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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap4#6
giorgal73
04.05.2026 |
16.286 |
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"Si scambiano un ultimo sguardo tra loro, uno di quei segnali maschili che valgono più di mille strette di mano, un cenno che suggella la riuscita della missione..."
Natale perverso – Capitolo 4 – Relax meritatoParte 6 di 6 - Fine
Abdul e Mahmoud non stanno più nella pelle. Sono inginocchiati uno a destra e uno a sinistra, i fianchi tesi, le vene gonfie sulle braccia e sui colli, le mani che tremano mentre cercano una presa sulle spalle di Michela e sul bordo della vasca. I loro petti brillano di sudore e desiderio, le pance piatte che si contraggono a ogni respiro, le cosce possenti che si tendono come archi pronti a scagliare la freccia definitiva. Mi fissano con una brama di complicità, un’intesa segreta che passa sotto la superficie delle cose, e io me la bevo tutta, mi lascio riempire da quella corrente elettrica che ci unisce e ci fa diventare un animale unico, un Leviatano di carne, libido e volontà.
Sento che stanno per venire, lo avverto dal modo in cui si guardano, dagli occhi socchiusi che si accendono quando la pressione si fa insostenibile e la fame di dominio esplode in una necessità fisiologica, ancestrale. Voglio che sia perfetto, voglio essere il direttore d’orchestra della loro sconfitta e della loro gloria. Non mi limito a tenere la testa di Michela ferma: libero una mano e le passo sotto il mento, le apro la bocca con dolcezza ma anche con una certa violenza studiata, le metto l’indice fra i denti e lo faccio ruotare, la costringo ad allargare le labbra finché sembra una maschera tribale, un cranio sbiancato dal sole.
Ed è allora che mi viene l’ispirazione: la mano libera l’appoggio sul fianco di Mahmoud, la faccio scorrere lungo il gluteo sodo, infilo le dita dove la carne si fa più cedevole e calda. Mahmoud scatta in avanti, come punto da una scossa, e mi guarda con occhi sbarrati di sorpresa, poi si lascia andare, piega la testa all’indietro e geme piano, come se avessi appena trovato il tasto segreto che manovra la sua anima. Non contenta, ripeto il gesto con Abdul: lo scivolo della schiena, la curva del bacino, la fessura che si spalanca docile, e dentro, ancora più in profondità, finché sento il battito regolare che accelera, il respiro che si fa afono, il cazzo che pulsa in modo quasi doloroso.
La stanza si riempie di vapore e urla soffocate. Abdul e Mahmoud si passano il testimone come due maratoneti impazziti: si scambiano le posizioni, si aiutano a vicenda, si danno il cambio senza soluzione di continuità. Ogni volta che uno di loro sembra cedere, l’altro lo incita, lo sostiene, lo spinge oltre. Mi diverto a studiare le reazioni: le bocche tremanti, i movimenti a scatti delle anche, la piega sottile della fronte quando il piacere supera la soglia del dolore e diventa qualcos’altro, una forma di follia lucida e necessaria. Li voglio vedere disfarsi, perdere ogni residuo di dignità, e non ho intenzione di lasciarli andare facilmente: con i pollici alterno il ritmo della penetrazione, ora lento e ipnotico, ora rapido e spietato, seguo i loro gemiti e li trasformo in una danza di pura disperazione. Michela sotto di me è completamente sottomessa, ma anche regina della scena: tiene la bocca aperta, la lingua fuori, accoglie ogni getto, ogni ondata di liquido come fosse la fonte della vita. Le gocce le scorrono sulle guance, le colano lungo il collo, le imbrattano i seni e si mescolano all’acqua calda nella vasca, creando una zuppa di umori e desiderio così densa che ci si potrebbe nuotare dentro.
