Gay & Bisex
DECAMERON
20.11.2025 |
2.590 |
6
"Ha un sapore strano e una strana consistenza in bocca, però… va giù lo stesso..."
Era passata una settimana, dacché i dieci giovani avevano lasciato la città, in cui imperversava la peste, per rifugiarsi in collina, nella villa messa a disposizione da uno di loro. Erano usciti da Firenze tristi e spaventati, ma erano bastati alcuni giorni per riportare la fiducia nei loro cuori. L’amenità del luogo, l’affetto che li legava e che vieppiù si era rinsaldato, la piacevolezza degli intrattenimenti, tra le storie che si raccontavano, le barzellette, le danze: ognuna di queste cose aveva giocato il suo ruolo nel fugare ogni pensiero o ricordo angoscioso, lasciando che la forza della gioventù tornasse ad avere il sopravvento.Era sabato e la regina aveva stabilito che quel giorno fosse dedicato alle cure personali, così nelle ore più calde del pomeriggio, mentre gli altri si dedicavano al gioco o al riposo, Dioneo aveva preso un telo di lino e si era diretto verso lo stagno, in fondo al breve declivio. Lo aveva scoperto qualche giorno prima, gironzolando qua e là: non era lontano, era abbastanza ampio e profondo, confluendovi alcuni ruscelli, ma soprattutto era circondato da folti macchioni di siepi, che assicuravano ai frequentatori un’adeguata riservatezza.
Mentre si allontanava, il giovane sentì uno scalpiccio alle sue spalle. Si voltò: era Panfilo, che, vedendolo allontanarsi, si era incuriosito e aveva deciso di seguirlo. Del resto, in un gruppo così piccolo si faceva presto a incuriosirsi.
Dioneo si fermò ad aspettarlo: tutto sommato, gli faceva piacere avere compagnia.
“Dove stai andando?”, chiese Panfilo, prima ancora di raggiungerlo.
Dioneo sorrise:
“Vado allo stagno, qui vicino. Vieni anche tu?”
“Vai a fare il bagno? Na… non ho niente per asciugarmi.”
“Non serve: usi il mio telo… e poi basterà stendersi al sole.”
Camminarono fianco a fianco per il breve tratto di strada e chi li avesse visti, ne sarebbe rimasto colpito e affascinato. Entrambi giovanissimi, Dioneo era un giovanottone robusto, temprato dal lavoro e dall’aria aperta; mentre Panfilo era più esile e basso, più con l’aria del poeta e dell’intellettuale. Indossavano due ampie camicie bianche slacciate al collo e rimboccate sulle braccia, mentre dalla vita in giù erano inguainati in due calzebrache colorate, che poco o niente nascondevano della loro fisicità. Del resto, quelli erano i costumi del tempo, quando i maschietti non si vergognavano di mettere in bella mostra i doni di Madre Natura.
E, per la verità, questi due avevano parecchio da mostrare, soprattutto Dioneo, la cui braghetta era parecchio rigonfia sul davanti. Percorsero il resto del sentiero chiacchierando del più e del meno, scambiandosi aneddoti divertenti, rievocando momenti curiosi dei giorni passati ed esprimendo qualche commento sulle novelle raccontate.
Giunti sulla riva dello stagno:
“Uau! Fantastico, - esclamò Panfilo, inspirando profondamente l’aria fresca e aromatica di erbe selvatiche – sapevo che c’era questo laghetto, ma non l’avevo mai visto.”
“Io l’ho scoperto qualche giorno fa.”, disse Dioneo.
“Lo so che vai ficcando il naso dappertutto.”, ridacchiò l’altro, alludendo magari a ben altro.
“È così che si fanno le scoperte interessanti. – ghignò infatti Dioneo - Dai spogliamoci, non vedo l’ora di buttarmi in acqua.”, e si sfilò la camicia, restando a torso nudo.
L’afrore del suo corpo sudato si diffuse intorno, creando in Panfilo uno strano turbamento. Quindi, con la massima noncuranza si sfilò la calzabraca e gli rimase nudo davanti, dandogli le spalle. Era la prima volta che Panfilo lo vedeva nudo, anzi era la prima volta che vedeva un uomo nudo e la cosa lo turbò. Cercò di distogliere lo sguardo, ma gli occhi tornavano ostinatamente a fissare le spalle ampie e il dorso muscoloso dell’amico, la sua vita snella e le natiche polpose, appena spruzzate di peluria cenerina e separate da un spacco netto e profondo.
Dioneo respirò a pieni polmoni, poi si mosse agile e snello, correndo verso lo stagno e gridandosi alle spalle:
“Dai, vieni, Panfilo.”
Ma questi rimaneva lì impalato, tutto preso com’era da un imbarazzo incontrollabile.
Gridando e agitando le braccia in preda all’euforia, Dioneo aveva raggiunto la sponda dello stagno, ma aveva appena messi i piedi in acqua, quando scivolò sul terreno umido e cadde all’indietro, sbattendo a terra il sedere e ritrovandosi disteso ad agitare i piedi per aria.
