Gay & Bisex
La puttana della banca
Kimboy74
09.02.2026 |
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"Tutti mi riempirono di sborra – viso, culo, tette finte del baby doll appiccicose..."
La Puttana della BancaFinalmente, un lavoro stabile. Mia moglie, esausta di vedermi disoccupato da mesi nonostante la laurea in economia, mi trovò un posto in banca. "Vai, amore, è perfetto per te!" disse, baciandomi prima di uscire. Io, Marco, 32 anni, entusiasta: "Sì! Cassiere, consulente, roba seria." Arrivai il primo giorno con la cravatta nuova, curriculum in mano. Il direttore, un porco calvo di 50 anni con baffi unti e occhi da maiale, mi accolse con un ghigno. "Benvenuto, Marco. Qui apprezziamo... flessibilità."
Non era un lavoro da laureato. Mi portarono in una stanza sul retro, oltre gli sportelli. I dipendenti – una ventina, tutti maschi gay o bisex, con cravatte allentate e pacchi gonfi – mi fissavano come lupi. E poi lei: Carla, la "collega" donna, quarantenne con tette enormi, rossetto sbavato e un'aria da sadica. "Il tuo ruolo è semplice," disse il direttore. "Far sfogare i dipendenti. Lavorano meglio se si rilassano. Indossa questo." Mi ficcarono in mano una parrucca bionda riccia, un baby doll rosa trasparente con merletto, calze a rete e tacchi alti. "Sei la puttana della banca, Marco. Così evitano lo stress."
Scoppiai in lacrime. "Ma io ho una laurea! Sono etero! Mia moglie..." Il direttore rise, palpandosi il rigonfiamento nei pantaloni. "Piangi pure, troietta. Mi eccita da morire umiliarti. Spogliati, o ti licenzio all'istante." I ragazzi applaudirono, tirando fuori cazzi già duri – bianchi, neri, circoncisi, pelosi, tutti puntati su di me. Mi fecero vestire: la parrucca mi copriva il viso arrossato, il baby doll lasciava intravedere il mio culo pallido e il cazzo semi-eretto per la vergogna. Mi misero in ginocchio al centro della sala riunioni, e partì lo sfogo.
Primo turno: tre cassieri bisex mi circondarono. Uno mi ficcò il cazzo in bocca – salato, venoso, 18 cm che mi soffocava – mentre gli altri mi leccavano il buco. "Succhia bene, baldracca laureata!" grugniva, schiaffeggiandomi le guance. Mi scoparono la gola fino a farmi vomitare saliva, poi mi girarono e mi infilarono due cazzi nel culo contemporaneamente. Dolore lancinante, stretching estremo, lubrificante misto a sudore. Urlavo, ma loro ridevano: "Più forte, puttana! Rilassa i dipendenti!"
Il direttore si masturbava guardando, il suo cazzo tozzo che gocciolava pre-sborra. "Piangi di più, Marco. Sei patetico." I consulenti mi usarono dopo: uno mi cavalcò da dietro sulla fotocopiatrice, stampando fogli sul mio schizzo involontario; un altro mi pisciò in bocca "per idratarti". Tutti mi riempirono di sborra – viso, culo, tette finte del baby doll appiccicose.
Poi arrivò Carla, la più perversa. Entrò sferzando un frustino di pelle nera, occhi folli di lussuria. "Basta giocare, porci. Ora tocca a me." Mi ordinò: "Spogliati completamente, troia. Togliti quella parrucca ridicola e il vestitino da baldracca." Tremando, obbedii, nudo come un verme, cazzo molle tra le gambe depilate (me l'avevano fatto loro all'arrivo). "Poggia la faccia sulla scrivania e divarica le gambe. Apri quel culo da etero finto."
"Io sono etero!" piagnucolai, lacrime che colavano sul legno lucido. CRACK! La prima frustata mi colpì le chiappe, un fuoco liquido che mi fece arcuare la schiena. "Sei un dipendente adesso, non ti deve piacere! Sei qui per i soldi. Zitto!" CRACK! La seconda frustata, più forte, mi aprì la pelle, segni rossi che bruciavano. Urlai, ma lei rise: "Brava puttana. Ora leccami." Mi spinse la faccia tra le sue cosce carnose, figa rasata bagnata di eccitazione sadica. La leccai, lingua dentro le labbra gonfie, mentre lei mi frustava il dorso.
I maschi guardavano, cazzi in mano. Carla mi infilò tre dita nel culo, poi un dildo enorme dalla scrivania – 25 cm, nodoso. "Prendilo tutto, etero del cazzo!" Mi inculò senza pietà, spingendo fino alle palle finte, mentre il direttore mi scopava la bocca. "Sborra per lei, Marco!" ordinò. E io venni, umiliato, sborra che schizzava sulla scrivania mentre loro applaudivano.
Da quel giorno, ero la puttana ufficiale. Mia moglie non sapeva niente – soldi in banca, sorrisi falsi a casa. Ma al lavoro, ogni pausa pranzo era un gangbang: frustate di Carla, cazzi gay che mi dilatavano, umiliazioni del direttore. Lavoravo "felice". Fine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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