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Il miracolo di san Crescinmano
29.05.2026 |
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"“Sì… davvero bene… - rispose speranzoso mastro Tirello – Nessuno ci obbliga…”
“Già… nessuno ci obbliga… Ti va se restiamo un poco assieme?”
“Fino a quando vorrai…”, ..."
San Crescinmano è un santo molto venerato nelle lontane terre di Morlandia. A dire la verità, anche dalle nostre parti è oggetto di attenzione: alzi la mano con non gli dedica una preghiera quotidianamente. Ma da quelle parti è oggetto di un culto a dir poco fanatico. Il che è dovuto alla presenza in quei gelidi territori di un fiorente santuario, dedicato appunto a quel Santo.E ogni anno, in coincidenza della sua festa, il 10 giugno, migliaia di pellegrini si mettono in cammino con ogni mezzo per raggiungere il luogo, in cui il Santo è sepolto, e chiederne la grazia.
Ma per amicarsi le simpatie del Santo e acquistare meriti ai suoi occhi, onde poterne ottenere la grazia, è consuetudine percorrere il cammino rigorosamente a piedi, cibandosi delle erbe dei prati, bevendo l’acqua dei ruscelli e dormendo al chiaro di luna, qualora non si trovi altro.
Naturalmente, si formano delle comitive e all’interno di esse nascono amicizie più o meno profonde, alcune delle quali destinate a prolungarsi anche dopo il pellegrinaggio, una volta tornati nelle terre d’origine.
Ma se qualcuno si prendesse la briga di assistere all’avanzata faticosa di queste comitive lungo i sentieri polverosi verso la lontana Morlandia, noterebbe uno strano particolare, e cioè che tutti i pellegrini sono uomini!... neanche una donna, anche se pure loro, foss’anche in via secondaria, possono essere interessate all’azione taumaturgica del venerato Santo.
Di una di queste comitive, si trovarono a far parte una volta un tale Guccio Barzecchi di Forlimpopoli e Tirello de’ Nittis da Caltagirone: il primo, un rispettabile mercante sui cinquant’anni e il secondo un baldo giovanotto sui trenta.
“Certo, mastro Tirello, che ne avete fatta di strada, da Caltagirone… che non saprei neanche dove si trova.”, disse una sera mastro Guccio, mentre si scaldavano al fuoco del bivacco.
“Caltagirone si trova in un’isola del Mare Interno, mastro Guccio. – rispose Tirello - e molta strada ho fatto, è vero, ma grande è il miracolo che devo chiedere al nostro Santo.”
Guccio lo guardò con aria strana:
“Alla vostra età? – esclamò – Cosa vi è successo?”
Tirello abbassò gli occhi vergognoso e scosse la testa. Mastro Guccio lo fissò con occhio compassionevole e attizzò il fuoco con alcuni sterpi raccolti attorno. Ormai erano rimasti solo loro: gli altri della compagnia si erano ritirati tutti a dormire, spossati dopo la lunga giornata di cammino.
“Vedete, mastro Tirello, - riprese Guccio, girando gli occhi all’intorno sulle figure avvolte nei mantelli – vedete quanti siamo… e tutti noi abbiamo qualche peso sulla coscienza e ci rechiamo da san Crescinmano a chiedere la nostra grazia. Ognuno di noi ha una sua storia più o meno dolorosa, ma conosciamo il potere taumaturgico del Santo e possiamo presumere che la richiesta che gli rivolgeremo sia pressappoco la stessa per tutti: ritrovare qualcosa che abbiamo perduto.”
L’altro non rispose, continuando a guardare il fuoco con aria cupa.
“Sapete, mastro Tirello, - riprese Guccio – a Forlimpopoli ho una moglie che mi aspetta… Madonna Leonilde si chiama. Le nostre famiglie ci promisero quando lei aveva quindici anni e io diciotto. Siamo sposati da trent’anni… felicemente sposati, anche se il Signore non ha benedetto la nostra unione con dei figli. Ma da qualche tempo, qualcuno deve avervi fatto una fatturazione, perché non sono più riuscito a… a congiungermi con lei… Impotentia coeundi, come ha detto il nostro confessore…”
Tirello, che lo aveva ascoltato a testa bassa, consapevole di quanto imbarazzo costasse quella confessione al novello amico, si volse a guardarlo:
“Impo… cosa?”, chiese stupito.
