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Gay & Bisex

MyFans - 2


di adad
24.04.2024    |    5.296    |    4 9.6
"Lo salutai con un ultimo bacio e poi tornai a guardare Fulvio, che mi fissava stremato, ma con gli occhi brillanti..."

Restammo d’accordo che ci saremmo rivisti dopo un paio di giorni: doveva parlarne con la compagna, poi sentire l’amico che si occupava delle riprese, del montaggio, di tutto il lato tecnico, insomma. Mi creava problemi che ci fosse un terzo?
“Assolutamente no: -gli risposi, mentre uscivamo per recarci allo studio - lo avevo dato per scontato. Da quel poco che ho visto del tuo filmato, non era una ripresa da punto fisso, quindi, doveva esserci per forza un operatore.”
Quello che non dissi è che la presenza di un terzo nelle vesti di un tecnico, avrebbe stimolato ulteriormente le mie pulsioni esibizionistiche, specialmente se era giovane e figo.
Non tanto giovane, diciamo sulla quarantina, ma decisamente un bell’uomo era quello che ci accolse in questa sorta di capannone, al cui interno erano stati ricreati vari ambienti: un salotto, una camera da letto ecc.
“Giri con lui, oggi?”, chiese a Fulvio.
“Lui si chiama Tony. – rispose – E, sì, giro con lui.”
“Ok. Io sono Renzo, - si volse verso di me, porgendomi la mano – ho già lavorato con altri gay, per cui non farti problemi.”
“Tranquillo, non me ne faccio.”
“Come volete organizzarvi?”, chiese ancora.
“Tu che preferisci?”, mi chiese Fulvio, indicandomi i vari ambienti.
“Io direi la camera da letto, che ci si muove meglio.”
“Vada per la camera da letto, allora. Hai qualche idea?”, mi chiese ancora.
“Potremmo fare che tu sei sdraiato sul letto in maglietta e boxer… cioè, dipende da quello che indossi.”
“Porto i boxer.”
“Perfetto. Sei sul letto che guardi qualcosa sullo smart. Io arrivo, mi sdraio vicino a te e… beh, vediamo quello che succede, improvvisiamo.”
Renzo andò a preparare la sua attrezzatura, Fulvio entrò in camera da letto, si tolse camicia e pantaloni, restando in boxer, quei boxer che già conoscevo, e maglietta, e fece per sdraiarsi sul letto.
“Anche i calzini,”, gli gridai.
Lui sorrise e se li sfilò, gettandoli nel mucchietto degli altri vestiti. Accese lo smart e cominciò a guardare probabilmente uno dei suoi video.
Renzo azionò la sua videocamera, spostandosi per riprendere la scena da varie angolature. Quando mi fece un cenno con la mano, io entrai nel campo visivo e mi avvicinai al letto.
Fulvio mi accolse con un sorriso.
“Vieni, vieni.”, mi disse.
“Cosa stai guardando?”
Beh, vi risparmio il resto dei dialoghi, notevoli solo per la loro inutilità. Ma, del resto, la loro funzione era unicamente di arrivare all’azione, e il più presto possibile. Al suo invito, mi tolsi le scarpe e mi sdraiai accanto a lui.
“Cos’è?”, chiesi allungando l’occhio sul display dello smart, in cui si vedevano due, un uomo e una donna che facevano certe cose.
Era uno dei suoi video, naturalmente.
“Ma quello sei tu!”, esclamai, fingendo al meglio la mia meraviglia.
“Uhuh!”, mugugnò lui compiaciuto.
“Fammi vedere, dai!”, dissi io, cercando di strappargli di mano il telefono.
Ma lui lo allontanò e io mi gli addossai ancora di più, per continuare a guardare.
Ero sdraiato alla sua destra e lui aveva allungato distrattamente la gamba destra sopra le mie, così, senza volerlo mi ritrovai a poggiargli la mano sulla coscia.
Stavolta, sentii veramente un brivido elettrico risalirmi il braccio, ma lui non si accorse di niente.
Continuò a guardare il video, mentre io continuavo a carezzargli la coscia, spostando sempre più la mano verso la sommità. Stavo per infilargli le dita sotto l’orlo dei boxer, quando finalmente se ne accorse.