Fu una scena talmente comica, che Panfilo scoppiò a ridere, seguito a ruota da Dioneo, che si rialzò, piegandosi anche lui dalle risate, e, fattogli un cenno, come a dire “Dai, muoviti”, entrò in acqua, tuffandosi dopo alcuni passi.
Dopo qualche istante, riemerse e:
“Allora, che fai? – gridò all’amico – Vieni, si sta benissimo…”, tornando poi a nuotare verso il largo.
Scosso dalla comicità dell’incidente occorso a Dioneo, Panfilo sembrò dimenticare il precedente imbarazzo e, come preso da un’insolita euforia, si sfilò in fretta la camicia e corse a tuffarsi nell’acqua fresca dello stagno.
“Ma cosa fai? – gli disse l’altro, nuotandogli vicino – Fai il bagno vestito?”
O per l’imbarazzo di mostrarsi nudo, infatti, o perché se n’era dimenticato, Panfilo era entrato in acqua con ancora indosso la calzabraca, da cui adesso si sentiva francamente impacciato.
Il giovane sorrise:
“Me ne sono dimenticato, - disse – nella fretta di raggiungerti…”
“Che stupido!”, commentò l’altro spruzzandogli l’acqua addosso.
Iniziò una strana battaglia, rincorrendosi dove l’acqua era più profonda e spruzzandosi a vicenda, quando si raggiungevano, il tutto fra urli e risate di vera gioia e spensieratezza.
Finalmente, uscirono dallo stagno, camminando fianco a fianco e sorreggendosi a vicenda per non scivolare nel fango della riva.
Arrivati ad un lembo di prato fra i cespugli, Dioneo allargò a terra il suo telo e ci
si distese sopra, allargando le gambe in modo che il sole lo asciugasse anche nelle pelose parti intime. Panfilo fece per imitarlo, ma esitava, come preso da un senso di atavico pudore, e stava per sedersi così com’era.
“Togliti quella calzabraca bagnata, altrimenti mi inzuppi tutto il telo. - lo fermò però Dioneo - Ti vergogni a farti vedere il pisello? Tranquillo, non te lo guardo…”, e intrecciate le mani dietro la nuca, girò ostentatamente il volto dall’altra parte.
Colpito dalla punzecchiatura dell’amico, ma spinto anche dalla necessità di asciugarsi, Panfilo si sfilò con un certo impaccio la calzabraca bagnata, la distese sul prato al sole, poi si allungò sul telo accanto all’amico, tenendosi pudicamente una mano sul sesso.
Rimasero un po’ in silenzio, Dioneo sempre col volto girato dall’altra parte, mentre Panfilo allungava lo sguardo di sottecchi all’amico steso al suo fianco, puntandolo sulle ascelle pelose, di cui gli giungeva l’afrore pungente. Pur senza volerlo, gli occhi gli scivolarono sui forti pettorali e sull’addome piatto, per approdare al grosso uccello carnoso indolentemente disteso sul cespuglio crespo del pube. Immediatamente distolse lo sguardo; ma poco dopo la curiosità, e forse non solo, lo spinse a fissare di nuovo la vista sul basso ventre di Dioneo, che proprio in quell’istante si voltò e:
“Ti piace?”, gli chiese.
“Eh, cosa?”, sobbalzò Panfilo, avvampando le guance.
“Dai, che mi sono accorto che mi guardavi l’uccello.”
“No, che non ti guardavo l’uccello!”, si schermì l’altro.
Dioneo si girò sul fianco sinistro, puntellandosi sul gomito.
“Non c’è da vergognarsi, - disse – tutti siamo curiosi di scoprire come sono fatti gli altri. Io sto aspettando che ti decidi a togliere quella mano per vedere come ce l’hai.”
“Non dire scemenze, - sbottò Panfilo, coprendosi ancora di più con la mano – e, comunque, ce l’ho più piccolo del tuo.”
“La grandezza è relativa…”, asserì filosoficamente Dioneo, mentre con due dita della destra si prendeva l’uccello e lo scappellava, facendo sgusciar fuori dal prepuzio un bel glande roseo e spugnoso.
“Che fai?”, si sbalordì l’altro.
“Ci gioco, - rispose Dioneo – tu non lo fai mai?”
“Ma sei impazzito?”
Panfilo era al colmo dell’imbarazzo.
“Non dire sciocchezze – ghignò perfidamente Dioneo – ti ho sentito l’altra notte che facevi a mano manina.”
“Io…”
“Non c’è nulla di male, nulla da vergognarsi, lo facciamo tutti, quando ci prende quella certa voglia e abbiamo bisogno di sfogarla… di scaricarci. Io lo faccio tutte le notti, mentre voi dormite.”
“Non ti ho mai sentito…”, mormorò Panfilo, apparentemente più calmo.
“Perché aspetto che dormite tutti. Sarebbe bello però, se qualcuno volesse giocare con me…”
“Giocare con te?”
“Certo, io do una mano a te e tu la dai a me… È più bello farlo in compagnia. – proseguì Dioneo, lisciandosi l’uccello ormai turgido – A Firenze avevo un amico con cui lo facevamo qualche volta…”
“Lo facevate?”