“Impotentia coeundi… - ripeté mastro Guccio con voce impacciata – Impossibilità di…”
“L’affare non vi diventa duro.”, disse, più che chiedere, mastro Tirello.
“Già… del resto, non siamo tutti qui per lo stesso motivo?”
Il che era vero, perché questa era la virtù taumaturgica di San Crescinmano: rinnovellare in un uomo la perduta virilità, qualora ciò fosse possibile.
Seguì un lungo silenzio, mastro Guccio si sentiva più leggero, adesso che aveva rivelato il motivo del suo pellegrinaggio; mentre Tirello, dal canto suo era combattuto fra la vergogna e il bisogno di liberarsi dal peso che lo stava schiacciando.
“Se a voi hanno fatto una fatturazione, a me hanno fatto di peggio, mastro Guccio.”, esordì, quasi bisbigliando.
“Cosa volete dire?”, gli si volse l’altro.
“È successo una sera. Ero in una taverna con amici… si beveva e si giocava… avevo vinto parecchio, quando decisi di andare a casa. Uscendo, una donna mi abbordò e mi trascinò in un vicolo, dicendomi un sacco di belle parole. Quando fummo lì, trovammo ad aspettarci un gruppo di cinque o sei miserabili, complici di quella baldracca, che mi presero a botte e mi rubarono tutti i soldi che avevo.”
“San Giuseppe, aiutaci! E meno male che non vi presero a coltellate!”, esclamò mastro Guccio.
“Magari lo avessero fatto!”, fece Tirello con voce cupa.
“Che volete dire?”
“La donna scappò subito con i miei soldi, - continuò Tirello – ma quei farabutti mi presero, mi spogliarono e… abusarono di me…”, concluse con un soffio.
“Abusarono di voi? Volete dire che? ...”
“Che mi possedettero a turno, uno dopo l’altro… - scoppiò a piangere mastro Tirello – Tutto mi tolsero, pure l’onore.”
“Che tragedia, povero giovane, - lo commiserò mastro Guccio – ma che c’entra questo col vostro pellegrinaggio?”
“C’entra perché da quella notte, non sono più riuscito…”
“Non siete più riuscito? …”
“Ci ho provato… diverse volte, con le migliori ragazze del bordello… con le più belle… ma ogni volta…”
“Facevate cilecca.”
“E quelle mi prendevano in giro, ridevano di me… mi chiamavano, perdonatemi, cazzo di ricotta.”
“Signore benedetto!”
“E tutti a Caltagirone mi chiamano ormai Ricotta, Ricottino, Ricottaro… E così, ho raccolto tutto quello che avevo e sono partito.”
“Mi dispiace davvero. – disse mastro Guccio – Ma avete fatto bene a venire. Se c’è qualcuno che può aiutarvi è proprio il nostro Santo… e spero tanto che lo faccia… Voglio dire, siete giovane, siete un bel ragazzo, non avete nessuna colpa in quello che vi è successo: avete tutto il diritto di recuperare il vostro onore, di rifarvi una vita.”
“Il mio onore?”, gemette mastro Tirello disperato.
“Ascoltate, amico mio. Niente e nessuno vi obbliga a tornare a Caltagirone, potete andare da un’altra parte, dove nessuno vi conosce, dove nessuno sa quello che vi è successo e non sarete certo voi a dirglielo. Adesso che vi siete tolto quel peso dal cuore, non vi sentite forse più leggero, più fiducioso?”
All’improvviso, mastro Tirello si sentì effettivamente più leggero, liberato da quell’oppressione che aveva minacciato di schiacciarlo ad ogni momento.
“Avete ragione, - disse con un sorriso – grazie, mastro Guccio, grazie, amico mio.”
Il cammino proseguì e i due uomini sentivano rafforzarsi ad ogni passo quel legame, che ormai li univa. Tanto che sarebbero sembrati due fratelli dello stesso sangue, se non fosse il diverso accento delle loro parlate.
Finalmente raggiunsero la terra di Morlandia. Appena giunti, gli altri pellegrini si dispersero alla ricerca di un alloggio, impresa ardua, se non disperata, vista l’imminenza della festa del 10 giugno. I due amici, invece, andarono direttamente al santuario di san Crescinmano; appena varcato il grande portale, si inginocchiarono e, come prescriveva l’antico rito percorsero ginocchioni la lunga navata fino a raggiungere l’altare dove si ergeva la statua benedicente del Santo.
