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Gay & Bisex

Post Mortem


di adad
30.09.2021    |    6.828    |    10 9.6
"” “Sei mai venuto quassù?” “Non sapevo neanche che esistesse un posto del genere..."
Il cadavere spalancò gli occhi, nel momento stesso in cui il dott. Ardesio si apprestava a incidergli il torace con un coltellaccio…
“Perché mi fai questo?”, chiese, mentre l’altro faceva un balzo indietro, terrorizzato, e il coltellaccio gli sfuggiva di mano e cadeva a terra tintinnando.
“Ma tu sei morto… - balbettò il dottore – cosa diavolo?...”
“Sei così bello…” sospirò il cadavere con dolce mestizia.
Poi, togliendosi la pezzuola, che gli copriva l’inguine, e sfoderando un cazzo in pieno turgore:
“Che ne dici?”, chiese, facendogli l’occhiolino.

Con un gemito strozzato, il dott. Ardesio Tonini, balzò a sedere sul letto, sudato e ansimante: quell’incubo lo aveva sconvolto. Per carità, a turbarlo non era il cadavere in sé: di professione faceva il medico legale e sul tavolo autoptico gliene erano passati di cotti e di crudi; no, a turbarlo era il fatto che lui conosceva quel cadavere nudo ed eccitato, era Marco, infermiere al Pronto Soccorso, quel fantastico gingerino che tanto lo faceva sognare.
Sognare, nel vero senso della parola: praticamente ogni sera il dott. Ardesio si addormentava pensando a lui, fantasticando sulle sue grazie, al momento solo immaginate, abbandonandosi a baci e carezze sempre più evanescenti, via via che il sonno pietoso si impadroniva di lui.
E spesso Marco gli tornava in sogno, ma mai come quella notte. Ancora tremante, si voltò a guardare la sveglia: erano appena la 4… Si sentì la gola secca. Scostò il lenzuolo per alzarsi e scoprì con sgomento di avercelo duro… duro e bagnato… Ma com’era possibile? Come poteva averlo eccitato un incubo simile?
Ripensò al bel corpo levigato, disteso sul tavolo autoptico, quel corpo nudo, come lui se lo immaginava, non avendolo mai visto… c’era una macchia scura all’interno della coscia sinistra.. una voglia che sembrava valorizzare ancora di più il suo pallido incarnato…
Giunto in cucina, aprì il frigo e bevve una lunga sorsata dal cartone del succo d’arancia. Gli tremavano ancora le mani. L’immagine era tuttora vivida nella sua mente, arricchendosi di nuovi particolari, che era però il suo desiderio a suggerirgli. Si rivide con il coltellaccio in mano nell’atto di… Ma perché un coltellaccio? Forse rappresentava il suo cazzo, ripescò dai vaghi ricordi degli studi di psicologia… il suo cazzo che voleva entrare nel corpo agognato di Marco, ma lo viveva per forza di cose come una violenza.
E dire che non si conoscevano neanche, lui relegato nella clinica di medicina legale del grande ospedale e Marco infermiere al Pronto Soccorso. Si erano incrociati qualche volta nel locale della mensa e un giorno era riuscito perfino a metterglisi accanto davanti al banco della distribuzione, ma non era andato oltre un sorriso e un saluto, a cui l’altro aveva risposto con un sorriso e un cenno della testa.
Visto da vicino, lo aveva trovato ancora più affascinante, con quei riccioli rossi, che gli davano un’aria sbarazzina, quasi sfrontata.
Da quel giorno, non gli era più capitato di incontrarlo, del resto, con i turni succede più facilmente di quanto si pensi. Ma non per questo Marco era scomparso dalla sua mente e dai suoi desideri, e l’incubo di quella notte stava a testimoniarlo.
Le settimane successive si intravidero di nuovo alla mensa, ma stavolta qualcosa era cambiato: Marco si guardava spesso attorno, quasi sentisse il richiamo del suo sguardo e quando gli occhi si incrociavano era lui stesso ad accennare un sorriso e a fargli un cenno con la testa.
Poi, un giorno, mentre il dott. Ardesio attaccava il suo ossobuco con risotto, che prometteva di essere alquanto gustoso, qualcuno venne a sedersi al suo tavolo. Alzò gli occhi ed ebbe un tuffo al cuore: era Marco che, deposto il vassoio, gli sorrise e:
“Buongiorno, dottor Tonini. – fece – Ha l’aria di essere buono il suo risotto. Buon appetito.”