“Cosa fai?”, mi chiese, scostandomi la mano.
“Oh, scusa, - feci sfrontatamente – ma è che mi eccita starti vicino e…”
“Ma non sarai mica frocio, per caso?”
Feci spallucce.
“Non hai voglia di un pompino?”, chiesi invece, mentre dalla sgambatura della coscia gli infilavo la mano sotto i boxer, toccandogli le palle.
Era depilato! Per me non era più una recita, quella, e nel sentirmi sotto le dita la pelle liscia dello scroto, persi del tutto il ritegno e cominciai per davvero a vivere quella che avrebbe dovuto essere una finzione.
Credo che anche Fulvio se ne accorse, perché prese a fissarmi con un’aria strana, mentre scivolavo fra le sue gambe divaricate e mi chinavo ad affondare il volto nel suo inguine aspirando profondamente. Respirai l’odore del suo cazzo, un odore caldo e speziato, di sesso e di colonia, mentre baciavo e mordicchiavo l’asta già turgida, ancora protetta dai boxer.
E non fece alcuna resistenza, quando afferrai l’elastico della cintura e glieli tirai giù, sfilandoglieli prima da una gamba e poi dall’altra. Fissai un momento con voluttà quella magnifica tavola imbandita tutta per me, il cazzo voluminoso adagiato sulla pancia e i coglioni che gli ricadevano pesanti fra le cosce. Aveva i genitali depilati, con solo il ciuffo del pube, quasi a rimarcare la sua virilità.
“Preparati a godere, maschione…”, mormorai, mentre tornavo a chinarmi su di lui.
Mi distesi bocconi fra le sue cosce, puntellandomi sui gomiti, e raccolsi le sue palle sul palmo delle mani: erano grosse, lisce… Non resistetti più e presi a leccarle, avvolgendole con la lingua, risucchiandole in bocca una alla volta, spalmandoci sopra un velo di saliva che, asciugandosi, lo avrebbe fatto rabbrividire. E lo sentii infatti rabbrividire… rabbrividire e sospirare.
Sentivo vagamente Renzo che ci girava attorno, per riprendere la scena da varie angolazioni, ma non ci feci caso più di tanto, anzi in un certo senso stimolò maggiormente il mio esibizionismo, spingendomi ad essere ancora più porco.
Mi accosciai, per essere più comodo, e impugnai il suo cazzo raddrizzandolo. Era ancora incappucciato e aveva la pozzetta, formata dall’orlo del prepuzio, colma di liquido traslucido. Le sue primizie.
Abbassai lentamente il prepuzio fino a mezza cappella, lasciando che il liquido colasse giù, poi tirai fuori la lingua e rapidamente, golosamente lappai quella prelibatezza, che mi pizzicò sulla lingua.
Poi, la sfoderai del tutto, leccandola attorno, passando con la punta della lingua sotto l’orlo della corona svasata, mordicchiando il filetto e slurpandola come un gelato. Fulvio fremeva quasi incontrollabilmente e sentivo vicino il respiro pesante dell’operatore, che doveva essere pure lui su di giri.
Lo spompinai per diverso tempo, tornando a leccargli le palle, quando capivo che stava per venire, in modo da ritardargli l’orgasmo.
Ad un tratto, del tutto inaspettatamente per lui, gli presi le caviglie e gli ribaltai le gambe, con le ginocchia sul petto: non fece neanche in tempo ad accorgersene, che già gli ravanavo con la lingua nel buco del culo.
“Cosa fai?”, lo sentii chiedere debolmente, ma non mi diedi la briga di rispondergli, se non leccandogli l’orifizio ancora più a fondo.
“Mi sta leccando il culo… mi ficca la lingua tutta dentro il buco…”, lo sentii dire stolidamente all’operatore che si era avvicinato a riprendere la scena in primo piano. Non era depilato nello spacco, ma per fortuna la mia lingua trovò soltanto una leggera peluria, che non le creò problemi.