Si prostrarono a terra e rimasero a lungo in preghiera, chiedendo ognuno la grazia per cui era venuto. Si riscossero che era già notte e, non avendo dove andare, ottennero dai santi frati, custodi del santuario, una ciotola di minestra e il permesso di pernottare in una baracca in fondo all’orto del convento.
Erano stanchi, Guccio e Tirello, e prostrati dall’emozione di essere riusciti a presentare le loro richieste al Santo, così, appena al coperto, sparsero a terra un po’ di paglia, la coprirono con dei vecchi sacchi ammuffiti e, dopo un’ultima preghiera, ci si stesero sopra e caddero subito addormentati.
Era un sonno di piombo, soprattutto quello di mastro Tirello, che tante maggiori energie aveva speso a livello emotivo in quel lungo viaggio; un sonno che niente e nessuno sembrava potesse disturbare.
Tuttavia, ad un certo punto, il giovane si sentì un certo smucinìo addosso, come se qualcuno gli stesse frugando sotto le vesti. E poi gli sembrò che una mano gli si infilasse sotto le brache, fino a sfiorargli le parti vereconde, e quel contatto, quel liscìo, gli destasse a poco a poco un insolito vigore e gli donasse una piacevolezza indescrivibile… una piacevolezza sempre più coinvolgente, totalizzante.
Aprì gli occhi di scatto e nel chiarore lunare scorse mastro Guccio inginocchiato al suo fianco, che gli aveva aperto la braghetta, gli aveva tirato fuori l’ammennicolo e glielo stava menando.
“Ma… mastro Guccio, cosa state facendo?”, chiese sconvolto.
“Shhhh! – fece quello – Guardate.”
E mastro Tirello guardò e quello che vide lo lasciò senza fiato: stretto nel pugno dell’amico c’era il suo nerchione trionfalmente turgido, come non lo ricordava da lungo tempo.
“Ma come?... cosa?...”, balbettò, non credendo ai suoi occhi.
“Poco fa, - gli spiegò, allora, mastro Guccio – stavo dormendo, quando mi è venuto in sogno san Crescinmano, bello come la statua che sta sull’altare, e mi ha detto ‘Ho ascoltato le tue preghiere, mastro Guccio, e ho deciso di esaudirle, ma tu devi aiutare quel povero giovane a ritrovare la sua pace. Va da lui, prendi il suo arnese e fattelo crescere in mano: io sarò contento e lo sarai anche tu’. Io gli ho chiesto: ‘Ma non è peccato toccare un altro uomo nei posti proibiti?’. E lui mi ha risposto: ‘Quale per ben si face, al nostro cuor non spiace’. Quello che si fa a fin di bene, non dispiace al suo cuore… Capite, mastro Tirello? Allora mi sono svegliato e ho fatto come mi aveva detto. E vedete… le nostre preghiere sono state esaudite.”
E con queste parole, si tirò giù i panni mostrando all’attonito amico la sua ritrovata virilità. Lacrime di gioia presero a scorrere sulle guance di mastro Tirello che, ancora incredulo, se lo prese in mano quasi a saggiare la realtà del suo vigore; e poi allungò la mano a verificare di persona se anche quello dell’amico non era un sogno ingannatore. No, non lo era! Allora presero a ridere e a piangere, i due miracolati, increduli e felici per l’inaspettata guarigione, e levavano lodi a san Crescinmano, grati per la grazia di cui li aveva fatti degni.
Ma la vista e il palpeggio del poderoso tarello di mastro Guccio sembrarono risvegliare lontani ricordi nelle carni del giovane Tirello, ricordi lungamente repressi, ma mai cancellati. Un violento prurito cominciò a serpeggiargli nel profondo delle viscere, via via avvicinandosi all’orificio, dove dilagò con la virulenza di una mareggiata.
“Mastro Guccio, - disse, allora, con voce tremante più d’emozione che d’imbarazzo – il Santo ha volto farvi strumento della grazia concessami, chiedendovi di sacrificare il vostro decoro; permettetemi adesso di dimostrare la mia riconoscenza a Lui e a voi, celebrando nel modo adeguato la vostra ritrovata virilità.”
