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Diavolo a fin di bene


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
29.03.2026    |    706    |    0 9.4
"Poi, Luca tirò fuori il dispositivo elettrico: un piccolo taser modificato, con fili e elettrodi..."
Gennaro era un relitto umano, un uomo che aveva perso se stesso nei meandri oscuri della dipendenza. Ogni sera, dopo una giornata passata a lavorare malamente come operaio in un cantiere polveroso, si rifugiava nelle sale giochi clandestine del quartiere. Le slot machine lo attiravano come sirene, con le loro luci lampeggianti e i suoni ipnotici che promettevano fortune illusorie. Buttava via i soldi guadagnati con sudore, quelli destinati alla famiglia, in un turbine di leve tirate e monete perse. E quando l'alcol lo annebbiava la mente, non era raro che finisse tra le braccia di puttane da marciapiede, donne stanche e ciniche che lo portavano in vicoli bui per una sveltina frettolosa. Tornava a casa all'alba, barcollando, con l'alito pesante di birra rancida e il corpo appiccicoso di sudore e fluidi altrui. Enrica, sua moglie da quasi vent'anni, aveva visto tutto questo deteriorarsi piano piano. All'inizio, era stata amore: risate condivise, notti appassionate, sogni di una vita migliore. Ma ora, il letto era un campo di battaglia freddo, le sue carezze un ricordo sbiadito. Gennaro la ignorava, la trattava come un mobile inutile, e i debiti si accumulavano come una valanga. I creditori bussavano alla porta, e per tenere a bada i più pericolosi, Enrica pagava il pizzo a Valery, il giovane boss del quartiere. Valery era un tipo affascinante in modo inquietante: alto, con muscoli scolpiti sotto camicie attillate, occhi verdi che sembravano perforare l'anima, e un sorriso che nascondeva lame affilate. Gestiva il racket con pugno di ferro, ma con Enrica era stato gentile, quasi protettivo. 'Quanto ancora durerà?' gli aveva chiesto lei una sera, in un bar affollato di fumo, le mani tremanti intorno a una tazza di caffè. Valery l'aveva guardata a lungo, valutando il suo dolore. 'Dimmi cosa vuoi, Enrica. Io posso sistemare le cose.' Lei aveva esitato, il cuore stretto in una morsa, ma alla fine aveva ceduto. 'Fagli male. Fagli capire cosa significa distruggere tutto.' Valery aveva annuito, e aveva radunato i suoi quattro uomini fidati: Marco, il colosso con le mani da muratore; Luca, magro e veloce come un serpente; Paolo, tozzo e brutale; e Dario, il più giovane, con un'ardesia negli occhi che tradiva una rabbia repressa. 'Silenzio assoluto', aveva ordinato Valery. 'Niente parole. Solo azione.'

Quella notte fatidica, Gennaro aveva esagerato come al solito. Era uscito dal bar dopo l'ennesima bottiglia di grappa, la testa che girava come una trottola. Aveva raccattato una prostituta vicino alla stazione, una donna con il trucco sbavato e un vestito logoro, e l'aveva scopata contro un muro umido, spingendo il suo cazzo flaccido dentro di lei con grugniti animaleschi. Non aveva usato precauzioni, come sempre, lasciando che il suo seme schizzasse fuori senza cura. Poi, barcollando verso casa, era crollato sul letto senza nemmeno spogliarsi del tutto. Le scarpe ancora ai piedi, i pantaloni slacciati, russava come un treno, il petto che si alzava e abbassava in un ritmo irregolare. Enrica lo osservò dalla soglia della camera, un misto di odio e pietà che le attanagliava lo stomaco. Aveva pianificato tutto nei minimi dettagli: la porta sul retro lasciata aperta, il segnale per Valery. Con un sospiro profondo, uscì in giardino, il cuore che le rimbombava nelle orecchie. L'aria notturna era fresca, carica dell'odore di spazzatura e umidità, ma lei non sentì nulla oltre al proprio respiro affannoso.

Valery e i suoi arrivarono puntuali, cinque figure nere che si materializzarono dall'ombra come fantasmi. Entrarono senza un suono, i passi attutiti dalle suole di gomma. Enrica li vide dalla finestra della cucina, un cenno del capo e poi si allontanò, rifugiandosi in una panchina lontana, le mani strette in preghiera silenziosa. Nella camera da letto, l'aria si fece densa di anticipazione. Marco fu il primo a muoversi: afferrò le braccia di Gennaro con una presa ferrea, girandolo a pancia in giù sul materasso che cigolò sotto il peso. Luca e Paolo lo bloccarono, uno per gamba, premendo forte per immobilizzarlo. Dario estrasse le manette dalla borsa nera, il metallo che scintillò debolmente nella luce fioca della lampada. Clic, clic: i polsi di Gennaro furono fissati alla testiera, le braccia tese al limite. Gennaro borbottò qualcosa di incoerente, un gemito ubriaco che svanì quando Valery gli premette una mano sulla bocca, soffocandolo nel cuscino. Non una parola, solo sguardi complici tra gli uomini, un'onda di determinazione muta.