Ardesio rimase con la forchetta a mezz’aria.
“Come fa a conoscermi?...”, esclamò.
“Beh, lei è il dottore dei morti, lo sanno tutti… Oh, mi scusi, - aggiunse, temendo di aver detto qualcosa di inopportuno – non volevo offenderla.”
Ardesio scosse la testa.
“Nessuna offesa. In fondo è vero, sono quello che si occupa dei morti. E lei è Marco, se non sbaglio, infermiere al Pronto Soccorso.”
Stavolta, fu l’altro a rimanere col boccone a mezz’aria.
“Mi conosce?”
“Ci teniamo informati. – rispose vagamente Ardesio – Com’è la sua bistecca?”
“Troppo cotta, ma buona.”
Il ghiaccio sembrava essere rotto e la conversazione proseguì su argomenti neutri, mentre continuavano il pranzo.
“Mi ha fatto piacere scambiare quattro chiacchiere con lei. - disse Marco, mentre deponeva il vassoio sulla rastrelliera – Adesso, mi scusi, ma devo tornare in reparto.”
“Già, il lavoro ci aspetta. Ma forse abbiamo tempo per un caffè.”, propose in fretta il dott. Ardesio, col cuore che gli martellava nel petto.
Marco guardò l’orologio.
“Dieci minuti. Ci bastano.”

“Bene, è stato un piacere. - disse Marco, tendendogli la mano, una volta usciti dal baretto dell’ospedale – Alla prossima.”
Ardesio sentì un piacevole formicolio, stringendo quella mano asciutta e nervosa.
“A che ora finisci il turno?”, chiese d’impulso, senza pensarci, trattenendogli la mano un momento di troppo.
“Alle due, - rispose Marco, sorpreso – perché?”
“Mi chiedevo se… se ti andrebbe di bere una birra in compagnia… A meno che tu non abbia altri impegni.”
Ardesio si rese conto che stava facendo la figura dello sciocco, ma le parole gli uscivano da sole.
“Ok - fece inaspettatamente l’altro, con un sorriso che accentuò il fulgore del bel viso lentigginoso – nessun impegno.”
“Ci troviamo nel parcheggio, allora.”
“Facciamo all’uscita, dottore: sono a piedi.”

Alle due e qualche minuto, Ardesio era già con la macchina parcheggiata davanti all’uscita. Non aveva idea di cosa si aspettasse, non aveva idea di cosa volesse fare, non aveva idea di niente, solo che si sentiva colmo di trepidazione, nell’attesa di trovarsi con Marco… da solo… Da solo, già, e poi? Prenderemo una birra, si disse, una birra e basta. E intanto passava in rassegna i posti dove avrebbe potuto portarlo.
Ma intanto Marco non arrivava… le due e cinque… le due e dieci… le due e un quarto… Che gli avesse dato buca?, si chiese con una stretta al cuore. Erano quasi le due e venti e stava per mettere in moto e andarsene, quando un’ombra si profilò al lato passeggero e la portiera si aprì.
“Mi scusi, dottore. – fece Marco, scivolando a sedere – C’era un’emergenza e ho dovuto aspettare che arrivasse il cambio.”
“Nessun problema, - disse Ardesio al colmo del sollievo – so come vanno le cose al Pronto Soccorso. Ma adesso allacciati la cintura: il resto del giorno è nostro.”, e mise in moto.
Proseguirono con una conversazione che si faceva sempre più sciolta: iniziata per forza di cose su argomenti lavorativi, si era fatta via via più sciolta e personale, scoprendo parecchie cose che avevano in comune: erano entrambi liberi, vivevano da soli, avevano la passione per l’attività fisica, la musica, le passeggiate all’aria aperta e così via.
“Quanti anni hai?”, chiese Ardesio ad un certo punto.
“Ventisei, e lei?”
“Trentacinque. Ma diamoci del tu, che ne dici?”
“Ok, dottore…”
“Ardesio, ti prego.”
“Ok… Ardesio… Un nome inusuale, da dove viene?”
“I miei volevano ricordare il loro paese di origine. A me non dispiace.”
Si fermarono a bere una birra ad un chioschetto lungo la statale.
“Sei libero per il prossimo paio d’ore?”, chiese Ardesio, ripartendo.
