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Gay & Bisex

Spaghetti a mezzanotte


di adad
21.04.2026    |    3.277    |    8 9.5
"Stefano mi diede un bacio leggero sulla guancia e aprì la porta, facendomi l’occhiolino prima di uscire..."
L’aroma caldo delle sue ascelle fu la prima cosa che mi raggiunse, prima ancora di aprire gli occhi in quel fresco sabato mattina di giugno. Sul momento, mi lasciai prendere da quell’aroma penetrante, senza capire, senza neanche chiedermi cosa fosse: lo respirai e basta. Lo respirai… lo respirai profondamente… Poi d’improvviso un barlume di coscienza si fece largo nel mio torpore; aprii gli occhi e li volsi verso l’origine di quel denso profumo: Stefano giaceva accanto a me, ancora immerso nel sonno. Aveva passato dietro la nuca il suo braccio sinistro, quello rivolto dalla mia parte, e così facendo aveva schiuso quel prezioso scrigno di aromi maschili.
Fissai l’incavo folto di peli ricciuti e mi sentii prendere da un’ondata di profonda emozione: in una sola notte quel maschio aveva riempito la mia vita di sesso, di sensazioni indescrivibili; mi aveva fatto toccare vette inaspettate di pacere e abissi di lussuria di cui ignoravo perfino l’esistenza.
E pensare che lo avevo degnato appena di uno sguardo, uscendo dal cinema la sera prima. Piacente, sì, ma decisamente troppo avanti negli anni per i miei gusti.
Era la sera di venerdì e come sempre, mi concedevo una serata di divertimento al cinema. “E capirai, che divertimento!”, dirà qualcuno. Ma per me era abbastanza, rimandando ad altri tempi altri divertimenti.
Uscendo dal locale, mi ero trovato di fronte questo tipo, belloccio, non dico di no, ma sui cinquanta, troppi per me. Preferivo, infatti, i coetanei, trentenni o giù di lì. Così gli avevo appena dato un’occhiata distratta ed ero uscito. A volte andavo in qualche locale a rimorchiare, ma quella sera non ne avevo voglia, così mi diressi verso casa, che del resto era a due passi
Erano circa le undici e le strade del quartiere residenziale in cui abito erano deserte e poco illuminate. Stavo ripensando fra di me al film appena visto e che non mi aveva interessato più di tanto, quando mi sentii qualcuno alle spalle. Evitando di girarmi, affrettai il passo, ricordando recenti casi di cronaca non proprio edificanti successi in zona, ma non riuscii a distanziare il rumore dei passi che mi seguivano.
Confesso che un brivido mi corse per la schiena e stavo cercando un modo per sottrarmi all’eventuale pericolo, quando, arrivato sotto uno dei radi lampioni, mi bloccai, girandomi indietro:
“Perdonami se ti sono corso dietro.”, mi sentii dire dalla voce un po’ ansimante di una figura che si avvicinava.
Appena entrò nel cono di luce del lampione, riconobbi il tipo in cui mi ero imbattuto all’uscita del cinema.
“Scusami se ti ho seguito, - continuò – ma… Ci siamo incrociati all’uscita del cinema, ricordi?”, precisò, notando forse il mio sguardo interrogativo.
“Sì, - dissi con tono esitante – posso fare qualcosa per lei?”
“Ecco… mi perdoni… - fece il tipo, passando al lei – Capisco che forse non mi ha neanche notato, ma lei mi ha colpito… È un giovane molto interessante, se capisce cosa intendo.”
E tacque, probabilmente in preda all’imbarazzo, adesso che era passata la carica iniziale, che lo aveva spinto a seguirmi. Lo osservai meglio, adesso che era in piena luce: aveva un aspetto giovanile, vestito con cura e molto fascinoso con la barba e i capelli corti, venati di qualche filo grigio, i lineamenti regolare e le labbra piene, che i baffi non riuscivano a coprire del tutto.
Doveva essere tra i quarantacinque e i cinquanta, e per quanto al di là dei miei canoni, confesso che questo primo esame non mi lasciò indifferente, anche se non provai certo quel brivido, premonitore di ben altre sensazioni.
“Grazie, - dissi con un sorriso – anche lei non è male.”
“Però, non la interesso.”
C’era una nota di tristezza nella sua voce.
“Non ho detto questo… - cercai di metterci una toppa – il fatto è che… sincerità per sincerità, preferisco i miei coetanei.”
“Capisco, - fece lui – allora le chiedo scusa.”, e si girò per andarsene.
Chissà perché, mi sentii in colpa.
“Aspetti, - dissi – se non ha altri impegni, mi permetta di farmi perdonare. Le offro una birra a casa mia: abito qui a due passi.”
