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Gay & Bisex

Carico proibito 7


di MASQUARATE
16.10.2026    |    1.513    |    4 9.9
"Mauro restò in silenzio, il cuore ancora accelerato, mentre la mano di Paolo tornava a posarsi sulla sua coscia..."

Il controllo al confine fu rapido. Paolo consegnò i documenti, rispose a due domande e fece cenno a Mauro di restare in silenzio. La sbarra si alzò. Entrarono in Austria.
Guidarono per circa un’ora. Il paesaggio era più verde, l’aria più fresca. Poi Paolo uscì in una piazzola quasi deserta, a pochi metri dal rumore costante dell’autostrada. Solo il vento e il passaggio dei mezzi.
Spense il motore e scese. Mauro lo seguì. Si allontanò di qualche passo, abbassò la cerniera e pisciò sull’erba secca. Quando ebbe finito, Paolo era già lì, una sigaretta accesa tra le labbra. Si era calato i pantaloni sotto le palle. Il cazzo era pesante, semi-duro.
«In ginocchio.»
Mauro obbedì. L’asfalto era freddo sotto le ginocchia. Prese il cazzo dello zio in mano, lo accarezzò un momento, poi lo prese in bocca. Questa volta si impegnò. Usò la lingua come gli aveva insegnato, rilassò la gola, respirò col naso. Paolo fumava, una mano posata sulla sua testa, guardando di tanto in tanto i camion che sfrecciavano a pochi metri.
Quando venne, Mauro non tossì. Deglutì tutto. Ogni goccia. Solo alla fine si staccò, le labbra lucide, e alzò gli occhi.
Paolo gli accarezzò la guancia con il pollice, soddisfatto.
«Bravo. Stavolta l’hai preso tutto.»
Non gli toccò il cazzo. Non lo fece venire. Si rialzò i pantaloni, finì la sigaretta e risalì in cabina. Mauro lo seguì con le palle doloranti e il sapore ancora in bocca.
Ripresero a guidare.
«Tra poco arriviamo al primo deposito», disse Paolo dopo un po’. «Scarichiamo e ripartiamo. Stai vicino al camion.»
Nel pomeriggio raggiunsero un grande magazzino industriale alla periferia di una cittadina austriaca. Camion, muletti, operai in tuta. Paolo cominciò lo scarico con due dipendenti della ditta. Mauro, dopo un po’, si allontanò cercando i bagni.
Li trovò in un prefabbricato grigio sul lato del piazzale. Entrò. L’odore di disinfettante e pisciato. Un operaio era già lì, in piedi all’orinatoio. Uomo sulla quarantina, spalle larghe, braccia scure di sole e lavoro. Stava pisciando. Mauro si fermò. Lo guardò. Il cazzo era scuro, spesso, con il prepuzio ancora un po’ avanti.
L’uomo girò la testa. Li fissò. Poi fece un piccolo cenno con il mento verso i cessi chiusi.
Mauro entrò in uno. L’operaio lo seguì e chiuse la porta. Senza una parola si calò i pantaloni. Mauro si sedette sulla tavoletta e lo prese in bocca. Usò le tecniche che lo zio gli aveva insegnato quella mattina: lingua lenta, gola aperta, ritmo regolare. L’uomo gemette basso, una mano sui capelli biondi di Mauro, ma quando sentì che stava per venire lo tirò indietro.
«No», disse in tedesco. Poi lo afferrò sotto le ascelle, lo sollevò e lo girò. Gli fece mettere le mani al muro. Gli calò i jeans e i boxer fino a metà coscia. Sputò due volte, si bagnò il cazzo e spinse dentro.
Fu rude. Non aspettò che Mauro si abituasse. Cominciò subito a fotterlo con colpi lunghi e decisi. Mauro gemette forte, la fronte contro il muro freddo. L’uomo gli pizzicava i capezzoli con le dita callose e gli leccava il collo, la barba corta che gli graffiava la pelle. Ogni spinta era secca, profonda.
Mauro venne senza essere toccato. Il cazzo gli esplose contro il muro del cesso, a ondate, mentre il corpo si contraeva intorno a quello dell’operaio. L’orgasmo lo strinse così forte che l’uomo emise un grugnito e si scaricò dentro di lui, caldo e abbondante.
Gli diede uno schiaffo secco su una natica, mormorò qualcosa in tedesco e si ritirò. Si rialzò i pantaloni e uscì senza voltarsi.
Mauro restò un momento appoggiato al muro, ansimante. Poi si voltò, si sedette di nuovo sulla tavoletta e si svuotò completamente. Si pulì alla meglio con la carta, si rialzò i jeans e uscì.
Nel piazzale Paolo aveva finito. Stava chiudendo il cassone.
«Tutto ok?», chiese mentre salivano in cabina.
Mauro annuì. Aveva ancora le gambe un po’ molli e sentiva la sborra dell’operaio scivolare tra le natiche.
Proprio mentre chiudevano lo sportello, una voce rauca e allegra gli arrivò da dietro, in un italiano storpiato:
«Sciao, bel culo!»
Mauro si voltò di scatto. L’operaio del bagno era fermo a una decina di metri, un sorriso storto in faccia, e gli faceva un cenno con la mano.
Paolo alzò un sopracciglio, guardò il tizio, poi Mauro. Non disse niente. Si limitò ad avviare il motore e a rimettere la prima.
Il camion uscì dal deposito. Mauro restò in silenzio, il cuore ancora accelerato, mentre la mano di Paolo tornava a posarsi sulla sua coscia.

