Gay & Bisex
UNA LUNGA LECCATA E POI... TANTA CREMA.
14.02.2026 |
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Rimasi immobile e ben presto, frammista alla saliva, iniziò a scendere sul mento, sul petto, sulla pancia per poi arrivare fino al pavimento..."
Venerdì 13 febbraio 2026.Arrivato in anticipo per l’appuntamento, ero andato in una pizzeria. Una volta seduto mi accorsi che poco lontano c’era una faccia che conoscevo. Non misi subito a fuoco chi fosse ma poco dopo mi fu ben chiaro a chi appartenesse, anche se non ricordavo minimamente il suo nome. Immediatamente lo associai ad un tipo interessante che avevo frequentato per un po’ di volte alcuni anni prima. Una persona educata ma decisamente autoritaria e decisa. C’era stato del buon sesso ed era riuscito a coinvolgermi in un bel gioco di ruolo che, ricordo, ci aveva fatto vivere piacevoli situazioni. Poi, rapidamente come era iniziato, il gioco era altrettanto velocemente finito. Una storia gradevole, ma nulla di particolare, tanto che non avevo nemmeno provato a trasformarla in un racconto.
Mentre ero preso con questi pensieri lui si alzò e mi venne vicino: “Claudio, vero?” mi disse subito, con aria sicura.
Sinceramente non ricordai proprio come gli avevo detto di chiamarmi allora e quindi confermai.
“Ti ricordi di me, vero?” continuò.
Lo guardai da vicino trovandolo proprio un gran bel pezzo d’uomo. Sulla cinquantina abbondante ma assai piacevole.
“Sì, certo.” e, come a confermare che lo avevo proprio presente, aggiunsi: “la maionese.”
Non so come ma, vedendolo, mi ricordai immediatamente della maionese che si spalmava sul corpo e che dovevo leccare.
“S! La maionese. Dio! Ma quant’è che non ci vediamo?”
“Un po’. Quattro anni?”
“Io direi anche di più. Ti avrei chiamato ma non trovavo più il tuo numero” aggiunse quasi per giustificarsi: “sei solo?”
“Sì.”
“Allora mi metto qui. Stefano, mi spostato qui” disse al cameriere che evidentemente conosceva bene.
Una volta seduto ritornò su di noi: “però potevi chiamarmi, no?”
Quella frase mi sbloccò altri ricordi: “ma eri tu a chiamarmi. Se non sbaglio io non dovevo mai chiamarti. Potevi farlo solo tu.”
Mi guardò quasi sorpreso: “sì, sì, vero. Beh! Ma adesso come sei messo? Fai ancora?”
“Poco, ma faccio. Sono mesi che sono preso fino alla gola dal lavoro.”
“Ma hai sempre voglia? Mi ricordo che” si interruppe per guardarsi intorno e quindi proseguì: “avevi una voglia di cazzo che non finiva mai.”
“Beh! Più o meno. Però gli anni passano.”
E mentre rispondevo, continuavo a pensare ad altri particolari del nostro breve rapporto ricordando solo le cose piacevoli che avevamo fatto. Cercai anche di mettere a fuoco il perché ci fossimo persi di vista ma l’unica motivazione che ritenni plausibile fu per la distanza.
“Ma va! Ti trovo bene. Come mai qui?”
“Lavoro. Pausa pranzo.”
“Anch’io. Ho l’ufficio proprio qui dietro. Aspetta, però non abitavi da tutt’altra parte?”
Sì, infatti sono qui per un cliente. Anzi, per due.”
“E hai fretta?”
“No, non più di tanto.”
“Eh… Ti va un po’ di cazzo?”
Questa volta fui io a guardarmi attorno per vedere se qualcuno potesse sentirci.
“Be! Al tuo non si può dire di no…”
“Anche adesso?”
“Adesso?”
“Sì, ho l’ufficio libero. L’impiegata mi ritorna alle tre. È proprio qui vicino.”