“Non ha niente da farsi perdonare, - rispose l’uomo, girandosi e venendo verso di me – però, no, non ho altri impegni e sì, accetto volentieri una birra. Mi chiamo Stefano.”, e mi tese la mano.
Gliela strinsi.
“Sergio, - feci – e diamoci del tu, ok?”
Accettò con un sorriso e ci avviammo fianco a fianco, discutendo del film appena visto, tanto per rompere il ghiaccio. A quanto pare, non era piaciuto particolarmente a nessuno dei due… a parte, forse, il protagonista, un attore semisconosciuto tanto bravo, quanto bello. Ma per qualche strano motivo, non ne facemmo cenno.
Entrati in casa, lo feci accomodare in soggiorno e andai in cucina a prendere due birre.
“Preferisci un bicchiere o bevi a canna”, feci.
“Sempre a canna.”, sorrise lui, forse con qualche allusione, che preferii non cogliere.
Stefano bevve un sorso, poi poggiò la bottiglia sul tavolo e si volse verso di me. Aveva una strana espressione sul volto, fra la tristezza e il desiderio.
“Mi piaci davvero, Sergio, - mormorò – perdonami.”, e senza darmi tempo di capire, mi prese il volto fra le mani e mi baciò sulla bocca.
Ebbi come un fremito di repulsione, sentendo le sue labbra poggiarsi sulle mie e la sua lingua cercarmi, era una cosa che non mi aspettavo, che non volevo. Ma subito dopo avvenne qualcosa che mi sciolse completamente, quando la sua lingua mi scivolò in bocca e cominciò a giocare con la mia, quella lingua calda, pastosa, che si insinuava dappertutto, assaporandomi placida, e mi risucchiava nella sua bocca.
Adoro i baci ed è la prima cosa che faccio, quando incontro qualcuno, ma mai ero stato baciato così, con tanta passione, con tanta bramosia, quasi con
struggimento. Qualcosa mutò dentro di me, fu come un’illuminazione, o forse una resa senza condizioni e mi ritrovai a ricambiare quel bacio con altrettanto accanimento. E quando si staccò da me, fissandomi con gli occhi brillanti, fui io a prendergli il volto fra le mani e ad incollare le labbra sulle sue. Ero ammaliato da lui, dalla sua dolcezza, dalla sua determinazione, dai nuovi sapori che andavo scoprendo.
Stefano capì che ormai ero suo, allora staccò le sue labbra dalle mie e iniziò a baciarmi sul collo, slacciandomi nel contempo la camicia e sfilandomela dal dorso e dalle braccia. Sembrava adorarmi, quasi fossi la sua divinità terrena.
“Andiamo in camera, che ne dici?”, mi chiese a un tratto.
Non risposi, non potevo: tutte quelle nuove emozioni mi stringevano la gola. Lo presi per mano e lo condussi in camera. Lì, Stefano mi adagiò sul letto… mi adagiò: non trovo altro termine per indicare la delicatezza con cui si mosse. Poi mi slacciò i pantaloni e me li sfilò, lasciandomi in mutande.
Sarebbe lungo star qui a descrivere le attenzioni che mi riservò, baciandomi e leccandomi dappertutto, premendo le labbra sul mio pacco e aspirando con un gemito l’odore del mio sesso, carezzandomi le cosce, fino a baciarmi i piedi. Quindi, mi rivoltò e riprese la sua adorazione del mio corpo, ma stavolta, giunto alle natiche, me le aprì e spinse la lingua nello spacco, fino ad immergermela per intero nel buco del culo.
Non riuscii a reprimere un guaito di piacere, nel sentirmi penetrare così intimamente, e lui espresse la sua soddisfazione, slargandomi le natiche ancora di più e sprimacciandomele vigorosamente.
“Ti piace…”, mugugnò.
“Sì”, sospirai.
“Ti piace farci entrare anche il cazzo?”
“Sì…”, sospirai di nuovo.
“Anche il mio?”
E per la terza volta, sospirai:
“Sì…”
Cos’altro potevo fare? Ormai ero completamente nelle sue mani, di null’altro smanioso se non di essere suo, di essere posseduto, di sentire il suo cazzo che si muoveva dentro di me.
Devo premettere che dopo un breve periodo di ambivalenza, avevo optato senza esitazioni per la carriera passiva, trovandola molto più soddisfacente, senza più nessuna ansia di prestazione, libero di abbandonarmi totalmente al piacere che il partner del momento mi procurava.
Per questo, non vedevo l’ora che Stefano mi prendesse, incurante di tutto quello che potesse succedere.
Lui sembrò percepire che ero pronto per lui.
“Hai un preservativo?”, mi bisbigliò all’orecchio.
