Gay & Bisex
Possessione
04.12.2025 |
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"“Bontà divina… mister Fuckwell!”, gemette, riconoscendolo alla luce della lampada sul comodino, che qualcuno aveva misteriosamente acceso..."
Il castello di Blackmore era infestato dai fantasmi, lo sapevano tutti in quell’angolo remoto della Scozia, per questo motivo, nonostante l’incantevole posizione in cima ad un’alta scogliera, martellata cento metri in basso dai marosi dell’agitato Mare del Nord, e la vista davvero stupenda, in quella profusione di mare e cielo, che si godeva dalle sue finestre, dopo la morte dell’ultimo duca di Blackmore il castello era rimasto disabitato e abbandonato alla rovina, che neanche i rari turisti volevano metterci piede. Tutta colpa del famigerato fantasma. Ora, sappiamo tutti che i castelli, scozzesi, ma non solo, ospitano chi più, chi meno qualche fantasma, residuo di tempi truculenti in cui era facilissimo essere uccisi fra quelle tetre mura, ma questo di Blackmore era particolarmente famigerato. Nessuno sapeva con certezza chi fosse stato, ma le informazioni più accreditate lo davano per il secondo duca di Blackmore, assassinato nel fiore degli anni dall’unico figlio ed erede. Il quale si difese poi davanti alla corte dei Pari, accusando il padre di delitti talmente innominabili, da uscirne non solo assolto, ma addirittura lodato e complimentato.
Si era “in the late thirteenth century”, come dicono le antiche cronache scozzesi, ma pur con lo scorrere dei secoli, il sangue del duca assassinato impregnava ancora le antiche pietre; al punto che, estintosi il ramo diretto dei duchi, agli albori del ventesimo secolo, nessuno degli eredi aveva voluto abitarci più e, come si è detto, il castello era ormai in rovina.
Finché, un eccentrico miliardario americano, certo mister Michael Fuckwell, se ne era innamorato e aveva deciso comprarlo e farne il suo rifugio. Lo aveva fatto riattare, adeguandolo alle necessità della vita moderna, ma senza intaccare quell’aura di antichità che lo rendeva così fascinoso. Una volta rimesso a posto, mister Fuckwell aveva deciso di liquidare i suoi affari americani e ritirarsi qui a godersi i miliardi accumulati con le speculazioni di Wall Street.
Al che, uno se lo immagina come un vecchio ottantenne, logorato dal whisky e dallo stress; in realtà mister Fuckwell era un affascinante quarantenne, aitante fisicamente e appena ingrigito alle tempie, cosa che lo rendeva ancora più interessante. Appena preso possesso del maniero, il magnate aveva assunto un maggiordomo a cui aveva affidato il compito di renderlo abitabile, provvedendo alle masserizie e al personale di servizio.
E il fantasma? quel fantasma, vi chiederete, che nei secoli aveva terrorizzato generazioni di duchi e duchesse ululando alla luna e scuotendo rugginose catene nei bui anfratti del castello? Per il momento taceva, forse soddisfatto che ci fossero nuovi abitatori, ai quali magari non importava niente né di fantasmi, né d’altro. Per la verità, ogni tanto mister Fuckwell ci pensava, chiedendosi se ci fosse davvero un fantasma o non fosse soltanto una storia folcloristica per rendere più misterioso e interessante il castello.
Ma per quanto si guardasse attorno, per quanto vagasse a volte di notte nelle stanze buie, del fantasma nessuna traccia.
Ogni tanto, mister Fuckwell scendeva al villaggio ai piedi della scogliera per passeggiare nei vicolo folcloristici o bersi una birra nel pub locale.
Tutti sapevano chi era e si chiedevano che ci facesse questo eccentrico americano tutto solo nell’antico maniero: possibile che un uomo ancora giovane e senz’altro molto ricco avesse deciso di vivere nella solitudine di Blackmore? Cosa nascondeva nel suo passato? Le signore se lo divoravano con lo sguardo, ma lui sembrava non accorgersene neanche e proseguiva la sua passeggiata o la sua birra, a seconda dei casi.
Oh, intendiamoci, mister Fuckwell era un uomo dai principi del tutto integri, in altri tempi aveva avuto un’intensa vita amorosa con le più fascinose signore e le migliori escort di New York; ma da quando era qui, da quando aveva messo piede nel castello, i suoi ardori si erano stranamente stiepiditi, e la cosa più notevole era che non se ne poneva neanche il problema.
