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Gay & Bisex

Si può sempre fare un'eccezione


di adad
25.11.2025    |    309    |    1 9.7
"Glielo slurpai per un poco, mentre con la sinistra gli soppesavo i grossi coglioni pelosi..."
Ho conosciuto Lorenzo un paio di anni fa. Era un tiepido pomeriggio d’aprile e me ne stavo seduto su una panchina al parco, solo soletto. Era un sabato pomeriggio e non lavoravo: sono un impiegato pubblico; così, dopo aver mangiato ed essermi fatto una discreta sega, guardando un porno al computer, avevo preso un giallo e me ne ero andato al parco.
Immagino che qualcuno avrà arricciato il naso, ma, scusate, chi è che non si fa una sega dopo un pranzetto gustoso e un buon bicchiere di vino? Secondo me ci sta e non me la faccio mancare mai. Quando sto a casa, ovvio: in ufficio sarebbe un po’ difficile.
Ad ogni modo, avevo preso un giallo di Agatha Christie e me ero andato al parco.
Mi stavo giusto gustando le finezze investigative di Miss Marple, quando un’ombra si frappose fra me e il sole. Sollevai lo sguardo: un tipo mi si era fermato davanti e mi fissava. Era controluce e non riuscivo distinguerlo bene, ma sembrava abbastanza giovane e niente male.
“Le dispiace spostarsi mezzo metro più in là?”, dissi con un sorriso.
“Ti sto togliendo il sole?”, scherzò lui, ricambiando il sorriso.
“No, è che così controluce non riesco a distinguerla bene.”
Lui scoppiò a ridere e venne a sedermisi accanto.
“Va meglio così?”
“Decisamente”, feci, guardandolo.
Era decisamente un bel tipo, atletico, a quanto era dato vedere, lineamenti virilmente armoniosi e una morbida capigliatura castano chiara, quasi bionda. Lo scansionai in due secondi e il responso fu decisamente positivo, anche se non potevo andare oltre la coltre dei vestiti, se non lavorando di fantasia.
“Lorenzo”, disse lui, tendendomi la mano.
Era asciutta, nervosa.
“Angelo”, feci io, stringendogliela.
“Ti secca, se mi fermo un momento a fare due chiacchiere?”
“Tutt’altro.”
E in effetti ero tutt’altro che seccato: era un tipo talmente affascinante, che mi sembrava piovuto dal cielo in terra a miracol mostrare, come dice Dante.
Qualcuno dirà: ste checche, basta che vedono un maschio con un bel pacco in mezzo alle gambe e non ragionano più. Beh, spesso è vero, ma Lorenzo valeva davvero la spesa specularci un po’ sopra.
Scambiammo qualche parola di circostanza, mi chiese cosa stavo leggendo e altre cavolate, tanto per tenere in piedi una conversazione fra sconosciuti.
“È strano – mi fece ad un certo punto – vedere un ragazzo giovane come te, che se ne sta seduto al parco a leggere, anziché andare a caccia di donne.”
“Immagino di sì… - risposi evasivo – Comunque, non mi sembra che tu sia molto più vecchio di me.”
Lorenzo scoppiò a ridere.
“Hai ragione. Io ho trent’anni. E tu dovresti essere sui ventitré, ventiquattro.”
“Venticinque. – precisai - Siamo praticamente sulla stessa barca.”
Ancora diverse banalità, per fortuna senza tornare sull’argomento: caccia alle donne. Poi, il tipo guardò l’orologio e:
“Scusa, ma devo andare. Ho un appuntamento.”, disse, alzandosi.
“Ok”
“Magari ci si rivede”, proseguì, porgendomi la mano.
“Magari…”, feci io, cercando di non far trasparire il desiderio che succedesse.
Lui sorrise e si allontanò, mentre io fissavo le sue chiappe carnose, che guizzavano sotto i leggeri pantaloni.
***
Era destino che ci rivedessimo: erano passati, infatti, appena due giorni, quando lo incrociai sotto casa, il pomeriggio che rientravo dal lavoro.
“Ehilà, - mi fece, aprendosi ad un luminoso sorriso – sembra quasi che ci siamo dati appuntamento. Abiti qui?”
“Sì”, feci io, indeciso fra il piacere di rivederlo e l’imbarazzo di trovarmelo davanti proprio in quel momento.
“Bel posto.”, commentò lui.
“Sto tornando dal lavoro, - dissi e poi senza neanche rendermene conto – vuoi salire a bere qualcosa.”
“Perché no?”, accettò lui e sembrava che non aspettasse altro.
Una volta in casa, lo lasciai un momento per darmi una rinfrescata in bagno.
“Com’è andato l’appuntamento, l’altro giorno?”, chiesi poco dopo, stappandogli una bottiglia di birra.