“No… - gemetti – facciamo senza… è più bello.”
“Ti fidi così tanto di me?”
“Sì…”
“Ok, sono sano, non preoccuparti.”
“Pure io.”
“A meraviglia, allora.”
Lo sentii alzarsi e spogliarsi, ma tenni gli occhi chiusi, forse non volevo che qualcosa potesse turbare la voglia che in quel momento avevo di lui.
Avvertii il calore del suo corpo, quando tornò sul letto. Mi si mise a cavalcioni delle cosce, mi prese per i fianchi, mi sollevò il bacino e a quel punto sentii la punta smussata e untuosa del suo glande puntarsi sul mio ano e premere per entrare. Doveva esserselo spalmato abbondantemente di saliva, ma d’altra parte ne avevo talmente voglia, che il mio sfintere non oppose alcuna resistenza e con un colpo ben assestato, mi fu dentro per una buona metà.
“Ohhhh…”, sospirai sentendomi gradevolmente riempire dalla sua mazza solida.
“Sei caldissimo…”, sospirò lui, affondandomelo tutto.
Restammo per un attimo sospesi in quell’incanto, poi Stefano mi passò le braccia sotto il torace e cominciò la sua opera, fottendomi dapprima con lentezza, in modo che potessi abituarmi al suo calibro; e poi con gagliarda determinazione, eccitato dai miei fremiti, dai miei sospiri, dai segnali evidenti della mia goduria.
Ma ecco che mentre mi martellava nel culo col suo zagaglio, prese a lisciarmi l’uccello spasimante a ritmo con i suoi affondi, quasi avesse intuito quanto mi piace essere masturbato e godere mentre ho un uccello piantato nel culo che mi sta scopando.
Non durammo a lungo, eccitati com’eravamo entrambi: il primo a cedere fui io, sbrodolando tutto il mio carico sul letto e nella sua mano, poi venne lui, che mi abbrancò forte, mi diede un ultimo colpo poderoso e si abbandonò all’orgasmo, rovesciandomi nel retto una sborrata galattica.
Il suo cazzo non finiva più di eiaculare e i battiti della grossa vena sulla mia prostata furono quasi per procurarmi un secondo orgasmo.
“Sei un passivo fantastico.”, mi disse poco dopo, tornando a baciarmi.
“Devo prenderlo come un complimento, immagino.”, sorrisi, ricambiando il suo bacio.
“Vedi tu. Ho trovato poche volte un ragazzo che sapesse prenderlo così bene e godesse di culo, come hai goduto tu.”
“Io non ho affatto goduto di culo.”, scherzai, per stuzzicarlo un po’.
“Ah, sì? Allora, me lo sono sognato che me lo carezzavi con la mucosa dell’ano, che me lo risucchiavi dentro e lo strizzavi col buchetto? Sembrava che mi stessi facendo un pompino con il culo.”
“Ok, hai ragione, ho goduto di culo come non so cosa, ma solo perché tu sei stato bravo a possedermi. Immagino che avrai avuto un sacco di ragazzi.”
“Non posso lamentarmi. Ma pochi come te, e nessuno che m’abbia fatto innamorare.”
Parlammo ancora un po’, ma la voglia era ancora tanta e ben presto riprendemmo i nostri giochi. Non vi annoierò con l’elenco di quello che avvenne nel corso della breve notte: sono cose risapute e sempre le stesse, anche se sempre nuove fra due persone che si piacciono e si vanno via via scoprendo.
Il sonno, infine, ci colse fra un bacio e l’altro, senza quasi che ce ne accorgessimo, finché mi svegliò la penombra diffusa nella stanza dalle imposte socchiuse e la prima cosa che mi raggiunse fu l’aroma caldo delle sue ascelle. Me ne lasciai prendere, inebriandomene ad ogni respiro, finché mi volsi verso Stefano.
Dio, quant’era affascinante nella calma del sonno! La sua testa era poggiata sul cuscino, leggermente rivolta verso di me, gli occhi chiusi, i capelli scomposti, i lineamenti rilassati, le labbra dischiuse…
Era coperto fino alla vita dal lenzuolo stazzonato, sul torace così ben modellato quel velo di leggera peluria, che tante sensazioni mi aveva dato, quando si era strusciato contro la mia pelle.
Come avevo potuto essere così sciocco da un vedere la sua bellezza la sera prima, quale pregiudizio verso i maturi aveva potuto velarmi gli occhi? Mi sentii prendere da un empito di emozione, che mi diede nodo alla gola e mi spinse a poggiare la guancia nell’incavo umido e profumato dell’ascella. Questo lo svegliò.
“Ciao…”, mormorò con un sorriso che mi aprì l’anima.
“Scusami, - feci – non volevo svegliarti.”