Lo guardai sorpreso e gli feci l’occhiolino. L’idea mi colse di sorpresa ma accettai immediatamente. Anche perché era un periodo davvero “magro”.
“Andiamo subito. Aspetta che avviso che ce ne andiamo. Qui sono di casa…”
Insistette per pagare lui e cinque minuti dopo ero da lui. Mi portò nell’ufficio: in tutto due stanze più l’ingresso. Mi fece strada nella sua zona: “qui ci sono solo io più Carmen di la, ma ritorna alle tre. Abbiamo quasi due ore.”
“Bel posto.”
“E tranquillo. Sei sempre il solito porco voglioso?”
“Tu che ne dici?”
“Lo spero. Mi ricordo che eri una troia senza fondo. Sei sempre depilato?”
“Sorpresa!”
“Mh! Spero proprio di sì. Dai, fammi vedere.”
Anche se può sembrare incredibile mi ero depilato proprio il giorno prima. Era da una settimana che non lo facevo perché in questo ultimo periodo ci penso solo la domenica. E più per il piacere di farlo che per… necessità.
Iniziai a togliermi tutto e, una volta rimasto a torso nudo iniziò ad accarezzarmi le braccia ed il petto: “però. Sempre sul pezzo. Ma ormai ne hai sessanta? No, meno, vero?”
“Fatti da poco, sessanta tre.”
“Ma va? Te li porti bene. Hai sempre il cazzo piccolo?” continuò strizzandomi i capezzoli.
“Mh… decidi tu” sussurrai maliziosamente abbassando pantaloni e slip.
“Sì, me lo ricordavo, sai. Proprio così, senza un pelo e liscio liscio” aggiunse spostando la mano sul pube e scendendo su una coscia.
“Sempre pronto, insomma. Come se stessi aspettando di prendere un cazzo.”
“Beh! Pronto pronto no. Dovrei darmi una lavatina prima.”
“Giusto, il bagno è qui ma non c’è il bidet.”
“In qualche modo combino…”
Sfilai i pantaloni e tolsi le calze.
“Le calze! Adesso ricordo. Te le toglievi sempre.”
Sorrisi e andai a lavarmi mentre lui rimase affacciato alla porta per guardarmi. Purtroppo non trovai nulla per poter fare un po’ di pulizia intima e lo informai della cosa.
“Non importa, magari non te lo metto lì. Anzi, sai cosa mi va? Di farmi leccare tutto.”
“Con la maionese?”
“Cazzo! Non ho la maionese. Però si può fare con la cioccolata” disse allungando la mano sulla scrivania e prendendo dei cioccolatini.
A quel punto, cominciando dalla giacca, si tolse tutto anche lui, a parte le calze.
“Ma la pancia? Me la ricordavo più… contenuta.”
“Taci. È quella stronza di mia moglie che non fa altro che preparare di tutto. E poi vuole andare spesso a cena fuori.”
“Dai, sei interessante anche così.”
Infatti era più o meno come lo ricordavo, forse un po’ più peloso ma con una bella pancia tonda e sporgente. Il cazzo, già mezzo in tiro, era piacevole.
Mi fece sedere su una poltroncina e mi si piazzò davanti. Non disse nulla ma fu evidente cosa voleva lasciandomi il suo sesso proprio davanti alla faccia.
Presi a leccarlo partendo dalle palle palle per poi risalire tra quella foresta incolta che mi lasciava diversi riccioli tra le labbra.
“Sono profumato, vero?”
Mi staccai un attimo per aggiungere: “piacevolmente.”
“Ah si! È vero! Sei una porca troia. Ti piace l’odore del maschio anche se non ha fatto il bidet…” e rise.
Io continuai a leccare risalendo fino all’ombelico perché mi ricordai che gli piaceva tanto sentire la lingua proprio lì.