“Soddisfacente”, fece lui laconicamente.
“Di cosa ti occupi?... No, scusa, non voglio impicciarmi degli affari tuoi.”
“Nessun problema, - rispose lui con aria indifferente – sono un escort.”
“Un che?...”, esclamai quasi ingozzandomi con un sorso di birra.
“Un accompagnatore.”
Lo guardai con aria interrogativa. Lui sorrise comprensivo: evidentemente, non era la prima volta che si trovava di fronte ad una reazione del genere.
“Beh, può succedere che una certa signora, che vive da sola, voglia andare a pranzo o a teatro e ha bisogno di qualcuno che l’accompagni: allora subentro io.”
“E ti pagano per questo?”, chiesi stupidamente.
“Ovviamente. È tutto a spese loro.”
“E te le porti anche a letto?”
Avevo visto a suo tempo American gigolò e la domanda mi sembrò naturale.
Lorenzo scoppiò a ridere:
“Può succedere, - disse – ma in questo caso il compenso sale.”
“Immagino. Fai una bella vita, insomma: fai sesso e ti pagano pure!”
E a questo punto, non riuscii a reprimere un’occhiata allusiva al suo gonfio bagaglio… un’occhiata non priva di una notevole dose di invidia.
“Accompagni anche uomini?”, chiesi, spinto dalla curiosità.
“Na… sono etero: solo belle signore danarose, niente uomini… di nessun tipo, se capisci cosa intendo.”
“Etero tutto d’un pezzo! – commentai – Ma cosa c’è che non va?”, chiesi, colto da un’improvvisa sensazione.
“Perché dovrebbe esserci qualcosa che non va?”
“Non so… mi sembra di cogliere una certa insoddisfazione nelle tue parole. Magari mi sbaglio e ti chiedo scusa.”
Lorenzo mi fissò a lungo con una luce indefinibile negli occhi.
“Sei perspicace, - mi disse dopo un po’ – c’è qualcosa… ma mi vergogno troppo a parlarne, scusami.”
“Nessun problema, - feci – dopo tutto, non sono affari che mi riguardino.”
Ma si vedeva che aveva una gran voglia di vuotare il sacco. Infatti:
“Ecco… Tu… anche se sei molto giovane… più giovane di me… mi sembri un tipo che capisce le cose…”
Lo fissai senza parlare, in attesa che continuasse.
“Ecco… - riprese – riguardo al sesso… a me piacciono le cose un po’ strane… un po’ spinte…”
“Un po’ porcellose, in pratica”, feci con un sorriso.
Come rinfrancato dal mio commento scherzoso:
“Prendiamo, per esempio la fellazio…”
“Il pompino, tanto per essere chiari.”, lo interruppi.
“Sì, il pompino. – rise lui – scusa, ma con certa gente bisogna usare un linguaggio pulito.”
“Non ti preoccupare, usa pure un linguaggio sporco: chiama le cose con il suo nome, ok?”
“Ok”, e sembrò sollevato da un peso.
“Dicevi del pompino.”
“A me piace molto farmelo succhiare, ma quello che mi fa impazzire è venire in bocca…”
“E le signore danarose non ne vogliono sapere?”
“Per succhiarlo, me lo succhiano… per un po’… ma al momento che sto per venire se lo tolgono di bocca e mi tocca sborrare fuori.”
Che stupide, pensai.
“Immagino che sarà frustrante per te.”, dissi.
“Puoi ben dirlo. E poi, tieni presente che a me piacerebbe trattarle un po’ da troie, quali sono, ma guai ad andare per un momento fuori dal galateo.”
“Beh, peccato che tu non vada con gli uomini, - dissi più che altro scherzando –
Io ti lascerei fare tutto quello che vuoi…”
Lui gi guardò con occhio birichino:
“Potrei anche fare un’eccezione…”, disse lui con tono lascivamente insinuante.
“Il guaio è che non avrei i soldi per pagarti”
“Facciamo che tu me lo succhi, io ti sborro in bocca e siamo pari. Ti va?”
“Ok, affare fatto!”
Con gli occhi luccicanti di libidine, Lorenzo balzò in piedi e cominciò a sbottonarsi i pantaloni.
“Aspe’, aspetta! – lo fermai – facciamo le cose per bene. Ci penso io.”
Rimasi seduto e me lo tirai più vicino, gli slacciai la cintura dei pantaloni e tirai giù la zip. Lui fremeva d’eccitazione, ma io non ero da meno, mentre aspiravo l’aroma caldo e pungente che traspirava dalla patta. Infilai le mani sotto i pantaloni fin dietro le natiche carnose e glieli feci scivolare giù fino alle caviglie, mentre premevo le labbra sul cazzo turgido che gli si profilava di traverso sotto le mutande.
“Ti piace proprio il cazzo!”, osservò lui.
