aspettavi un cliente sotto la pioggia, un ragazzo giovane, forse ventenne, si fermò con la sua bicicletta. Aveva gli occhi chiari e un sorriso timido. "Scusa" disse, "quanto fai?"

Guardasti la sua bicicletta, i suoi jeans rovinati, il suo cappello di lana. Quasi sicuramente non aveva i soldi. Ma c'era qualcosa nei suoi occhi che ti fece scattare.

"Per te, cinquanta" dicesti.

Lui arrossì, ma annuì. Salì sulla sua bicicletta, pedalando goffamente verso il parcheggio deserto. Ti fece inginocchiare sull'erba bagnata, e mentre lo prendevi in bocca, sentivi la pioggia che ti colava sulla schiena. Lui venne in pochi secondi, scusandosi.

"Non fa niente" dicesti, asciugandoti la bocca.

Sali sulla bici e scappò via. Le cinquanta euro le spendesti per un gelato artigianale, la sera stessa.

Forse non era il lavoro più dignitoso del mondo, ma non era nemmeno il peggiore. Guadagnavi più di quanto avessi mai guadagnato. Stavi meglio di prima: il corpo più tonico, la pelle più luminosa, il sorriso più sicuro. Avevi finalmente smesso di odiarti.

Da bambina, quando guardi il riflesso nello specchio, vedevi un corpo sbagliato, una vita sbagliata. Adesso quando ti guardi, vedi una professionista di successo.

E Mark, che all'inizio era stato il tuo aguzzino, era diventato il tuo più grande sostenitore. "Dai, bellezza" diceva, "che stasera ce ne sono altri. E ricordati che se sorridi, guadagni di più."

Così sorridevi. Sempre.
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