“La peste maledetta se l’è portato via…”
“Mi dispiace…”, mormorò Panfilo, rimuovendo inavvertitamente la mano e svelando il suo pisello ancora molle.
“Carino!”, esclamò Dioneo.
Accortosene, il giovane cercò di coprirsi di nuovo, ma l’altro lo fermò, afferrandogli la mano.
“No, ti prego, - esclamò – è così bello vederti così.”
E prima che Panfilo potesse reagire, allungò la mano e gli carezzò prima le palle e poi l’asta, che andava rapidamente inturgidendosi.
“Fantastico… - disse Dioneo – sarà anche più piccolo del mio, ma è bellissimo! E che pelle liscia…”
Panfilo non reagiva, come paralizzato dallo stupore e dall’imbarazzo, e forse a sconvolgerlo di più era la consapevolezza del piacere che le carezze di quella mano estranea gli procuravano: un piacere molto più intenso di quando era lui a toccarsi. Le dita sapienti di Dioneo gli si insinuarono in mezzo alle cosce e presero a picchiettargli il perineo, strappandogli brividi di vera goduria e inducendolo ad allargare leggermente le gambe, per dargli più agio.
Dioneo sorrise fra sé, e proseguì ancora più alacremente il suo lavoro, evitando però di arrivare a sfiorargli il buco del culo, temendone una reazione negativa.
Infine, gli prese il cazzo a tutta mano e iniziò lentamente a masturbarlo.
“Che fai?”, mormorò Panfilo.
“Una cosa che ti piacerà…”, mormorò lascivamente Dioneo, sentendolo sciogliersi progressivamente sotto la sua abile mano.
Incapace ormai di resistere o di protestare in qualche modo, il giovane si andava abbandonando al piacere, non tanto della masturbazione, che ben conosceva, quanto del fatto che fosse un altro, un’altra mano a procurarglielo: questo non se lo sarebbe mai aspettato.
“È bello, vero? – disse piano Dioneo, pur sapendo bene che l’amico non lo avrebbe neanche sentito – Antoniolo me lo faceva sempre… pace alla sua anima… e mi faceva impazzire.”
Dioneo continuava con dolce determinazione a segare il cazzo ormai fibrillante di Panfilo, e nel contempo gli sussurrava parole ora tenere, ora lascive, che, per la verità, era lui stesso che accendevano di una libidine sempre più incontenibile.
Finché, travolto dalla passione, si chinò sull’amico e dapprima prese a slinguargli e mordicchiargli i grossi capezzoli, facendolo ulteriormente torcere, poi raggiunse il cazzo e chiuse le labbra attorno alla cappella viscida di umori.
Quello fu il colmo: con un grugnito dal fondo della gola, Panfilo lo agguantò alla nuca con la mano contratta, istintivamente gli spinse ancor più il nerchio nella bocca e sborrò.
Dioneo sentì l’asta pulsare sotto la sua mano, si rese conto di quello che stava succedendo, ma non si staccò: lasciò che l’amico gli eiaculasse in bocca, lasciò che lo sperma colloso gli si spargesse sulla lingua, lo assaporò e lo ingoiò, sentendoselo raspare lungo la gola.
Quando si rialzò, si accorse che Panfilo lo fissava con gli occhi straniti.
“Perché?”, mormorò con un filo di voce.
Dioneo fece spallucce:
“Antoniolo me lo faceva sempre. - rispose – A me piaceva. Volevo sentire com’era per lui…”
“E com’era?”
“Non lo so… Tu non sei me e io non ero lui… - e c’era una nota triste nella sua voce – Ma non è poi così male!”, concluse rivolgendogli un sorriso.
“Anche? …”
“Anche, sì. Ha un sapore strano e una strana consistenza in bocca, però… va giù lo stesso.”
Dioneo tornò a stendersi di schiena. Si toccò l’uccello adesso molle, ma tutto bagnato per la precedente eccitazione.
“Spero di non averti offeso… o turbato con quello che ti ho fatto. Se è così, ti chiedo perdono. Lo sai come sono.”
Panfilo rimase a lungo in silenzio, assorto.
“No, non mi hai offeso. – disse – Turbato un po’, sì. Non me l’aspettavo… ci devo riflettere. Ma tu, non…”, e accennò al cazzo molle dell’amico.
“Ci penserò più tardi.”, disse quello e intrecciò le mani dietro la nuca, godendosi a occhi chiusi la carezza del sole.
Il silenzio durò a lungo, sembrava che nessuno dei due volesse turbare col suono della propria voce la pace del momento. Poi, d’un tratto:
“Pensi che messer Boccaccio scriverebbe una novella su quello che è successo oggi?”, chiese scherzosamente Panfilo.
Dioneo scoppiò a ridere e si voltò a guardarlo.
“Penso proprio di no, - rispose – sarebbe troppo anche per lui. Ma qualcun altro… forse… un giorno, chissà…”
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per DECAMERON:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