Il sapore fu un po’ acre ma non mi fermai e, dopo aver indugiato a lungo su quel piccolo cratere in mezzo al pancione, ritornai sul cazzo che ormai era pronto. Sempre senza usare le mani che tenevo appoggiate alle sue cosce, risalii tutta l’asta fino in punta di lingua e quindi la feci entrare tra le labbra. Scesi lentamente lasciandola scorrere per farla sprofondare dritta in gola. Entrò tutta e mi fermai solo quando era completamente dentro di me e il naso sbatteva sul pelo del pube.
Lo sentii respirare profondamente: “sei più porca di quanto mi ricordassi.”
Così, piacevolmente gratificato da quel sesso, lo feci uscire un po’ e quindi iniziai a pomparlo cercando di dare il meglio.
Risultò subito piacevole perché lo trovai durissimo, liscio, scorrevole e con una cappella meravigliosamente ben formata. Vi assicuro che sentire il rigonfiamento del bordo scorrere dentro e fuori le labbra mi appagò tantissimo.
Mi lasciò “lavorare” a lungo, forse un quarto d’ora, affidandosi completamente alla mia voglia di cazzo fin quando mi afferrò la testa per bloccarla: “fermo, fermo, se no vengo. È troppo presto. Aspetta un attimo. Dio! Che porca. Non mi ricordavo che avevi una bocca così... troia!”
Fermai la testa ma presi a toccarlo con la lingua ma mi chiese di smettere: “ma la vuoi subito la sbobba?”
Poco dopo tolse le mani: “dai, adesso la cioccolata, come se fosse maionese.”
Prese un Gianduiotto e lo aprì per poi passarlo sul petto.
“È duro, così’ non va. Aspetta che lo scaldo.”
Usò un accendino che passò sulla stagnola quindi riprovò a strofinarlo e, questa volta, metà cioccolatino si stese tra i peli del petto irsuto.
“Dai che va. Funziona.”
Rifece l’operazione stendendo quei mezzi cioccolatini un po’ dappertutto: pube, pancia, cazzo, palle, ascelle, chiappe, ano, cappella, braccia. Si fermò solo quando i cioccolatini finirono e nella ciotola rimasero solo le caramelle.
La prima parte che mi diede da “pulire” furono le dita. Le succhiai avidamente gustando quel piacevole sapore di cioccolato e fermandomi solo quando non ci fu più traccia del cacao.
Mi fece proseguire con le braccia, dove tentai uno slalom tra i folti peli, succhiandoli per liberarli di quella collosa sostanza. Apprezzai ogni singolo angolino, scoprendo, in base alla zona sulla quale “operavo”, sapori diversi che si mescolavano a quello predominante del cioccolatino. Il peggiore, perché acido e pungente sulla lingua, fu quello del deodorante che trovai sotto le ascelle. Andai avanti per una buona mezz’ora, alla fine della quale il suo corpo fu quasi completamente ripulito. Per ultimo mi lasciò il sedere.
Per agevolarmi si sistemò in ginocchiato e a gambe larghe sulla poltrona appoggiando il petto sullo schienale mentre io rimasi piegato davanti alle sue chiappe. Che dire: uno spettacolo piacevole, almeno per me. Un bel culone peloso spalancato e tutto impiastricciato di cioccolato. Leccando e succhiando e scaldando la crema lentamente la “spazzolai” via quasi tutta. Lasciai per ultima la fessura anale dove mi prodigai con passione e, in pochi minuti di tutta la massa appiccicosa non restò traccia. Il sedere era perfettamente… lindo anche se lucido di saliva.
Durante l’intera pulizia del corpo il mio amante si sprecò in una lunga sequenza di commenti atti a “valorizzare” la mia indole servizievole, disinibita e… puttanesca.
“Dopo la cioccolata non resta che la crema” quasi sussurrò rialzandosi per poi abbandonarsi, questa volta seduto, di nuovo sulla poltrona. Con le mani scosse il pene: “ti piace, vero? Dai prendilo tutto e fammi sborrare.”
Mi accoccolai in mezzo alle sue gambe larghe e, voglioso del suo cazzo, mi gettai a capofitto su di lui.
