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Caro Diario… Sono una Troia e Non Mi Pento #2


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
01.06.2026    |    236    |    1 9.3
"Non sento più le gambe, mi trascino giù dalla statua e mi abbandono sulla panchina come una creatura sfiancata, pelle e ossa e brividi..."
Parte 2 di 4

*** Premessa ***
Questa storia non l’ho inventata. Me l’ha sussurrata all’orecchio una mia nuova amica, conosciuta da poco su Hinge. Mi ero iscritto quasi per noia, tra like e messaggi sempre più audaci, finché Laura non ha deciso di giocare sul serio.
Tra una battuta maliziosa e l’altra mi ha raccontato tutto. Nei dettagli. Senza filtri. La statua, il parco, Elena, il bronzo freddo contro la sua figa calda, Marco che arriva proprio nel momento sbagliato… o forse giusto. Ogni gemito, ogni sfida, ogni goccia è reale. O quasi.
Allora ho accettato la sfida: trasformare la sua confessione sporca in un racconto hot, crudo, esattamente come me l’ha data lei.
Ora tocca a voi.
Se vi piace, se vi eccita, se volete sapere cosa è successo davvero dopo quella sera nel parco… lasciate un commento. Laura è una ragazza molto generosa, ma solo con chi sa apprezzare. Più commenti riceverò, più dettagli intimi e sporchi arriveranno.
Siete pronti a entrare nel parco con noi?

**********************

Elena tratteneva il respiro, e per un attimo ho pensato che potesse scoppiare a ridere o a urlare, invece ha solo sussurrato un “vai, vai, fammelo vedere” che mi ha caricato come una siringa di adrenalina. Ho incastrato un piede più in alto sulla base della statua, ho avvicinato il bacino finché la mia figa non ha sfiorato la superficie dura, quasi tagliente, poi, con una lentezza teatrale, ho iniziato a calare il corpo, centimetro dopo centimetro, fino a sentire la pressione del metallo contro le labbra aperte, il clitoride che impazziva per la differenza di temperatura e per la rugosità irregolare della superficie.

Il primo contatto è stato un elettroshock. Un’onda di piacere mi ha attraversato la schiena, un’onda che partiva dal punto esatto in cui la carne viva si stampava contro il bronzo, risaliva veloce la colonna vertebrale e finiva dritta in mezzo al cervello, dove scatenava immagini che sembravano proiettate su uno schermo IMAX. Ho chiuso gli occhi e Marco era lì: seduto, gambe larghe, il cazzo in tiro e la faccia da stronzo che sapeva di avermi già vinta, che godeva nel vedermi così, piegata su di lui come una gattina in calore. Ho iniziato a strusciarmi, piano prima, poi più forte, con movimenti piccoli e precisi, come se la mia figa sapesse già quali punti aggredire.

Sentivo il sesso aprirsi, le grandi labbra scorrere sul bronzo umido, il rumore lieve, osceno, di pelle contro metallo. Il clitoride si gonfiava a ogni frizione, ogni dente della superficie amplificava la scossa. Ho gemuto senza nemmeno accorgermene, perché mi sembrava impossibile che una cosa così semplice potesse offrirmi tanto, e perché in quel preciso istante sentivo davvero di essere la regina delle troie, la protagonista di una leggenda che avrebbero raccontato alle matricole del parco per decenni.

Elena era andata oltre il ruolo di spettatrice: si era avvicinata tanto che sentivo il suo respiro sulle gambe, e la vedevo tremare mentre cercava di non toccarsi. Mi diceva «sei fuori, hai capito? sei proprio fuori» e rideva con quella risata roca che le veniva solo quando era sul punto di venire anche lei. Ho alzato lo sguardo, l’ho incrociata, e lei mi ha fatto l’occhiolino: un lampo d’intesa, un invito a spingere ancora oltre il confine.

Non mi sono tirata indietro. Ho iniziato a muovere i fianchi avanti e indietro, senza più ritegno, avvolgendo la statua con le gambe come se fosse un corpo vivo, lasciando che il metallo mi prendesse dentro e mi segnasse la pelle. A ogni sfregata, sentivo i succhi colare e colare, lubrificare la statua, lasciarci sopra una lucentezza nuova, come se stessi battezzando il bronzo con la mia umidità. Ho pensato che la statua, dopo oggi, non sarebbe stata più la stessa, che chiunque ci si fosse seduto sopra avrebbe sentito ancora la mia presenza, il mio odore, la mia storia.