“Anche il prossimo trio, se è per questo.”, scherzò Marco.
“A meraviglia, allora, voglio portarti in un posto che mi piace molto.”
“Dove?”
“Vedrai”.
Lasciarono la statale e si inoltrarono per una strada secondaria, che dopo una mezzora di curve e tornanti li portò su un pianoro a picco sulla valle: uno spettacolo mozzafiato. Infatti:
“Wow! – fece Marco, appena furono scesi – E’ fantastico.”
“Sei mai venuto quassù?”
“Non sapevo neanche che esistesse un posto del genere.”
“Io ci vengo ogni tanto, quando voglio ritrovare me stesso. Aspetta.”
Andò alla macchina e prese una coperta, che stese a terra sul prato. Il sole della tarda primavera era ancora alto alle loro spalle.
Si distesero, uno accanto all’altro, con le mani incrociate dietro la nuca.
Rimasero a lungo in silenzio, l’uno gustando la piacevolezza del vento che gli scorreva addosso, l’altro con la mente in subbuglio e teso nel tentativo disperato di mantenere il controllo.
“L’altra notte, ho fatto un sogno strano.”, disse Ardesio alla fine.
“Cosa?”, chiese Marco sollevandosi sul gomito, rivolto verso di lui.
“Ho sognato che ero nella mia sala anatomica e c’era un cadavere sul tavolo. Stavo per fargli l’incisione sul petto, quando lui ha aperto gli occhi e mi ha chiesto “Perché mi fai questo?” Io mi sono spaventato e ho fatto un balzo all’indietro. Gli ho detto “Ma tu sei morto”; lui ha risposto qualcosa, poi si è scoperto, si è messo a sedere e… era eccitato!”
“Accidenti! – scoppiò a ridere Marco – Fai sempre questo effetto sui tuoi pazienti? Sei un bell’uomo, Ardesio: qualcuno potrebbe dire che la tua bellezza fa resuscitare i morti!”
Ardesio balzò a sedere.
“E’ la stessa cosa che ha detto lui… - mormorò, rivolgendosi all’altro con gli occhi sbarrati – E non è tutto… quel cadavere… eri tu…”
“Wow! – fece Marco con un soffio – devo preoccuparmi?”
“Cosa?... No, che ti salta in mente? Ti conoscevo solo di vista e mi ha fatto un effetto strano vederti disteso lì, tutto nudo… Eri così bello… ricordo che avevi una voglia scura sulla coscia… e risaltava sulla tua pelle bianca…”
Marco impallidì.
“Una voglia, hai detto?”
“Sì, all’interno della coscia sinistra.”
“Come questa?”, chiese slacciandosi in fretta i pantaloni e sfilandoseli fino alle ginocchia.
All’interno della coscia sinistra c’era una voglia… identica!
“Non capisco…”, mormorò Ardesio.
Contemplò a lungo, assorto, quella macchia scura sulla pelle candida e levigata della coscia; mentre ci passava sopra la punta delle dita e sembrava non accorgersi del brivido che correva sotto la pelle dell’amico. Poi, come incapace di staccare le dita da quella pelle morbida e calda, risalì verso l’alto con la punta delle dita, fissando il rigonfio degli slip, sgualciti e non certo immacolati, dopo un turno di lavoro.
“Mi fai morire…”, sospirò a fior di labbra, arrivando a sfiorarlo.
“Cosa aspetti?…”, mormorò allora Marco, tornando con un fremito a distendersi e ad incrociare le mani dietro la nuca.
Cosa aspetti? Quelle parole risuonarono nella mente ormai imbambolata di Ardesio… già, cosa aspetti? Allora, portò la mano sul morbido rigonfio delle palle, palpeggiandolo delicatamente, mentre il respiro gli si faceva sempre più pesante; quindi, scivolando sulla coperta a pancia in giù, premette il volto sull’inguine di Marco, aspirandone a pieni polmoni l’afrore denso, prima di iniziare a baciare, mordere, leccare l’involto dei coglioni e poi l’asta protesa sotto il tessuto e sempre più turgida. Era da tanto che lo desiderava…
“Mi fai morire… - sospirava fra un bacio e l’altro – mi fai morire…”, e baciava, palpava quello che ormai le mutande stazzonate non gli nascondevano più.
