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Gay & Bisex

Incontri ravvicinati


di adad
30.08.2026    |    116    |    1 9.4
"“Per le palle di Nettuno, che chiavata! - disse Andro – Era una vita che non godevo così tanto..."
Andro era disteso sul tetto della sua villetta in quella calda notte estiva. Le mani intrecciate dietro la nuca, si godeva le prime folate della fresca brezza proveniente dalla campagna circostante. Era in boxer e maglietta, e la frescura gli scivolava in piacevoli brividi sulla pelle ancora congestionata dalle diurne sudate.
La sua mente era sgombra, mentre lo sguardo vagava nell’oscuro abisso del cielo, costellato da milioni e miliardi di puntini luminosi, che le lontane luci cittadine non arrivavano ad offuscare.
Ogni tanto una scia luminosa attraversava fulminea le tenebre, talmente fulminea che Andro non faceva in tempo neanche a pensare di dover esprimere un desiderio.
“Accidenti, quante occasioni sto perdendo.”, ironizzò fra sé.
Chiuse un momento gli occhi, ripensando alle tante occasioni che aveva perso nella realtà, all’ultima soprattutto, la più cocente qualche giorno prima, quando quel ragazzo gli aveva fatto capire la sua disponibilità, ma lui non era stato in grado di coglierla. Riaprì gli occhi, sentendoseli pungere da una lacrima di stizza, e in quel momento ebbe l’impressione che un puntino luminoso si staccasse dalla miriade di stelle e prendesse ad avvicinarsi alla Terra.
“Ma che cazzo…”, mormorò, sollevandosi sui gomiti.
Intanto, il puntino luminoso si faceva sempre più grande, la sua luce sempre più abbagliante… finché venne a posizionarsi proprio sopra di giovane, che fu costretto a schermarsi gli occhi con una mano.
La luce si attenuò e quando Andro si tolse la mano dal volto, riaprendo gli occhi, sobbalzò, trovandosi davanti un’ombra filiforme, più oscura della notte, la cui unica evidenza erano due enormi globi luminosi in cima a quella che in un essere umano avrebbe dovuto essere la testa.
“E tu chi cazzo sei?”, esclamò.
L’ombra sembrò esaminarlo con i suoi grandi occhi, il cui sguardo il giovane sentì penetrarsi sotto la pelle, scorrergli lungo le vene, esplorargli il torace, scivolargli fin nella corteccia cerebrale.
“Eh, - fece con voce inizialmente gracchiante e poi via via più morbida – chi dovrei essere? Sono un extraterrestre, non lo vedi?”
“Un extraterrestre?”, fece Andro quasi divertito.
La sua iniziale traccia di paura, si era stranamente dissolta.
“Già. È molto che vi osserviamo e studiamo le vostre abitudini primitive.”
“Cosa siete? – rise il giovane – gli archeologi dell’universo?”
“Gli archeologi studiano il passato morto, - rispose l’ombra - noi studiamo il presente vivo dei popoli dell’universo.”
“E cosa volete da noi?”
“Conquistarvi e sottomettervi, che altro?”
“Fate davvero un bell’affare a conquistarci!”, ghignò Andro.
L’ombra sembrò farsi più oscura, poi prese a contorcersi, mentre emanava una foschia più chiara, che l’avvolse interamente e quando si dissolse, Andro si
trovò davanti un giovane nudo di una bellezza straordinaria, quale non aveva mai neanche immaginato nei suoi sogni più accesi.
“Ma che diavolo…”, esclamò, appena trovò un filo di voce.
“Come vedi, abbiamo enormi potenzialità, - sorrise l’essere – siamo capaci di trasformarci come gli occhi degli altri vorrebbero vederci.”
“E ci riuscite benissimo…”, mormorò Andro, ammirandone il fisico perfetto, il torace morbidamente modellato, il ventre piatto, le cosce tornite e soprattutto il sesso carnoso che penzolava indolentemente, spuntando da un cespuglio di peli folti.
“Ho letto i tuoi desideri.”, disse l’altro, avvicinandosi.
“Accidenti, li hai letti e li hai perfezionati.”, osservò Andro, fissando ammaliato il grosso cazzo alieno, che oscillava ad ogni suo passo.
L’essere gli si sedette accanto e subito il giovane si sentì avvolgere da un calore e da un profumo strani, inebrianti, quali mai aveva provato altre volte.
“So che voi terrestri vi chiamate per nome. Il tuo qual è?”
“Andro”
“Andro? Suona bene.”
“E il tuo?”
“Noi non usiamo nomi. – rispose l’extraterrestre, passandogli un braccio sulle spalle – Ma puoi chiamarmi Zisil…”
“Wow… Zisil… - mormorò il giovane, aspirando con voluttà l’aroma ambrato dell’ascella aliena – Se queste sono le vostre armi, non dubito che ci conquisterete in un istante.”
“E vi sottometteremo, soddisfacendo i vostri desideri più profondi”, mormorò Zisil, sfiorando con le sue le labbra dischiuse di Andro.