Abbiamo detto che le signore e signorine del villaggio di Blackmore se lo divoravano con lo sguardo, ma per la verità c’erano altri occhi, forse più nascosti, ma non meno vogliosi, che lo seguivano passo passo, nascosti dietro i fili diafani di antiche ragnatele. Lo seguivano di giorno, ma soprattutto di notte, quando mister Fuckwell si ritirava nelle sue stanze e iniziava a prepararsi per il letto: allora quegli occhi misteriosi brillavano fosforescenti nell’angolo più buio del soffitto, beandosi del progressivo svelarsi del fisico asciutto dell’ospite tutt’altro che indesiderato.
Avrete già capito di chi stiamo parlando. Qualcuno dirà: “Che cazzate, i fantasmi non esistono!”; beh, andate a dirlo a lui e vediamo come la prende.
Il fantasma del duca di Blackmore, dunque, non lasciava un istante il fascinoso mister Fuckwell, gli svolazzava attorno come un moscerino, gli si infilava sotto i vestiti, gli si rintanava nelle mutande, aspirando voluttuosamente l’aroma muschioso del cazzo, alitandogli sul buco del culo…
Lo seguiva dappertutto, tranne quando mister Fuckwell usciva in giardino, perché sappiamo tutti che i fantasmi odiano più dei vampiri la luce del sole: allora, con suo grande rammarico, lo perdeva di vista e correva a nascondersi dietro le centenarie ragnatele del buio soffitto.
Tim Follower era uno dei giardinieri, assunto fin da quando si era intrapreso il restauro del castello. Era un giovane del posto, un ventenne rossastro di capelli, bello d’aspetto e dall’aria sbarazzina, che se la filava con la figlia del proprietario del pub locale. Tim vedeva talvolta mister Fuckwell passeggiare lungo i viali ben tenuti del parco, ma non ci aveva prestato mai particolare attenzione: per lui era il datore di lavoro e basta.
Una mattina, il capo giardiniere gli si avvicinò con un fascio di fiori appena raccolti, incaricandolo di portarli alla governante per gli addobbi della casa. Era la prima volta che Tim metteva piede all’interno del castello e fu ben felice di aggirarsi per le vaste sale e i lunghi corridoi, prima di trovare qualcuno a cui consegnare i fiori.
Tornato al suo lavoro, il giovane stava curando un cespuglio di rose fiorite, quando scorse mister Fuckwell, che passeggiava lungo uno dei viali.
Sul momento, si limitò a lanciargli un’occhiata distratta, ma subito dopo sollevò la testa e, puntandogli addosso lo sguardo:
“Che uomo affascinante…”, gli sfuggì dalle labbra, continuando a fissarlo.
Mister Fuckwell passò oltre, ma gli occhi di Tim continuarono a seguirlo.
“Che bel culo! – disse fra sé – Dev’essere uno sballo scoparlo…”, e si vide metterglielo a nudo e infilarci tutto dentro il suo cazzone duro.
Un brivido di voluttà lo percorse da capo a piedi.
“Ma che diavolo vado pensando? – si chiese allora, cercando di riprendere il controllo delle proprie emozioni – Cosa mi salta in mente di scoparmi il culo di quell’uomo? Io non sono… a me piace la figa…”, e tornò a curare il suo cespuglio di rose.
Ma il turbamento non lo abbandonò e, sia pure involontariamente, continuò a sbirciare le forme dell’uomo, che continuava la sua passeggiata, inconsapevole di essere l’oggetto di mire così indecenti.
Cos’era successo, dunque? Il giovane era forse impazzito tutto d’un tratto o aveva avuto la sua rivelazione, come Saulo sulla via di Damasco? Non lo sappiamo, nessuno può dirlo; una sola cosa che si può affermare con una con una certa sicurezza e cioè che tutto era iniziato dopo che Tim era stato mandato dal giardiniere a portare i fiori alla governante.
Era successo qualcosa nel castello? A quanto ne sappiamo, assolutamente niente: il giovane Follower aveva raggiunto la governante e le aveva consegnato i fiori; lei lo aveva ringraziato e lo aveva spedito nella cucina a bere una tazza di tè.
Basta. Ipotesi se ne potrebbero fare tante, ma meglio non impelagarci in supposizioni senza senso.