Lo pompai con allegria e rapidità e, nel giro di una manciata di minuti, mi arrivò il primo fiotto di crema calda.
“Non inghiottire, prima fammi vedere quanta ne ho fatta.”
Seguirono diversi altri spruzzi che accolsi in bocca, continuando a muovere la testa, sempre senza aiutarmi con le mani. Attento a non farli scendere giù, riuscii appena appena a gustare il prezioso sapore che mi sembrò quasi dolciastro.
Quando fui certo che aveva terminato mi staccai e, inginocchiandomi davanti a lui, spalancai la bocca tirando fuori la lingua ricoperta della bianca crema.
“Bravo, bravo. Adesso resta fermo così, voglio vederla colare.”
Rimasi immobile e ben presto, frammista alla saliva, iniziò a scendere sul mento, sul petto, sulla pancia per poi arrivare fino al pavimento.
Rimase contento e apprezzò: “adesso butta giù quello che è rimasto.”
Lo feci subito, leccando poi le labbra: “fammi vedere?”
Spalancai nuovamente la bocca mentre lui con l’indice iniziò a raccogliere quanto mi era rimasto sul corpo per poi spalmarlo sulla lingua.
L’espressione sul suo viso era contenta: “dai rivestiamoci, sono quasi le tre.”
Mi alzai per andare a prendere i miei indumenti ma mi bloccò per un braccio.
“Aspetta, voglio vedere se sei sempre aperto come allora.”
Mi infilò indice e medio in bocca per inumidirli e quindi, dopo averli appoggiati sulla punta del buchetto, li spinse dentro. Sprofondarono completamente dandomi una bella sensazione. Arrivati in fondo iniziò a ruotarli aumentando la mia soddisfazione e quindi prese a farli scorrere avanti e indietro. Bello, decisamente bello.
Però, proprio in quell’istante, si sentì lo scatto metallico della porta. Lui sfilò istantaneamente le dita e, raggiunta la scrivania, fece uno squillo sul ricevitore dell’altra stanza: “Carmen, sono con un cliente…”
A quel punto non ci restò che vestirci. Lui si dimostrò particolarmente soddisfatto per l’incontro inaspettato e, anche se non glielo dissi, pure io mi trovai appagato di quanto mi aveva fatto fare.
“Ci vediamo ancora?”
“Se ti va.”
“Certo che mi va. Però non ho più quell’appartamentino dove ci vedevamo. Si può fare qui. O nella pausa pranzo o dopo le sei.”
“Sì, mi va bene.”
“Che dici, domani?”
“Domani?”
“Sì, mi hai fatto venire una voglia di culo…”
“Sinceramente sono ben incasinato, ma sul tardi. Dopo le sei e mezza, posso esserci. Ho un’ora di strada. Se ho problemi ti avviso. Dammi il numero.”
Ci scambiammo i contatti e poco dopo, perfettamente impeccabile, mi accompagnò alla porta. Salutai la segretaria che mi sembrò davvero una bella ragazza e mi avviai al mio appuntamento. Guardando il telefonino trovai due chiamate del cliente ed un suo messaggio: scusandosi, mi chiedeva di rimandare ad un altro giorno.
Mi trovai così con due ore di “buco” prima del prossimo appuntamento e, visto che venivo da una piacevole esperienza, anche se non particolarmente “speciale” decisi di iniziare a raccontarla.
Ho così aperto il portatile e, in queste due orette, ho buttato giù di getto questo breve raccontino. Sicuramente non avrò il tempo di rileggerlo per i troppi impegni, ma visto che non ne pubblico uno su Annunci69 da mesi, colgo l’occasione al volo e stasera lo metterò online. Non lo faccio adesso perché è già ora di andare all’appuntamento con il cliente.
Credo che questa sia la prima volta in assoluto che non scrivo di pugno un avventura sul fidato diario di carta e mi sa che, stavolta non lo farò nemmeno. Stamperò ed incollerò. Un segno dei tempi che cambiano?
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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