Gli passò le mani dietro le natiche, premendosi ancor più l’inguine contro la faccia, inebriato suo malgrado dall’odore pesante, che ormai non gli dava più alcun fastidio. Poi artigliò l’elastico della cintura e, agevolato da Marco, che sollevò leggermente il bacino, gliele abbassò sotto le palle. Il cazzo, liberato dal contenimento, balzò in alto turgido, il prepuzio ritratto sul glande paonazzo. Ardesio fissò il folto cespuglio ramato… era come lo aveva immaginato nei suoi sogni… Ci affondò il naso, sapeva di sudore e, leggermente, di piscio.
“Mi dispiace, - mormorò Marco con un filo di voce – non sono pulito…”
“Non importa… - rispose Ardesio – niente mi disturba di te… niente…”, e con queste parole, avvolse le labbra attorno alla punta dell’uccello e se lo lasciò scivolare in bocca per una buona metà.
Fu per lui la realizzazione di un sogno: avere in bocca quel cazzo così a lungo agognato, sentirselo vibrare per i fremiti di piacere che lo attraversavano, mentre la sua lingua insaziabile lo avvolgeva, lo risucchiava, ne cercava il nettare, golosa. Lo aveva desiderato, lo aveva sognato, ma mai era arrivato a immaginare che sarebbe stato così bello, così gratificante.
Ardesio continuò a succhiare senza mai toglierselo dalla bocca: ci sarebbe stato tempo per ammirarlo, carezzarlo, leccarlo… l’urgenza, adesso, era farlo godere… farlo sborrare… gustare il succo di quelle palle grosse e pelose.
E non dovette aspettare molto: fosse la sua perizia o la maturale esuberanza del ragazzo, fatto sta che ben presto Marco prese a contorcersi in preda agli spasimi, i suoi gemiti si levavano alti, mentre la bocca vorace di Ardesio lo ingoiava fino alla radice, quindi se lo sfilava e la sua lingua mulinava rapida attorno alla cappella. Ben presto, Marco gli abbrancò le spalle e prese lui stesso a fottergli la bocca, spingendoglielo fino in fondo alla gola… e infine avvenne: dopo un momento di tensione estrema, in cui il mondo sembrò fermarsi, Marco parve come afflosciarsi, mentre dal suo cazzo scaturivano schizzate di sperma, una dopo l’altra, una più corposa dell’altra. Ardesio se lo sentì scorrere sulla lingua, denso e asprigno, e si affrettò a ingoiarlo; e quando il cazzo cominciò a smollarsi, lo tenne fra le mani perché non gli sfuggisse e potesse goderne fino all’ultima goccia, fino all’ultimo scolamento.
Lo aveva ancora tutto in bocca, ridotto ormai a un bigolo inoffensivo, mentre Marco stesso si abbandonava stremato e ansimante.
“Ti piaccio così tanto?”, chiese, quasi incredulo, allorché il respiro gli fu tornato normale.
“Sì… da quando ti ho visto, sei vissuto dentro di me…”, rispose Ardesio, staccandosi da lui e cercando di ignorare la tensione del suo cazzo nelle mutande.
Marco si rimise l’uccello molle nelle mutande e fece per tirarsi su i pantaloni.
“No, - lo fermò Ardesio – lasciati guardare… Finora ti ho soltanto immaginato…”
E stette ad ammirare le belle forme di quel corpo, tirando un po’ su la maglietta e carezzando le gambe snelle e muscolose, mentre l’altro lo fissava con gli occhi ridenti e divertiti.
“Non capisco come ho fatto a immaginare questa voglia, nel mio sogno…”, mormorò ad un tratto, indugiando con la mano sulla macchia scura all’interno della coscia.
“Forse perché c’ero davvero nel tuo sogno…”, disse Marco con un largo sorriso.
“Che vuoi dire?”
“Che forse stavo pensando a te, quando mi hai sognato.”
Ardesio lo fissò incredulo, il significato di quelle parole era troppo bello per poterci credere.
“Pure io ti ho visto alla mensa, cosa credi? – riprese Marco – E ho visto come mi guardavi.”
“E perché non ti sei fatto avanti?”
“L’ho fatto: pensi che mi sia seduto per caso al tuo tavolo, oggi?”
“Che stupido sono! – Ardesio scosse la testa desolato – Merito proprio di essere il medico dei morti!”
“Siamo stupidi in due… - lo rassicurò Marco, attirandolo a sé in un abbraccio – E’ da tanto che desidero baciarti…”

FINE
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