Ma non era ancora il momento, il giovane aveva bisogno di sapere.
“Se non fossi… come sono… - disse allora – in cosa ti saresti trasformato?”
“Se tu non fossi quello che sei, mi sarei trasformato in una bella figa o qualsiasi cosa tu desiderassi.”
Quelle parole furono come una doccia fredda sul povero Andro, che si tolse dalle spalle il braccio di Zisil e lo respinse con violenza.
“Ma che schifo! – urlò nella notte – Sei solo un’apparenza, allora, senza nessuna realtà!”
Zisil aggrottò le sopracciglia, sembrava non capire.
“Come, solo apparenza?”, fece.
“Se ti strappassi di dosso questa pelle, - urlò ancora Andro – cosa ci trovo sotto? L’ombra che eri prima?”
“Ah, capisco… - disse l’altro, che era nel frattempo entrato nei suoi pensieri più profondi – Ma ti sembra solo apparenza questo?”, e gli prese una mano poggiandosela sul petto, velato da una leggera peluria.
Andro carezzò con rinnovata voluttà quella pelle calda e vellutata, soffermandosi sui sodi pettorali, sui capezzoli sodi e carnosi.
“E questo ti sembra solo apparenza?”, e gli spostò la mano sul cazzo turgido, che l’altro avvolse subito con la mano, sentendosi avvampare di una folle libidine. Lo
strinse: era un cazzo vero, solido, bollente… tirò in basso la guaina spessa, carnosa, e al pallido lucore delle stelle Andro vide snudarsi il glande, da cui si sprigionò un afrore intenso di cazzo pronto per il sesso.
No, per la miseria, non era solo apparenza: quel maledetto alieno si era trasformato in un maledettissimo essere umano dentro e fuori, e si era trasformato così per lui, perché sapeva quali erano i suoi desideri.
“Mi leggi nella mente?”, chiese.
“Si chiama telepatia, è il nostro modo di comunicare. Se vuoi te la insegno, così non avremo più bisogno di parlare.”
“Ma a me piace parlare, sennò come farei a dirti che ti trovo fantastico?”, e intanto continuava a scorrergli con la mano su e giù lungo l’uccello.
“Che bello!”, sospirò l’alieno.
“Si chiama fare una sega. – sorrise Andro – Sì, è bello… ma dovresti saperlo.”
“L’ho visto fare durante le lunghe osservazioni, ma non l’ho mai provato.”
“Conosci solo la teoria, allora.”, ghignò Andro.
“Sì… - fece Zisil con voce strozzata – Ma è bello… mi sento tutto un formicolio…”
Il giovane capì che stava per venire.
“Aspetta, - disse – ti faccio vedere un’altra cosa.”, e chinatosi, glielo prese in bocca.
Se quella doveva essere la prima sborrata terrestre dell’alieno, tanto valeva che il salmo finisse in gloria! E, poi, lui stesso era ansioso di sentirsi quel seme sulla lingua, gustarne il sapore, provare fino a che punto fosse riuscito a identificarsi nell’oggetto dei suoi desideri.
“Ah….”, sospirò Zisil estasiato, sentendosi lappare il glande e avvolgere l’asta dalla calda mucosa orale.
Il piacere che provava era intenso e ancora più intenso e coinvolgente si fece, quando Andro cominciò a scorrere su e giù con le labbra, vorticandogli nel contempo la lingua attorno al glande e raccogliendo le copiose emissioni che il piacere faceva sgorgare.
“Che mi stai facendo? – sospirò Zisil – mi sento tutto un formicolio nelle palle… che mi sta succedendo?”
Stai per sborrare, pensò Andro, accelerando il ritmo di suzione. E infatti, un momento dopo l’altro lanciò un urlo, si rattrappì tutto e con uno scatto il suo cazzo scaricò un enorme getto di seme denso e colloso sulla lingua del giovane terrestre, che si affrettò a ingoiarlo, in attesa degli altri. Altri, che giunsero copiosi, ma meno abbondanti, così che lui poté degustarli, assaporarli, pasteggiarli, prima di farseli scorrere in gola.
“Mi hai fatto un pompino, giusto?”, chiese Zisil, non appena Andro si tolse di bocca il suo cazzo ammosciato.
“Ti è piaciuto?”
“Lo avevo visto fare, ma non immaginavo che fosse così… divertente. Certo che voi terrestri ci sapete fare con il sesso.”
“Lo facciamo fin da piccoli, - disse Andro, facendo spallucce - abbiamo una certa esperienza.”
“Hai ingoiato quello che è venuto fuori.”
“Si chiama sborra, a molti piace. Io ci vado matto: se non ingoi che pompino è? Ma se hai passato il tuo tempo a spiarci, hai solo visto: in realtà non hai mai fatto pratica…Beh, non preoccuparti: ci penso io.”, e gli allungò una mano in mezzo alle gambe, trovandogli però l’arnese ancora molle.
“Uhm… - fece un po’ deluso – In attesa che ti ricarichi, senti questo.”