E con queste parole, si pose a quattro zampe e si denudò il sedere, offrendo in sacrificio all’amico due belle chiappe carnose e un buchetto invitante.
Non ci fu bisogno d’altro: l’eccitazione e il bisogno di verificare la valenza della guarigione resero inutili ulteriori parole. Quasi senza rendersi conto di cosa facesse, mastro Guccio gli andò dietro, gli poggiò sul pertugio la punta sbrodolata della mazza e con un solo colpo gliel’affondò tutta dentro fino alla radice. Il lamentoso guaito di entrambi risuonò nell’oscurità della baracca, rischiando di turbare il sonno dei santi frati: l’uno rivisse in un lampo gli spasimi dello stupro subito, l’altro si trovò a provare il lacerante piacere della penetrazione anale a lui finora sconosciuta. Ma nessuno dei due si aspettava il delirio di sensazioni che ne seguì. Appena arrivato in fondo al tunnel, mastro Guccio cominciò a zagagliare con l’uccello dentro e fuori dal culo di Tirello, che ebbe modo, dal canto suo, di scoprire qualcosa che valse di gran lunga a ripagarlo dell’onore a suo tempo perduto. Se il primo guaito era stato di dolore, quelli successivi furono l’espressione di un piacere sempre più crescente e culminato in un contemporaneo, devastante orgasmo: quello di mastro Guccio nel culo di Tirello e quello di mastro Tirello sui sacchi del pagliericcio.
La soddisfazione fu tale che poco dopo i due giacevano fianco a fianco, tenendosi per mano, e mai in nessun momento né allora né dopo si sentirono oppressi da rimorsi o sensi di colpa. Ciò che per ben si face, al nostro cuor non spiace, aveva detto san Crescinmano, e loro non avevano forse agito per il bene l’uno dell’altro?
Appena mattina, decisero di ripartire subito e viaggiare da soli, nonostante i pericoli di quel lungo viaggio. Si recarono a ringraziare ancora una volta il Santo benefattore, poi si misero la strada sotto i piedi e partirono col cuore gonfio d’amore e di riconoscenza.
Durante il viaggio, ebbero modo di rinnovare più volte il loro atto di ringraziamento a san Crescinmano e ogni volta con fervore maggiore; tanto che, arrivati al luogo in cui le loro strada avrebbero dovuto dividersi:
“È il momento di separarci, - disse mestamente mastro Guccio – avrete qualcuno che vi aspetta a Caltagirone e non vede l’ora di riabbracciarvi.”
“Non ho nessuno che m aspetta a Caltagirone e nessuno che vede l’ora di riabbracciarmi.”, rispose cupamente mastro Tirello.
“Io ho una moglie che mi aspetta a Forlimpopoli.”, disse mastro Guccio, ma senza nessun entusiasmo.
Stettero a lungo in silenzio, a capo chino, senza nemmeno il coraggio di guardarsi.
“Questi viaggi per luoghi selvaggi sono lunghi e pericolosi, si sa quando si parte, ma non quando si torna…”, riprese mastro Guccio.
“E soprattutto non si sa se si torna.”, gli fece eco sinistramente mastro Tirello.
“Per questo facciamo testamento, prima di partire. Madonna Leonilde non avrebbe problemi, se mi succedesse qualcosa.”
“Se avete fatto testamento, forse avevate il presentimento che non sareste tornato…”
“Credo che abbiate ragione, mastro Tirello… Avete detto che non vi aspetta nessuno…”
“Nessuno, sì…”
“Potremmo esserci persi durante il cammino…”, disse mastro Guccio.
“Il cammino è lungo e pieno di pericoli…”, concordò mastro Tirello.
Allora, mastro Guccio gli passò amichevolmente un braccio sulla spalla.
“Siamo stati bene assieme…”, disse.
“Sì… davvero bene… - rispose speranzoso mastro Tirello – Nessuno ci obbliga…”
“Già… nessuno ci obbliga… Ti va se restiamo un poco assieme?”
“Fino a quando vorrai…”, rispose mastro Tirello.
E stringendosi l’uno all’altro, si incamminarono di comune accordo verso il vicino paese a cercare pace e ristoro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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