Era ormai una pera matura, me ne accorsi dal suo respiro, era pronto per sborrare al meglio. Allora, lasciai che ridistendesse le gambe e tornai ad occuparmi del suo cazzo, che ormai fremeva e colava al minimo tocco. Glielo ripresi in bocca e mi bastarono poche mosse, perché Fulvio si accartocciasse, in un certo senso, e con un grugnito profondo cominciasse a riempirmi la bocca d’un siero denso, caldo, dolciastro. Lo ingoiai, centellinandolo, per godermelo al meglio; poi continuai a slinguare il bigolone viscido, finché non fu del tutto molle. Lo salutai con un ultimo bacio e poi tornai a guardare Fulvio, che mi fissava stremato, ma con gli occhi brillanti.
“Sapevo che gli anziani sono porci, ma non immaginavo…”, disse con voce ancora fioca.
Renzo aveva smesso di riprendere e stava risistemando l’attrezzatura.
“Complimenti, - mi disse – ottima performance.”
“Grazie, - sorrisi – faccio quello che posso.”, e notai che aveva un certo ingrossamento sul davanti.
“Che pompino, ragazzi!”, ghignò Fulvio, mentre si rivestiva.
Renzo ci assicurò che avrebbe montato il video in un paio di giorni, così da poterlo mettere in rete quanto prima.
“Allora, come sono andato?”, chiesi scherzosamente, una volta in macchina.
Lui annuì sorridendo.
“Niente male.”
“In pratica ho una carriera davanti.”
Ridemmo entrambi e cambiammo discorso.
***
Qualche settimana dopo, Fulvio mi si precipita in casa, agitando una busta di un
certo spessore.
“Tatatatà”, proclama sulle note di Radio Londra.
“Cos’è?”
“Aprila.”, disse lui, consegnandomela.
La aprii: conteneva un certo numero di banconote da 50 €, a occhio e croce saranno stati un migliaio di euro. Aggrottai le ciglia e scossi la testa in segno di domanda.
“La tua parte del video.”, mi disse lui raggiante.
“Tutti questi soldi per un pompino?”
“Te l’ho detto che si guadagna bene.”
“Accidenti, e io che mi sono fatto il culo per una vita intera e tutti questi soldi non li vedevo neanche a fine mese! Dobbiamo rifarlo.”
“Sono qui apposta.”
Ci mettemmo d’accordo e un paio di pomeriggi dopo, eravamo negli studi di posa, con Renzo che preparava le sue attrezzature.
“Come vogliamo procedere?”, mi chiese Fulvio.
“Beh, visto che tu sei il bravo ragazzo circuito dal vecchio porco, facciamo che stai dormendo… diciamo seminudo, solo con le mutande… Io arrivo e faccio la mia parte. Ovviamente, tu hai il sonno molto duro.”
“Ma stavolta deve incularti, - intervenne Renzo – alla gente piace vedere un giovane che incula un anziano.”
“Ok, e magari mi viene dentro. – dissi – Mi piace sentire lo sperma che mi cola fuori.”
“Tranquillo, conosco il mio mestiere.”, ridacchiò lui.
Qualche minuto dopo, facevo il mio ingresso nella camera da letto. Fulvio era disteso sul letto a pancia in giù. Indossava un paio di slip, il cui candore, nella penombra dell’ambiente, metteva magnificamente in risalto la carnosa rotondità delle sue chiappe. Avanzai in punta di piedi per non svegliarlo, mentre fissavo ammaliato quel corpo superbo, sul quale fra poco avrei messo le mani. Per lui era una finzione, ma il mio scombussolamento era tragicamente vero.
Col cuore che mi pompava a mille, mi tolsi scarpe e pantaloni, e mi sdraiai sul letto. Gli sfiorai il culo, dapprima con la punta delle dita, quasi a voler testare la profondità del suo sonno; poi, rassicurato, presi a carezzarlo a tutta mano sulle natiche, sulla schiena, sulle cosce.
Per dare l’idea dell’intensità del mio desiderio, presi a discendere lentamente la sua coscia, baciando e leccando, fino all’incavo del ginocchio, e poi il polpaccio fino alla caviglia. Gli leccai con passione la palma del piede; poi, sollevandolo leggermente, riuscii a prendergli l’alluce in bocca, succhiandoglielo come un piccolo cazzo. Riportai, quindi, la mia attenzione sul suo culo e furono carezze e baci sempre più audaci, via via che tiravo giù gli slip, fino a scoprirgli del tutto le natiche. Affondai il volto nello spacco del culo, allungando la lingua per raggiungere il buchetto, ma in quella posizione era impossibile.