Paolo guidò in silenzio per qualche minuto. Poi, senza togliere gli occhi dalla strada, chiese:
«Il tizio. Cos’ha fatto?»
Mauro deglutì. Raccontò tutto. La pipì, lo sguardo, il cenno, il pompino seduto sulla tavoletta, le tecniche che aveva usato, il rifiuto di venire in bocca, come l’aveva girato contro il muro e lo aveva preso rude, le dita sui capezzoli, la lingua sul collo, come era venuto senza essere toccato e come quello si era svuotato dentro di lui. Alla fine aggiunse anche lo schiaffo e il «sciao bel culo».
Paolo lo guardò di traverso. Un mezzo sorriso gli aprì la barba.
«E brava la mia troietta.»
Strinse un poco la coscia di Mauro.
«Per oggi non lavoriamo più. Relax. Domani si ricomincia.»
Dopo circa un’ora uscirono in un’altra piazzola, più grande della precedente. Mangiarono qualcosa al bar, in silenzio. Poi andarono alle docce.
L’acqua era calda. Paolo entrò nello stesso box di Mauro senza chiedere. Aveva già il cazzo duro, pesante, che gli batteva contro la coscia. Si insaponarono. Fuori, oltre le porte a metà altezza, due o tre camionisti li guardavano e parlavano tra loro in tedesco, ridendo basso. Qualcuno fece una battuta che Mauro non capì, ma il tono era chiaro. Paolo se ne fregò. Continuò a lavarsi, ogni tanto sfiorando il culo di Mauro con il dorso della mano.
Quando furono puliti e asciutti tornarono al camion. Paolo si sistemò sulla cuccetta, si accese una sigaretta e soffiò il fumo verso il tetto.
«Leccami dappertutto.»
Mauro era già eccitato da morire. Si chinò. Cominciò dai piedi, la lingua calda sulle caviglie, poi le polpaccia, le cosce pelose. Salì. Il ventre, il petto coperto di peli scuri, le ascelle dove l’odore di sapone e di maschio era più forte. Le braccia, le mani. Poi scese di nuovo. Prese il cazzo duro in bocca, lo leccò con cura, le palle, il perineo. Quando arrivò al buco di Paolo, ci passò la lingua sopra più volte, spingendo appena.
Paolo tirò una boccata di sigaretta e, senza dire niente, gli infilò due dita nel culo. Poi tre. Le mosse piano mentre Mauro continuava a leccarlo. Quando la sigaretta fu finita, la spense e gli diede un colpetto sulla spalla.
«Sali. A cavalcioni.»
Mauro gli montò sopra. Paolo si tenne il cazzo fermo e lo fece scendere piano. L’ingresso era ancora un po’ aperto, ma il diametro lo fece gemere comunque. Quando fu tutto dentro, Paolo lo afferrò per la nuca e lo baciò. Un bacio profondo, umido, possessivo. Una mano gli stringeva un gluteo, l’altra gli accarezzava la schiena e ogni tanto scendeva a toccargli il cazzo.
I finestrini erano aperti. I gemiti di Mauro uscivano chiari nella piazzola.
Si formò di nuovo un gruppetto. Quattro, cinque camionisti. Commentavano a voce alta, qualcuno già con la mano dentro i pantaloni.
«Fallo scendere, cazzo…»
«Daccelo un po’…»
Paolo li ignorò completamente. Continuò a baciare Mauro e a farlo salire e scendere sul suo cazzo, sempre più veloce. Poi cominciò a dare colpi di anche dal basso, forti, secchi. Mauro quasi ululava. La testa gli cadeva all’indietro, i capelli biondi gli si appiccicavano alla fronte sudata, gli occhi socchiusi.
Vennero quasi insieme. Mauro per primo, sborrando tra i loro ventri senza che nessuno gli toccasse il cazzo. Le contrazioni lo strinsero intorno a Paolo, che emise un ringhio basso e si scaricò dentro di lui, tenendolo premuto fino in fondo.
Ci fu qualche fischio. Un paio di applausi lenti. Qualche commento in tedesco e in italiano storpiato.
Mauro restò a cavalcioni, ansimante, un disastro di sudore e sborra. Guardò lo zio negli occhi. Era perso. Le pupille dilatate, le labbra socchiuse, ancora pieno del cazzo che pulsava dentro di lui.
Paolo gli accarezzò la guancia con il pollice, la voce roca:
«Bravo ragazzo. Adesso resta così un momento.»
Fuori il gruppetto non se n’era ancora andato. Qualcuno aspettava. Paolo non sembrava avere nessuna intenzione di accontentarli. Almeno non subito.
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