Valery si posizionò per primo, il leader che dava l'esempio. Si slacciò la cintura con movimenti precisi, lasciando cadere i pantaloni quel tanto che bastava per liberare il suo cazzo, già eretto e venoso per l'adrenalina che gli pompava nelle vene. Afferrò le natiche di Gennaro, separandole con forza, esponendo l'ano stretto e indifeso. Sputò abbondantemente sulla mano, strofinando il lubrificante improvvisato lungo la sua asta dura, poi posizionò la cappella contro l'apertura. Senza esitazione, spinse avanti, il muscolo che si contraeva inutilmente contro l'invasione. Gennaro si irrigidì, un urlo soffocato che gli morì in gola mentre Valery affondava centimetro dopo centimetro, il cazzo che dilatava le pareti interne con una pressione brutale. Iniziò a pompare, colpi lenti ma potenti, il bacino che sbatteva contro la carne flaccida di Gennaro, facendola tremare. Ogni affondo era profondo, sfregando contro la prostata in modo che mescolava dolore e una reazione involontaria del corpo. Gennaro ansimava, il sudore che gli colava dalla fronte, ma l'alcol lo teneva in un limbo di semi-coscienza, incapace di reagire pienamente. Valery accelerò, le spinte che diventavano martellate rabbiose, il suono della pelle contro pelle che echeggiava piano nella stanza. Dopo minuti di questo assalto ritmico, sentì l'orgasmo montare: con un grugnito represso, venne dentro di lui, fiotti caldi di sperma che inondarono l'intestino, colando fuori quando si ritrasse lentamente, il cazzo lucido e soddisfatto.

Marco prese il posto senza pausa, il suo corpo massiccio che ombreggiava il letto. Il suo cazzo era spesso come un polso, venoso e pronto. Posizionò le gambe di Gennaro più divaricate, ignorando i deboli tentativi di divincolamento. Sputò direttamente sull'ano già arrossato e scivoloso di seme, poi spinse dentro con una sola, potente spinta. Gennaro emise un lamento roco, il corpo che si inarcava contro le manette. Marco lo inculò con forza primordiale, afferrando i fianchi e tirandolo indietro a ogni affondo, come se volesse spezzarlo in due. Il ritmo era irregolare, selvaggio: colpi profondi che facevano sobbalzare il letto, le palle pesanti che sbattevano contro quelle di Gennaro. Il dolore era lancinante ora, l'ano che si gonfiava e bruciava, ma Marco non rallentò. Continuò a scoparlo, il sudore che gli gocciolava sul dorso di Gennaro, mescolandosi al caos. Quando venne, lo fece con un fremito violento, il suo carico abbondante che traboccava, lasciando rivoli bianchi sulle cosce.

Luca era successivo, il suo fisico snello che contrastava con la ferocia nei movimenti. Il cazzo lungo e curvo gli permise di penetrare in un angolo diverso, sfregando contro punti sensibili che strappavano gemiti involontari da Gennaro. Entrò piano all'inizio, assaporando la resistenza del muscolo esausto, poi accelerò in un turbine di spinte rapide e precise. Le mani di Luca come artigli sulle spalle, lasciando segni rossi, mentre pompare dentro e fuori, il seme precedente che facilitava l'attrito scivoloso. Gennaro tremava, il corpo tradito da spasmi, il respiro corto e affannoso. Luca lo portò al limite, ogni affondo un'umiliazione silenziosa, fino a eiaculare con un sospiro controllato, il liquido che si aggiungeva al disastro interno.

Paolo, tozzo e compatto, seguì con urgenza brutale. Il suo membro era corto ma incredibilmente spesso, stirando l'apertura oltre il tollerabile. Spinse dentro con grugniti sommessi, il culo di Gennaro che cedeva con un suono umido. Iniziò a martellare, colpi corti e violenti che facevano vibrare il corpo di Gennaro. Le manette tintinnavano a ogni spinta, i polsi rossi e spellati. Paolo afferrò i capelli unti di Gennaro, tirandogli la testa indietro, esponendo il collo sudato. Continuò a inculare senza pietà, il ritmo che accelerava fino a un orgasmo esplosivo: venne profondo, il seme che pulsava contro le pareti infiammate, ritraendosi con un pop bagnato.