Allora, manovrai piano piano per girarlo e lui recitò magnificamente, perché ad un certo punto si voltò grugnendo, senza aprire gli occhi. Il cazzo era turgido e pulsante sotto gli slip, ma per il momento lo lasciai in pace, preferii annusare e
respirare l’afrore maschio delle ascelle sudate, vellicargli i capezzoli con la punta della lingua, baciargli e leccargli l’addome piumoso, mordicchiare l’asta ancora compressa negli slip, strofinandoci sopra il naso e le labbra.
Avrei adorato quell’uomo per tutta la vita…
Finalmente, gli liberai il cazzo e fu una gioia per i miei sensi… e per la mia anima.
Incurante del pericolo che potesse svegliarsi, presi a leccarlo, slurpandone il sugo copioso, e facendomelo scivolare in gola, fin quasi a ingozzarmi. Nel frattempo, gli sfilavo del tutto gli slip, agevolato, devo dire, dai suoi inconsci movimenti.
Allora pasteggiai a lungo con il suo cazzo sbrodoloso e le sue palle gonfie di buon sugo; e con le giuste manovre, riuscii perfino a sollevargli le gambe, abbastanza da raggiungere il buco del culo…
Me ne stavo giusto pascendo gloriosamente, grugnendo con oscena avidità, mentre spingevo la lingua più a fondo possibile nel suo retto, quando Fulvio ebbe la malaugurata idea di svegliarsi.
“Cosa stai facendo?”, saltò su.
“Scusa, - dissi mortificato – non sono riuscito a resistere.
“Porco del cazzo! – replicò infuriato – adesso ti faccio vedere io!”
Mi prese, mi ribaltò a quattro zampe con una forza a cui mai sarei mai riuscito a oppormi, mi appoggiò la cappella untuosa sul buco del culo e spinse dentro. Per quanto fuori allenamento da un pezzo, lo sfintere mi si aprì senza protestare e lo lasciò entrare agevolmente pressoché in un colpo solo.
Una volta dentro, Fulvio prese a scoparmi con una furia così realistica, che mi chiesi se e per cosa ce l’avesse con me. Non mi piacque, avrei preferito un approccio più morbido, ma strinsi i denti e gemetti e spasimai voluttuosamente, come richiedeva la mia parte. Direi che questo fu l’unico momento in cui recitai.
Per fortuna, lo avevo cotto a puntino, per cui non ci mise molto a venire: mi scaricò tutto dentro, come d’accordo, poi si tirò fuori col cazzo ancora duro e andò a lavarsi nell’attiguo bagnetto, mentre io restavo sul letto a quattro zampe, con Renzo che riprendeva scrupolosamente il seme lattiginoso, che mi scolava fuori dal buco sfranto.
Era successo qualcosa in quegli ultimi minuti, ma per quanto li esaminassi secondo per secondo, non riuscivo a capire cosa. Tornando a casa, quasi non spiccicammo parola e ci lasciammo con un frettoloso:
“Ciao, alla prossima.”
Una prossima che però non ci fu mai: qualche giorno dopo mi trovai un biglietto nella cassetta della posta, in cui mi spiegava che alla sua compagna non erano piaciute le ultime riprese, che mi aveva trovato troppo partecipativo e gli aveva proibito di vedermi ancora. Mi avrebbe fatto avere la mia parte e… buona fortuna.
Ci rimasi un po’ male, lo ammetto, però tutto sommato era meglio così. Fulvio mi piaceva veramente e se avessimo continuato a frequentarci avrei rischiato una scuffia non indifferente. Il che non è igienico per un anziano come me, quando le difese sono molto più deboli.
Così mi misi il cuore in pace e cercai di non prendermela. Mentirei se dicessi che non ci pensai più: ci pensai, invece, e a lungo, ma con quella maturata
rassegnazione, che mi aiutò a non andare in crisi. Ogni tanto, trovavo una busta nella cassetta delle lettere: era la parte che mi spettava. In questo si dimostrava onesto.

(Continua)
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