“No, non scusarti… sono felice di svegliarmi vicino a te.”
Si girò sul fianco, avvicinandosi, e io, senza neanche rendermene conto, mi protesi per baciarlo.
Immagino che molti storceranno il naso, ché dopo una notte di sesso e di pompini, la situazione non doveva essere proprio ideale per un bacio, ma credetemi: quando una persona ce l’hai nel sangue, non te ne frega niente dell’alito pesante.
“Vado a preparare il caffè, - dissi - magari hai voglia di fare una doccia.”, e feci per alzarmi dal letto.
“Aspetta, - mi trattenne lui – avrei un piccolo problema…”, e mi prese la mano, tirandomela sotto le lenzuola verso il suo inguine.
Aveva il cazzo che pulsava a mille!
“Cosa preferisci, - gli chiesi allora da vera troia – mano, bocca o culo?”
“Facciamo culo - rispose lui – che andiamo sul sicuro.” e, giratomi sulla pancia, mi venne sopra, mentre il suo arnese mi scivolava nello spacco untuoso e trovava da solo la sua strada, penetrandomi fino all’osso.
Dopo una mezzoretta eravamo tutti e due sotto la doccia a lavarci reciprocamente la schiena e il resto.
“Vuoi fermarti a mangiare qualcosa?”, gli chiesi, mentre prendevamo il caffè.
“Grazie, ma oggi è sabato, sono a pranzo da mia madre, che mi avrà già chiamato un sacco di volte.”
“Quando?”, chiesi stupidamente, non avendo sentito mai suonare il suo cellulare.
“Lei mi chiama sul fisso… - ridacchiò - così non mi rompe le scatole ogni momento e magari sul più bello.”
Avrei voluto chiedergli se potevamo rivederci, ma non sapevo se faceva parte delle sue abitudini trovarsi ancora con qualcuno con cui aveva passato la notte. Fu lui, però, sciogliere il dilemma, quando stavamo per salutarci sulla porta.
“Hai impegni per stasera?”, mi chiese.
“Perché”, riuscii appena a rispondere.
“Beh, potremmo andare a mangiare una pizza e poi al cinema… e magari un po’ di varietà, dopo.”
“E che ne dici se saltassimo pizza e cinema e passassimo direttamente al varietà?”, feci io sfacciatamente.
“E andiamo letto senza cena?”, scherzò lui.
“Potremmo sempre farci due spaghetti aglio e oglio a mezzanotte.”
Ebbi la sensazione che gli si velassero gli occhi, ma forse era solo la penombra dell’ingresso.
“Ho sempre sognato mangiare due spaghetti aglio e oglio a mezzanotte… con il ragazzo che amo. – mormorò – Va bene alle nove?”
“Anche prima, se vuoi.”, risposi a malapena.
Stefano mi diede un bacio leggero sulla guancia e aprì la porta, facendomi l’occhiolino prima di uscire.
Rimasi a fissare la porta che si chiudeva. Imbambolato. “Con il ragazzo che amo”? Cosa intendeva? Forse che era innamorato di me? di già, che ci conoscevamo appena? E io? Io, ero innamorato di lui? Era forse già amore quel senso di vuoto che mi aveva lasciato, appena chiusa la porta? Era forse già amore quel desiderio di rivederlo appena possibile?
E soprattutto… ero pronto? Ero pronto ad amarlo, a legarmi a lui?
Passai l’intera giornata a dibattermi in questi dubbi, a dibattermi fra l’esaltazione e la paura, finché tutta la nebbia si dissolse, non appena, poco prima delle nove, suonò il citofono e al mio “chi è”, sentii la nota voce che rispondeva:
“Sono io, posso salire?”
Mi tremavano le mani, quando schiacciai il pulsante dell’apriporta. Incapace di resistere, uscii sul giroscale, aspettai l’arrivo dell’ascensore e appena ne venne fuori, corsi ad abbracciarlo.
“Qualcuno direbbe che non vedevi l’ora che arrivassi…”, esclamò con uno strano tono di voce.
“E direbbe giusto.”, feci io, prendendolo per mano e accompagnandolo in casa.
Avrei voluto parlargli, chiedergli cosa aveva inteso quella mattina con “il ragazzo che amo”; dirgli dei miei dubbi, delle mie paure… ma non erano cose importanti, non più; così, dopo appena qualche minuto eravamo già nudi sul letto a festeggiare adeguatamente il santo patrono.
Per la cronaca, gli spaghetti aglio e oglio li mangiammo all’una e mezzo, ci scolammo una bottiglia di vino in due, tanto per recuperare un po’ di forze, e tornammo subito a letto, mezzo ubriachi, per dare il via ai fuochi d’artificio.
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