Dario, il più giovane, chiuse il cerchio con un'energia febbrile. Il suo cazzo era dritto e pulsante, e lo ficcò dentro il canale ormai lubrificato e devastato senza esitazione. Spinse forte, le mani che stringevano le cosce, lasciando lividi viola. Ogni affondo era profondo e possessivo, sfregando contro il manganello invisibile del dolore accumulato. Gennaro era un relitto ora, il corpo inerte ma cosciente quel tanto da sentire ogni invasione. Dario lo scopò con passione rabbiosa, il bacino che sbatteva in un frenzy, fino a venire con un tremito, il suo sperma che mescolava tutto in un caos appiccicoso.

Ma non era finita. Valery estrasse dalla borsa il manganello, un bastone di gomma nera spesso come un avambraccio, usato per perquisizioni ma ora strumento di tortura. Lo lubrificò con un po' di vasellina e il fluido misto sul letto, poi lo posizionò contro l'ano dilatato. Spinse piano, centimetro dopo centimetro, ignorando i gemiti strozzati di Gennaro. La gomma dura entrò profondo, riempiendolo fino a metà lunghezza, premendo contro le pareti sensibili. Gennaro si contorse, il corpo che si inarcava in agonia, le lacrime che gli rigavano il viso.

Poi, Luca tirò fuori il dispositivo elettrico: un piccolo taser modificato, con fili e elettrodi. Li applicarono ai testicoli di Gennaro, la pelle floscia e sensibile. La prima scarica partì con un crepitio secco: il corpo di Gennaro schizzò in avanti, i muscoli che si contraevano in spasmi violenti, il manganello che amplificava il dolore come un conduttore avendo dilatato il culo al massimo . Un urlo soffocato sfuggì, ma Paolo lo tappò con la mano. Seconda scarica, più intensa: i coglioni pulsavano di elettricità, ondate di agonia che gli attraversavano il basso ventre, facendolo pisciare un rivolo involontario sul letto. Terza e ultima, la peggiore: Gennaro tremò come in preda a una crisi, il sudore che lo inzuppava, il marchio del dolore inciso nel suo essere.

Per il tocco finale, Valery accese il fornelletto portatile, la fiamma che danzava blu. Scaldò la punta di un piccolo attizzatoio fino al rosso incandescente. Premette contro la natica destra di Gennaro, la carne che sfrigolava all'istante, l'odore di bruciato che riempì l'aria. Il simbolo – una V netta e crudele – si marchiò profondo, bolle che si formavano mentre Gennaro sveniva, il corpo che crollava inerte.

Silenzio. Lavorarono veloci: iniezione di narcotico nel collo per tenerlo fuori fino al mattino. Cambiarono le lenzuola macchiate, pulirono il pavimento con stracci, rimossero ogni traccia di sangue, sperma e sudore. Le manette sparirono nella borsa, il manganello estratto e pulito. Enrica tornò dopo il segnale, scivolando nel letto con un sospiro esausto, fingendo sonno accanto al marito devastato.

Al risveglio, il sole filtrava dalle persiane polverose. Gennaro aprì gli occhi con un mal di testa che sembrava un martello pneumatico. Il corpo era un inferno: il culo in fiamme, un vuoto pulsante che lo faceva gemere a ogni movimento; i testicoli gonfi e doloranti, come se fossero stati schiacciati; e quel marchio sulla pelle, un segno nero e irregolare che bruciava al tatto. Si alzò barcollando, guardandosi allo specchio: lividi ovunque, graffi, e quell'odore fantasma di fumo e metallo. Enrica era in cucina, canticchiando mentre preparava il caffè, il viso sereno come se la notte fosse stata tranquilla. 'Buongiorno, tesoro. Dormito bene?' disse lei, porgendogli la tazza con un sorriso dolce. Ma Gennaro la fissò, l'orrore che gli attanagliava l'anima. Quegli occhi, quel sorriso – non era sua moglie. Era il demonio incarnato, una creatura delle tenebre venuta a punirlo per i suoi peccati. Tremando, si ritrasse contro il muro, il terrore che lo consumava. 'Chi... chi sei tu?' balbettò, ma lei rise piano, versando lo zucchero. Da quel giorno, Gennaro visse nel terrore, ogni ombra un ricordo, ogni tocco di Enrica un artiglio infernale. E lei? Continuò a pagare il pizzo, ma ora con un senso di pace oscura, sapendo che il diavolo aveva già reclamato la sua anima.
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