“Non saprei farne a meno…”, mugugnai io, mordicchiando la spessa sagoma.
“Sei una troia… - sospirò Lorenzo – Dai succhiamelo, frocio…”
Il suo linguaggio triviale mi eccitò ancora di più e non lo feci aspettare oltre: gli tirai giù gli slip e rimasi a fissare come ipnotizzato il grosso nerchio che era scattato in avanti, una volta liberato dalla sua prigionia. La punta, già rorida di rugiada emergeva appena dalla guaina del prepuzio carnoso. Afferrai con la destra la mazza bollente e gliela slinguai con un rapido colpo di lingua, facendolo fremere; poi lo scappellai e accolsi in bocca l’intero glande spugnoso.
Glielo slurpai per un poco, mentre con la sinistra gli soppesavo i grossi coglioni pelosi.
Lorenzo mugolò, sgambettando fuori dai pantaloni, afflosciati alle caviglie, e allargò le gambe per rendersi più stabile. Ma a quel punto, io mi rialzai, lo spinsi a sedersi sul divano e mi inginocchiai fra le sue gambe: un cazzo come quello meritava di essere adorato come si deve.
Ripresi a leccarglielo tutt’attorno alla cappella, picchiettandogli il filetto con la punta della lingua, mentre lo fissavo negli occhi, eccitato dai suoi spasimi di piacere.
Il resto è cronaca: presi a succhiarglielo con la voracità di chi non vede un cazzo da tempo o lo desidera fino allo spasimo e intanto gli palpavo i coglioni, glieli stringevo, glieli stiravo, contribuendo a portarlo al giusto grado di ebollizione.
Tralascio anche le laidezze che mi disse fra i gemiti di piacere: potrebbero offendere la sensibilità di qualche lettore.
Ad un tratto, il cazzo gli si incordò, lui prese a tremare in tutto il corpo e le palle a rattrappirsi: capii che stava per venire. Incrementai il lavorio sulla cappella, che avvolgevo e mulinavo con la lingua, ed ecco che d’un tratto il cazzo ebbe uno scatto, lui sguaiolò come un animale ferito e un corposo getto di seme mi riempì il cavo orale, seguito subito dopo da un altro e un altro ancora, mentre le scosse si facevano meno forti e l’uccello fra le mie labbra iniziava a perdere il suo turgore.
Allora, iniziai a deglutire lentamente l’enorme carico, mentre ne assaporavo con voluttà il gusto acidulo. Era ormai molle, quando me lo tolsi di bocca, dandoci un’ultima leccata sulla punta.
“Che sborrata, ragazzi!”, ansimò Lorenzo, fissandomi con uno sguardo ebete.
“Valeva la pena fare un’eccezione?”
“Se avessi immaginato, ti avrei cercato molto prima. Hai perfino ingoiato…”
“Se non degusti, che pompino è?”
“Sei un vero maiale…”
“Sono quello che cercavi, giusto?”
“Direi di sì.”
“Ne hai ancora?”, chiesi, leccandomi le labbra.
“Per te, quanta ne vuoi.”, disse lui, abbandonandosi sullo schienale del divano e allargando di più le gambe in chiaro segno di invito.
“Quanto ci metti a ricaricare?”
“Se ti dai da fare, non ci vorrà molto.”
E io mi diedi da fare, fiondandomi sui suoi coglioni, e iniziai a leccarglieli, facendomi strada fra i peli con la punta della lingua. Poi, preso da un’improvvisa ispirazione, gli afferrai le caviglie e gli sollevai le gambe, portando alla luce un magnifico orificio roseo e increspato tutt’attorno da minuscole grinze. Come potevo resistere? E infatti non resistetti: ci poggiai sopra le labbra e lo baciai, iniziando subito dopo a punzonarlo con la lingua, penetrandolo fin dove potevo.
Lorenzo ebbe un sussulto, poi:
“Sì, cazzo, leccami il culo… leccami il culo, è fantastico!”
Era chiaramente la prima volta che glielo facevano e lui sembrava oltremodo apprezzarlo, mentre sguaiolava come un cucciolo di foca, gratificandomi degli epiteti più osceni.
Come previsto, non ci mise molto a ricaricare: in un lampo il cazzo gli tornò più duro di prima. Ma quando feci per succhiarglielo di nuovo.
“Aspetta, - disse con voce roca – voglio incularti.”
In un lampo mi spogliai e gli fui nudo davanti.
Senza muoversi, Lorenzo si prese la mazza e la tenne diritta:
“Sieditici sopra…” ansimò.
Allora, mi gli misi a cavalcioni, inginocchiandomi sul divano, e me lo puntai sul buco del culo. Ma il pertugio era asciutto e senza alcuna preparazione, e per quanto avesse il cazzo ancora viscido della precedente sborrata, fu impresa convincere il mio sfintere ad aprirsi e a lasciarlo entrare.