Alcune sere dopo, mister Fuckwell si sentiva preso da una inspiegabile inquietudine. Cenò di mala voglia, piluccando qua e là, con grande disappunto della governante, poi si ritirò in salotto: provò a guardare un film in televisione, poi di leggere un libro, poi di dare un’occhiata al computer, poi di fare un solitario con le carte, ma ogni volta, dopo due minuti si sentiva preso da una strana smania, da un’insofferenza che non riusciva a spiegarsi. Alla fine, stanco di tutto, decise di andarsene a letto.
Non fece in tempo a poggiare la testa sul cuscino, che gli occhi gli si appesantirono, la mente gli si offuscò e lui precipitò in un sonno pesante, un sonno letargico, senza pensieri e senza sogni.
Chissà per quanto tempo dormì… ore? minuti? è impossibile dirlo. Ad un tratto, mister Fuckwell spalancò gli occhi di colpo, quasi gli avessero dato una martellata in testa. Fissò il soffitto con gli occhi sbarrati, senza vedere niente. Poi si accorse di uno strano bagliore che veniva dal fondo della stanza: si sollevò sul gomito e quello che vide gli fece accapponare la pelle: laggiù, in un angolo al buio era seduto un giovane, che gli apparve bellissimo, la testa circondata da una raggiera fiammeggiante e un sorriso lascivo sulle labbra.
Era nudo e con una mano si carezzava un pettorale, con l’altra si lisciava un cazzo incredibilmente grosso e duro.
L’uomo rimase a lungo basito, fissava quella strana figura con gli occhi spalancati, facendo fatica anche a respirare.
“Chi sei, - ansimò alla fine – come hai fatto a entrare… cosa diavolo vuoi?”
Al che, senza rispondere, ma sempre sorridendo, il giovane si alzò dalla sedia e prese lentamente ad avvicinarsi, leccandosi le labbra con fare lascivo.
Impugnava sempre il cazzo turgido con la destra, masturbandoselo lentamente.
Mister Fuckwell continuava a fissarlo immerso in un profondo torpore frutto della paura, ma anche di una incomprensibile attrazione.
“Co… cosa vuoi…”, balbettò.
“Shhhh.”, sibilò l’altro, salendo sul letto, scostando le lenzuola e stendendoglisi al fianco.
L’odore caldo del suo corpo, l’afrore acido del sesso in calore raggiunsero l’uomo, facendogli arricciare le narici.
“Cosa vuoi?”, mormorò ancora, ma la figura si sollevò, gli prese la testa fra le mani, l’accostò al suo volto e gli sfiorò le labbra con un bacio.
Mister Fuckwell rimase inerte, lasciò che le labbra dello sconosciuto indugiassero sulle sue, che la sua lingua gli scivolasse in bocca, avvolgendosi con la propria.
Fu un bacio lungo e appassionato a cui l’uomo, sia pure dopo un attimo di ripugnanza, si arrese passivamente.
La sua inerzia non scoraggiò certo l’aggressore, che subito dopo gli sbottonò la giacca del pigiama e si avventò a baciare e leccare il petto così armoniosamente modellato, beandosi del calore della pelle, mentre gli mordicchiava i teneri capezzoli.
Mister Fuckwell rispose con un gemito a quelle attenzioni, abbandonato sul letto ad occhi chiusi, forse neanche si rendeva conto, nel suo torpore, di quanto stava succedendo. Fu allora che lo sconosciuto lo rivoltò a pancia in giù e come preso dalla frenesia gli strattonò i pantaloni del pigiama sotto le natiche e prese a impastargliele con le mani, a baciargliele, a mordergliele con foga, finché gliele allargò e si avventò a leccargli il buco del culo, come in altri momenti aveva leccato la figa della sua ragazza.
Fu a questo punto che l’americano accennò una qualche reazione, sospirando e sollevando a ponte le belle chiappe carnose. Quello fu il colmo: il giovane sconosciuto gli si mise dietro, si sputò sul cazzo già abbondantemente sbavato, glielo puntò sul buco insalivato e spinse dentro di colpo.
“No… no… no!”, si riscosse di colpo mister Fuckwell, sentendosi penetrare il vergine condotto dalla poderosa verga dello sconosciuto, e cercò di scrollarselo di dosso.
Ma quello non se ne diede per inteso; anzi, più l’uomo si dibatteva, più l’ormone gli saliva alla testa; così che, abbrancatolo con le braccia attorno al petto, gli si stese addosso e, affondatoglielo dentro con un ultimo colpo, prese a cavalcarlo con tutta la sua foga giovanile.