Più vado avanti, più mi accorgo che la mia stessa eccitazione è fuori controllo. La visione della scena mi fa vibrare la figa. La stanza diventa una camera di risonanza per il nostro piacere, ogni grido viene amplificato e restituito con un’eco che sembra prendere vita propria. Li guardo, li osservo come fossero creature mitologiche: i corpi neri, lucidi di sudore e fluidi, che si aggrappano l’uno all’altro, le mani che si cercano e si stringono, gli occhi che si accendono di una luce quasi infantile, di chi non crede davvero a quello che sta vivendo ma vuole viverlo ancora, ancora, ancora. In quella frazione di secondo in cui tutto si concentra, in cui la realtà diventa una sola nota acuta, Abdul e Mahmoud raggiungono l’apice insieme: le loro mani si intrecciano dietro la testa di Michela, la sollevano verso l’alto, e con uno scatto perfettamente sincronizzato lasciano andare la valanga.
I loro cazzi esplodono letteralmente sulla faccia di Michela, e la scena è talmente eccessiva da sembrare finta: fiotti di sperma caldo, denso, che si spargono ovunque, le ciglia incollate, le narici piene, la bocca che si riempie e trabocca, il mento che gocciola come la grondaia di un tetto sotto il diluvio. Michela non si ritrae, anzi: accoglie tutto, ingoia, tossisce, ride, si spalma la crema bianca sulle guance e sulle labbra, si unge come una santa consacrata al culto dell’eccesso. E io le faccio da cornice, la tengo per i capelli, le stringo la testa tra le mani, e mentre loro vengono io le sussurro parole dolci e infami, la incito, la umilio, la esalto, finché non sento che anche lei sta per venire, il suo corpo scosso da un’onda interna che la fa tremare fino alle ossa.
Quando il climax si esaurisce e la stanza sembra avere esalato il suo ultimo respiro, Abdul e Mahmoud, stravolti dall’estasi e dalla stanchezza, si scostano con rispetto. Li vedo indeboliti, quasi vacillanti, le braccia che ancora tremano e lo sguardo di chi ha appena conosciuto una verità proibita. Si ricompongono in silenzio, come se la nudità e il caos della scena li obbligassero a una forma di pudore dimenticata, e con movimenti minimi, quasi timidi, raccolgono gli accappatoi sparsi ai margini del bagno. Non una parola, solo respiri profondi e un calore residuo che impregna l’aria di qualcosa che non è più solo sesso, ma un’affinità viscerale, pura e irripetibile. Si scambiano un ultimo sguardo tra loro, uno di quei segnali maschili che valgono più di mille strette di mano, un cenno che suggella la riuscita della missione. Poi, senza voltarsi indietro, ci lasciano sole nella camera fumosa e profumata di cloro e sperma.
Restiamo così, io e Michela, sospese in una bolla di silenzio che sembra irreale dopo tutto quel frastuono. Mi accorgo che la guardo con occhi nuovi: il volto le è coperto da schizzi perlati che si stanno asciugando a piccoli filamenti, le ciglia sono grumose e le labbra brillano di un velo appiccicoso che la trasforma in una statua barocca, una Venere scorticata. Ma è nei suoi occhi - spalancati, lucidi, feroci - che si legge il vero capolavoro di questa notte: la riconoscenza, la sfida, l’abbandono assoluto. Per la prima volta mi sembra che non abbia paura né vergogna, che anche il dolore sia stato scavalcato da una specie di orgoglio timido ma indomito.
Resto immobile a scrutare il suo corpo disfatto, a contemplare il respiro che risale lento e irregolare lungo le clavicole, le mani che ora non tremano più ma si stringono a pugno, quasi volessero trattenere il senso di questa esperienza dentro la carne. Avverto su di me il peso del suo sguardo, un bisogno muto di essere riconosciuta, accolta, forse anche amata nella sua umiliazione. La sensazione mi risucchia, mi fa scivolare in una vertigine in cui ogni gesto prende un valore nuovo, ogni parola diventa una lama o una carezza.
Michela mi guarda dritto negli occhi, e la sua voce, quando arriva, è la più limpida e vera della serata: «Grazie padrona per avermi concesso di godere così tanto.»
*** NOTE ***
---CAPITOLO 4: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi tre!)---
Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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