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Gay & Bisex

Una sera, all'improvviso


di adad
15.04.2024    |    12.620    |    10 9.6
"Gli porsi la mano, aprendo la porta; lui me la strinse e poi si protese per un bacio sulla guancia..."
È una storia strana quella che sto per raccontare, per quanto sia assolutamente vera. È successa ormai diversi anni fa e vede come protagonista il sottoscritto e un suo giovane amico, Alberto.
Non importa come ci eravamo conosciuti, spesso la vita ci riserva occasioni bizzarre, fatto sta che eravamo diventati molto amici. Sapevo che lui era etero, ma la cosa non mi interessava: non ho pregiudizi per i diversi; del resto, anche lui sapeva che sono omo e la cosa sembrava lasciarlo indifferente… anche perché non avevo mai fatto nessun tentativo di approccio nei suoi confronti.
Non che non mi piacesse, anzi! Era bello di volto e perfetto nel fisico, che mi venivano i brividi ogni volta che lo vedevo.
All’epoca dei fatti, Alberto doveva avere ventisette o ventotto anni e io una quindicina in più… fateveli voi i conti. Era fidanzato e in procinto di sposarsi.
Era una sera d’estate, quando mi telefonò se poteva venire a trovarmi per fare due chiacchiere. Non era la prima volta.
“Volentieri”, gli risposi tutto euforico, già pregustando il piacere di poterlo ammirare e… desiderare.
Sperai che venisse in pantaloncini corti; purtroppo era in jeans, quando gli aprii la porta, ma un paio di jeans molto aderenti, che gli mettevano in risalto un bel sedere sul di dietro e un bel pacco sul davanti. Sopra, indossava una camicia celestina, sbottonata fino a metà petto. Insomma, la classica visione mozzafiato, come si usa dire.
“Ciao”, mi sorrise, porgendomi un pacchetto di dolci, che doveva aver comprato alla vicina pasticceria.
Evitai le solite cavolate “non dovevi disturbarti” e simili: se uno ti porta un regalo è perché ha voglia di fartelo e, personalmente, trovo doveroso accettare sempre con un grato sorriso.
“Grazie, gli dissi infatti e lo feci accomodare in soggiorno.
Ormai di casa com’era, si stravaccò sul divano, mentre io andavo in cucina a spacchettare i dolcetti e prendere qualcosa da bere.
Chiacchierammo del più e del meno, mentre sgranocchiavamo quelle deliziose pastine, mi parlò della sua ragazza e delle nozze ormai imminenti; io parlai di qualcosa che non ricordo, poi ci mettemmo a guardare un film sulla televisione.
Era una sera d’estate, non ricordo se di fine giugno o dei primi di luglio, sono passati parecchi anni, e faceva caldo, nonostante ci fossero le finestre spalancate: io, con i miei pantaloncini corti e la maglietta, stavo bene, lui, però, con i jeans lungi e attillati, doveva soffrire un po’, ma ovviamente mi guardavo bene dal dirgli: “Mettiti comodo”. Sarebbe significato per lui rimanere in mutande: un sogno per me, ma certo imbarazzante per lui. Insomma, ci sono delle convenienze sociali di cui dobbiamo tener conto in ogni caso.
Ad un certo punto, il disagio dovette diventare pesante anche per lui, perché si sfilò le scarpe e i calzini, dicendomi:
“Scusa”
“Figurati”, risposi e gli tirai una sedia davanti, in modo che potesse poggiarci i piedi.
Così stava visibilmente meglio… lui; quanto a me, trovandosi fra me e il televisore, i miei occhi dovevano sorvolare sui suoi piedi, prima di arrivare allo schermo. Dovevano sorvolare… avrebbero dovuto sorvolare sui suoi piedi… ma in realtà si fermavano lì.