Bisogna dire che, vedendosi impossibilitato a liberarsi, a poco a poco mister Fuckwell allentò la resistenza e io credo che cominciasse anche a sentire una certa piacevolezza, ma suppongo che il mio sia un giudizio viziato da
perversioni personali.
Sta di fatto che, mentre lo sconosciuto continuava a martellargli nell’ano con il suo pistone, tutto d’un tratto l’uomo smise di dibattersi e si acquietò, lasciando che l’altro facesse di lui quello che voleva. E lui lo fece, scopandolo con furia convulsa, rallentando il ritmo quando stava per venire e riprendendo la corsa non appena le acque si erano un po’calmate. Era talmente preso nel suo gioco da non avvertire l’alito infuocato che lo sfiorava ogni tanto e lo avvolgeva quasi sospirando, né l’insolito calore che dalla base delle palle gli si diffondeva voluttuoso in tutto il basso ventre.
Alla fine, il giovane non riuscì più a resistere: si ingroppò e con un sospiro lamentoso, lasciò che si spalancassero le cateratte e la sborra irruppe a scatti nella sua grossa vena, scaricandosi nelle profondità di mister Fuckwell. Il quale dovette accogliere quella piena con un certo piacere, viste le lenzuola bagnate, che più tardi si scoprì sotto la pancia.
Terminato che ebbe, il giovane aspettò che il cazzo gli si smollasse, poi si sollevò, tirandolo fuori, e tornò a stendersi sul letto ancora ansimante.
Ritrovata la calma, si guardò attorno stranito, come non ricordando dove si trovava e cosa era successo. Quando l’occhio gli cadde sul corpo bocconi al suo fianco con il culo scoperto, balzò a sedere, rendendosi conto solo allora di essere nudo e di avere l’uccello flaccido e viscido di umori.
“Per le palle di san Cutberto! – esclamò – che ci faccio qui?”
“È quello che mi chiedo pure io…”, mormorò l’uomo al suo fianco, girando il volto verso di lui.
“Bontà divina… mister Fuckwell!”, gemette, riconoscendolo alla luce della lampada sul comodino, che qualcuno aveva misteriosamente acceso.
“Già, sono proprio io! – disse l’uomo, mettendosi a sedere e fissandolo – E tu chi sei?”
“Sono uno dei suoi giardinieri… Tim Follower… Ma cos’è successo?”
“È quello che mi chiedo pure io. Potrei sapere cosa ti è passato per la mente di penetrare nella mia camera, infilarti nudo nel mio letto e fare quello che hai fatto?”
Non c’era, però, acredine né risentimento nella voce dell’uomo, ma anzi quasi una nota di soddisfatto divertimento.
“Non lo so, mister, davvero, glielo giuro. – balbettò Tim – Stavo tornando al villaggio, dopo il lavoro, quando mi ha preso qualcosa… non so… ho perso la testa… Le giuro che non ricordo niente. Per carità, non mi denunci…”, e cercò di coprirsi alla meglio con un lembo del lenzuolo.
“Denunciarti? – disse con sarcasmo mister Fuckwell – Mi chiedo che figura ci farei: ricco americano violentato dal giardiniere nel suo letto! Riderebbero di me da qui all’Australia. Tranquillo, ragazzo, - continuò – è me che tutelo, mantenendo il silenzio, non certo te.
“Immagino che adesso mi licenzierà…”
“Licenziarti? Questa è una faccenda che riguarda il capo del personale e, da parte mia, non ho nessun interesse a coinvolgerlo. Beninteso, mi farai le tue scuse e ti impegnerai per farti perdonare.”
“Farò tutto quello che vuole, mister, glielo giuro.”
“Bene, - disse l’americano – allora mettiti giù e riprendi il lavoro da dove lo hai interrotto.”
Tim lo fissò un momento sbalordito, poi, siccome conservava un ricordo offuscato di quanto era successo, pensò bene che valeva la pena rifarlo adesso a mente lucida, tanto più che, a quanto pareva, non era dispiaciuto a nessuno dei due.
Così, tornò a distendersi sull’uomo, rimessosi bocconi, e gli puntò l’uccello nuovamente duro sul violato orificio, mentre due occhietti libidinosi li fissavano ghignando da dietro una ragnatela centenaria nell’angolo più nascosto del soffitto.
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