“Cazzo, che stretto!”, gemette lui.
“È questo il bello…”, gemetti io, agguantandolo ai pettorali e strizzandoglieli.
La cosa dovette piacergli, perché mentre la penetrazione avanzava faticosamente, lui agguantò i miei, strizzandomeli altrettanto, mentre ce ne dicevamo di tutti i colori e “ficcamelo dentro tutto”, “sentilo quant’è duro, troia puttana!”, e così via in un duetto delirante.
Ma la strettezza del mio retto, il calore del condotto e la novità dell’atto ebbero ben presto la meglio: era arrivato infatti appena a metà del percorso, quando cominciarono a rimescolarglisi i coglioni.
“Vengo, frocio puttana!”, gemette, mentre mi agguantava le chiappe, strizzandomele dolorosamente.
E infatti, subito dopo sentii le pulsazioni del suo seme che scorreva a fiotti lungo la grossa vena; pulsazioni che, battendomi sulla prostata, portarono pure me ad un orgasmo inaspettato e venni, inondandogli la pancia e il petto.
***
Da quel giorno si instaurò uno strano sodalizio fra noi due: spesso, o per lo meno quando non era impegnato con i suoi appuntamenti, Lorenzo veniva da me
e ci dedicavamo ai nostri spassi, ogni volta con qualche perversa novità, come quando pretese che ricevessi in bocca la sua pipì, dopo che lo avevo sbocchinato. Cosa che ovviamente feci sia pure dopo un’iniziale ritrosia.
Qualcuno arriccerà il naso, lo so, si chiederà come sia possibile scendere così in basso; beh, l’unica cosa che posso dire è che bere la pipì del ragazzo a cui lo hai appena succhiato, di cui hai appena ingoiato lo sperma, è… no, non ve lo dico: provatelo, solo così potrete capirlo.
Il fatto è che a me quel ragazzo piaceva troppo, ero ossessionato dal suo cazzo e dalle maialate che mi chiedeva di fare: il mio timore era che, se una volta gli avessi detto di no, lui non si sarebbe fatto più vedere. E allora accettavo, salvo scoprire subito dopo che era quanto desideravo pure io.
Una volta, erano quasi le tre di notte e dormivo della grossa, venni svegliato dal suono insistente del campanello. Bestemmiando come non so chi, andai a guardare dallo spioncino: era lui, che mi fissava con aria birichina.
“Disturbo?”, fece, quando gli aprii.
“Vedi un po’ tu, - risposi un po’ stizzosamente – sono le tre di notte.”
“Quanto sei bello…”, biascicò un po’ brillo.
“Dai, entra. Vieni a letto.”
Mi seguì in camera, si spogliò e si infilò sotto le coperte.
“Cosa fa in giro a quest’ora?”, gli chiesi.
“Ho accompagnato una mia cliente a cena e poi a casa.”
“E avete fatto le cosacce.”
“Sì, ma non come quelle che mi fai fare tu.”
“Io? Ma se sei tu che me le chiedi.”
“Sì, ma perché tu mi stimoli l’ormone…”
“L’ormone del maiale!”, commentai.
Scoppiammo a ridere tutti e due.
“Ne ho lasciata un poco anche per te.”, mi disse poi, portandosi la mia mano al cazzo duro.
Che potevo fare, se non succhiarglielo con tutti gli annessi e i connessi? E infatti lo feci.
“Che bello stare con te.”, ronfò abbracciandomi, mentre ancora mi leccavo il suo sperma dalle labbra.
“Ma scusa, come fai a conciliare me e le tue signore danarose?”, feci, pentendomi subito di averglielo chiesto.
Ma lui sembrò non farci caso, anzi con tono serio:
“Siete due mondi diversi, - rispose – quelle mi danno i loro soldi e si comprano il mio cazzo per qualche ora, tu mi dai piacere e io te lo regalo tutte le volte che vuoi.”
“Grazie, - ironizzai – sei molto generoso. Ma che succederebbe se un giorno mi innamorassi di te?”
Lorenzo saltò a sedere sul letto:
“Un giorno? Ma io credevo… ero convinto che tu lo fossi già! Che ci sto a fare qui, allora?”, e fece per alzarsi e andar via.
“Vieni qua, scemo, - dissi, afferrandolo per un braccio e tirandolo di nuovo a letto – Lo sai benissimo che mi sono innamorato di te dal primo momento che ci siamo visti, giù al parco.”
“Lo so… e anche tu mi sei piaciuto subito.”
“Ma, scusa, non sei etero tutto d’un pezzo?”
“Si può sempre fare un’eccezione.”, ridacchiò lui e chiuse gli occhi, partendo per il mondo dei sogni.
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