Lo fece distendere sulla pancia, gli si distese fra le gambe divaricate e:
“Che magnifico culo…”, sospirò, iniziando a baciargli e leccargli le due splendide rotondità.
Sarà anche stata tutta apparenza, ma ormai non gliene fregava niente, e meno ancora gliene fregò, quando gli allargò le natiche e affondò col volto nello spacco del culo. La lingua sembrò muoversi da sola e non tardò a trovare il morbido pertugio: lo saggiò esternamente con la punta, poi non esitò a scivolare dentro in tutta la sua lunghezza.
“Oh… oh… oh… - sospirò Zisil estasiato – che mi stai facendo?”
“Ti sto leccando il culo, - mugugnò Andro – ti piace?”
“Oh… l’ho visto fare tante volte, ma non immaginavo che fosse così…”
“Bello?”
“Bello… e anche di più… continua, continua… Mi piace!”
E l’altro continuò a slinguargli il buco del culo dentro e fuori, vieppiù eccitato dagli spasimi di piacere dell’alieno e dalla fregola che sentiva montare dentro di lui.
All’improvviso, Zisil si rigirò sulla schiena, ostentando un’erezione ancora più poderosa di prima.
“Succhiamelo, - implorò – fammi venire come prima…”
“Ci hai preso gusto, - ghignò Andro – ma ho un’idea migliore.”, e con queste parole si tirò giù i boxer e si piazzò a quattro zampe, mostrandogli il culo.
“Che fai?”
“Mettimelo nel culo, inculami, dai, fottimi con quel bel cazzone!”, gemette l’altro.
“Vuoi che ti entro nel culo con questo?”, chiese stupito Zisil, inginocchiandoglisi dietro e impugnando e impugnando il suo enorme turgore.
“Sì…”
“Ma il tuo buco è piccolo e il mio cazzo enorme… Ti spacco tutto.”
“Fottitene e ficcamelo dentro, ché non ce la faccio più. Alla peggio mi porti in ospedale a farmi ricucire. Dai, dai, dai… Mettimelo.”
Zisil rimase un momento incerto, poi, innegabilmente allupato dalla prospettiva della nuova esperienza, si sputò sul cazzo, come aveva visto fare una volta in un film porno, mentre spiava la vita sulla Terra, si spalmò per bene il grumo di saliva lungo tutta l’asta, poi poggiò il glande sul forellino raggrinzito e spinse dentro con vigore.
“Ah!!!!!!”, urlò Andro, sentendosi stracciare lo sfintere.
Un urlo che dovettero sentire fin sull’astronave, dove gli altri alieni si guardarono in faccia con una certa paura.
Zisil, però, non desistette e continuò a spingere.
“Oh… oh… oh…”, gemeva Andro, mentre l’enorme palo continuava l’inesorabile affondamento.
“Sei tu che l’hai voluto, - esalò l’alieno, straziato a sua volta dalla strettezza del canale, che sembrava volesse sbucciarglielo come una banana – vuoi che smetta?”
“No, cazzo! dammelo, dammelo tutto!”, e grugnendo di dolore e di piacere, continuò a sopportare la penetrazione, finché l’altro non fu arrivato in fondo e lui si sentì premere i morbidi peli del pube sullo sfintere disfatto.
“Ah… mi sento pieno… - mormorò Andro, mentre il dolore si faceva meno lancinante – Dai, fottimi… fottimi, cazzo!”
E Zisil cominciò a muoversi lentamente, dentro e fuori, avanti e indietro… dapprima lentamente, abbastanza umano ormai da immaginare lo sconvolgimento che il suo cazzo stava apportando nel retto dell’uomo; ma poi accelerò il ritmo, via via che i gemiti di Andro si mutavano in sospiri, e in breve, con un grugnito profondo, gli scaricò tutto il suo seme nelle profondità intestinali.
“Per le palle di Nettuno, che chiavata! - disse Andro – Era una vita che non godevo così tanto.”
“Che strani che siete voi uomini. – mormorò Zisil, sfilandogli il cazzo ormai moscio dal sedere – Vi piace succhiare l’appendice riproduttiva di un altro uomo, prenderla nel culo, farvi trattare come puttane…”
“Perché, a te non è piaciuto trattarmi come una puttana?”
“Da morire! - scoppiò a ridere Zisil – Peccato che adesso devo andare.”
“Andare? E dove? – fece Andro – Non vedi che la tua astronave non c’è più?”
“Cosa?”, urlò Zisil alzando gli occhi al cielo.
In effetti, nel cielo puntellato da miriadi di stelle dell’astronave non c’era più nessuna traccia.
“Mi hanno lasciato qui…”, gemette l’alieno.
“Avranno visto che ti stavi umanizzando troppo e non gli servivi più. Ma non te la prendere, dai, ho ancora tanti giochini da insegnarti… Questo, per esempio…”, e chinatosi su di lui, gli diede un bacio, infilandogli mezzo metro di lingua in gola.
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