Intendiamoci, io non sono un feticista dei piedi, non lo sono mai stato: del cazzo, del buco del culo, e altro sì, ma i piedi non avevano mai fatto parte del mio immaginario erotico, neanche alla sezione maso. Mai avevo spasimato per leccare i piedi di qualcuno, ma quella sera, quelli di Alberto attirarono dapprima la mia attenzione, poi il mio interesse, infine la mia libidine. Non riuscivo a staccarci gli occhi, mentre mi sentivo rimescolare tutto.
Alla fine, non ressi più.
“Perdonami, Alberto, - gli dissi, cercando di assumere un tono disinvolto – non sono un feticista dei piedi, ma trovo i tuoi davvero affascinanti…”
“Addirittura!”, ridacchiò senza imbarazzo.
“Ho voglia di carezzarli un momento, me lo permetti?”
Lui mi guardò e fece spallucce.
“Accomodati pure.”
Allora, mi inginocchiai accanto alla sedia, presi un suo piede fra le mani e cominciai a lisciarlo delicatamente. La pelle del dorso era levigata, con una leggera spruzzata di peli, castani come i suoi capelli. Carezzai anche l’altro: erano puliti avevano solo quel leggero sentore di cuoio, che trovai estremamente eccitante. Sollevai gli occhi e gli sorrisi, lui mi fissava con un’espressione strana sul volto, come di soddisfazione. Fu in quel momento, che me ne resi conto per la prima volta: Alberto era un dominante e io stavo per finire soggiogato dal suo magnetismo. Cioè, il pensiero non mi era ancora ben chiaro: quello che provavo era solo il desiderio di non smettere quelle carezze, di continuare e anzi di … baciarli. E d’impulso li baciai, prima uno, poi l’altro.
Mi aspettavo un: “Ma che stai facendo?”, ma non mi giunse niente e io continuai a baciarli, sul dorso, sulla pianta, ruvida e leggermente sudata, inebriandomi del loro aroma così nuovo per me… Ero del tutto perso nell’adorazione di quei piedi e più che eccitarmi, la cosa mi faceva sentire gratificato.
Fu baciando la punta di uno degli alluci, che le mie labbra si dischiusero, lasciandomi penetrare in bocca quel grosso dito. Aveva il sapore salaticcio della pelle sudata, ma lo trovai delizioso. Ci avvolsi attorno la lingua e iniziai a succhiarlo, quasi fosse un piccolo cazzo. Ormai ero in preda ad un vero furore delirante: presi a leccare ogni piccolo dito, passando la lingua nello spazio fra l’uno e l’altro; li leccavo animatamente sul dorso e poi sulla pianta, mordicchiandone il tallone rasposo. Ogni tanto mi giungeva come un sospiro lontano, talmente lontano che non ci badavo, perso a leccare ogni centimetro quadrato di quei piedi sublimi… Sì, sublimi: tali me li rendeva la scoperta di quel piacere nuovo per me, ma inebriante… Ero ormai soggiogato e avrei continuato ancora per chissà quanto, ma a riscuotermi fu un sospiro più profondo.
Sollevai lo sguardo e rimasi allocchito: Alberto si era sbottonato i pantaloni, si era tirato fuori l’uccello e si stava masturbando con gli occhi fissi su di me.
In quel momento mi giunse l’afrore pungente del suo cazzo in calore. Mi leccai le labbra e d’impulso, come tutto il resto quella sera, mi spostai, sempre in ginocchio, verso di lui e:
“Per favore…”, gli dissi in tono quasi implorante.
Lui si fermò, se lo tenne diritto con due dita e:
“Succhiamelo, porco!”, disse, porgendomelo.
Lo presi in mano: era bagnato degli umori che nel frattempo erano colati fuori. Senza indugiare, me ne cacciai in bocca oltre la metà. Non era un cazzo enorme ma aveva la sua bella consistenza. Lo slurpai un po’, raccogliendo e gustando il sughetto amarognolo che lo cospargeva; lo ripulii per bene, prima di prendere a succhiarglielo sistematicamente.
Alberto, si sbottonò del tutto la patta, e questo mi diede agio di infilare una mano a carezzargli e sprimacciargli i coglioni i coglioni molli ed implumi.
“Che bravo pompinaro… - osservò ad un certo punto – Dai, continua, fammi godere.”
Ma non avevo bisogno di questi incitamenti: avrei continuato per ore a succhiare e slurpare quel bel cazzo, e quanto a farlo godere… era l’unica mia aspirazione. Ero talmente concentrato nel portarlo al massimo del piacere, che non mi era venuto neanche duro, come mi accorsi più tardi. Leccai, mordicchiai, slurpai, teso al massimo per dargli il meglio di me.
“Vengo, troia! – lo sentii sospirare ad un certo punto – Ti vengo in bocca…”
Forse voleva che mi togliessi, ma potete figurarvi se lo avrei privato della soddisfazione di sborrami in bocca: glielo dovevo… e lo dovevo anche a me stesso, per tutti gli anni che lo avevo desiderato.
Per altri versi non ero ancora pronto a mettere fine a quel gioco, non ero pronto a lasciar andare quel cazzo, dopo averlo agognato per anni; pensai di rallentare il ritmo onde ritardargli l’orgasmo, ma era troppo tardi: la soglia era già stata superata, lo sperma aveva forzato la porta e già percorreva a ondate la grossa vena. Alberto si irrigidì grugnendo, e contemporaneamente mi sentii riempire il cavo orale di sugo denso e viscoso, che mi affrettai a deglutire, prima che mi ingozzasse. Così, furono solo le ultime emissioni che riuscii ad assaporare, prima di ingoiarle. Aveva una strana consistenza, come una vellutata, e un sapore dolciastro con un retrogusto amaro, che mi raspò la gola.
Quasi preso da una sorta di disperazione, che fosse già tutto finito, continuai a succhiare e leccare, incurante che gli si stesse smollando; finché fu lui a togliermelo letteralmente dalla bocca, alzandosi e rimettendosi a posto.
“Vado un momento in bagno.”, mi disse con tono indifferente.
Poco dopo sentii lo scroscio del suo piscio nell’acqua della tazza. Mi vennero i brividi: avrei voluto andare da lui, pregarlo che mi permettesse almeno reggerglielo, mentre pisciava, che mi permettesse di lavarglielo…ma non ne ebbi il coraggio. E quando alla fine mi riscossi e mi avviai verso il bagno, lui stava già uscendo.
“Venivo a darti un asciugamano pulito.”, mi inventai lì per lì.
Lui fece spallucce:
“E’ lo stesso, ho usato il tuo.”, mi disse.
Poi guardò l’orologio:
“Devo andare.”, proseguì.
“Ok”, e non trovai altro da dirgli.
Del resto, nessuna delle cose che mi si affollarono in testa, tipo: “è stata una bella serata” e simili, mi sembrò adeguata ad esprimere veramente quello che sentivo e che avrei voluto dirgli. Ma lui non accennò e io non accennai.
Gli porsi la mano, aprendo la porta; lui me la strinse e poi si protese per un bacio sulla guancia. Due baci veramente, reciproci e uno per guancia, da buoni e veri amici.
Un paio di mesi dopo, si sposò: non mi invitò alle nozze, ma io andai lo stesso alla cerimonia: era bellissimo, col suo vestito scuro e l’aria raggiante.
Mi struggeva il cuore, ma ero felice per lui. Andai a salutarlo, all’uscita dalla chiesa, e gli augurai ogni bene, stringendogli la mano. Siamo ancora buoni amici e ci siamo rivisti diverse volte, dopo di allora, ma non siamo più tornati sull’argomento: certe situazioni sono come il famoso treno, che passa una sola volta nella vita e stavolta, per fortuna, non me l’ero lasciato sfuggire.

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