Non so da dove mi sia arrivato il coraggio, ma in quel momento ho alzato la voce, ho detto «guarda, Elena, guarda come me lo faccio» e la mia amica si è piegata in due dalle risate, ma anche dalla vergogna e dalla fame e da una specie di rispetto. Sentivo le sue mani stringersi forte sulle ginocchia, poi una è arrivata fino alla caviglia, mi ha accarezzato la pelle, prima piano poi più in alto, e a quel tocco ho sentito la tensione liquefarsi, ho sentito che stavo per venire.
Le ho chiesto, con un filo di voce, «puoi tenermi?», e lei ha risposto subito, decisa: «Sì, certo, stronza». Mi ha afferrato sotto il ginocchio, mi ha sostenuto il peso mentre io continuavo a montare la statua, e il gesto, così intimo, mi ha fatto venire un altro spasmo. Ho sentito il calore propagarsi, ho sentito la mia figa stringere e poi lasciar andare, e quando ho aperto gli occhi il mondo era tutto distorto, come se mi fossi appena schiantata dopo una corsa pazza.

Ho gridato, senza più ritegno, «Marco, cazzo!», e ho lasciato che l’orgasmo mi facesse sussultare tutta, la spina dorsale in arcata e le gambe che tremavano senza controllo. La statua era bagnata, letteralmente inzuppata di me, e mi sono venute da ridere le parole di Elena, che mi faceva l’applauso piano, come fossimo a teatro. «Minchia, Laura», mi ha detto, «sei una performer da Oscar.»

Per un istante, nel dopo, crollo. Non sento più le gambe, mi trascino giù dalla statua e mi abbandono sulla panchina come una creatura sfiancata, pelle e ossa e brividi. Elena mi avvolge subito da dietro, le mani larghe che mi stringono la pancia, il mento che si appoggia sulle mie spalle, e il suo respiro che mi soffia nell’orecchio una specie di nenia selvaggia. «Oh mio Dio, ma ti sei fatta scopare da una statua, sei il mio idolo assoluto,» dice, e ha la voce che vibra di adorazione e fame, uno stupore che non è sarcastico, ma reverenziale. E io, invece di vergognarmi, mi sento gigantesca: la regina delle immonde, la pioniera delle depravate.

Sento le sue mani che si insinuano sotto la gonna, le dita che mi trovano subito dove sono più tenera, che raccolgono i resti della mia goduria, come se volessero testare la materia di cui sono fatta. «Cristo Laura… sei una pozza!» ride, e intanto mi pompa due dita dentro, lente e affondate fino al palmo, come per vedere se tra me e il bronzo si siano attivate correnti invisibili. La guardo di sbieco, vedo la sua faccia: occhi liquidi e bocca socchiusa, la stessa che fa quando si infila la lingua tra i denti e mangia gelato di lampone. Solo che qui sono io il dessert.

Rido anch’io, anche se mi tremano ancora le mani, e con la faccia impastata di sangue e ossigeno le dico: «Hai visto? La statua mi ha scopato. Ho vinto io.» Lo dico ad alta voce, senza ritegno, come se avessi appena segnato un goal a porta vuota. Per un attimo ci fissiamo, sedute l’una di fianco all’altra, gambe allungate e nude che gocciolano acqua e vergogna. Siamo due sciacquette, due bandite, e il pensiero mi eccita a livelli impensabili.

Elena mi sfida subito, non vuole restare in secondo piano: «Eh allora? Vuoi un premio? Ricordati che io sono sempre la più troia tra noi due.» E lo dice con quella voce roca, che mi ricorda quando a scuola leggeva le poesie di Saffo e nessuna prof riusciva a zittirla. Dentro la frase, però, ci sento una nota di vero desiderio: adesso vuole il palcoscenico tutto per sé, vuole superarmi, rubarmi la scena.

Così la provoco, senza filtri: «Dimostralo. Ripulisci la coscia con quella tua lingua lunga da troia.»

Non fa una piega. Mi fa segno di stare ferma, mi spinge appena con la testa verso la statua, poi si inginocchia nella ghiaia umida, e mi apre di colpo le cosce come se fossero le porte di una chiesa profanata. Prima, però, si infila la mano tra le gambe e inizia a massaggiarsi da sopra la gonna, movimenti lenti e ossessivi, quasi dolorosi da guardare. Poi passa all’azione: la sua lingua si allunga fuori dalla bocca, rosa e impertinente, e inizia a leccare la statua esattamente dove avevo lasciato la scia dei miei umori. Lecca e risucchia, ignorando completamente la sporcizia o il freddo del metallo, e tanto meno l’eventuale presenza di batteri o funghi bronzei. Si porta via tutto, e mi guarda negli occhi mentre lo fa, come per dire: “Vedi? Nessuno sarà mai più troia di me”.

Io la guardo e mi sento scoppiare, ma non di vergogna: di allegria pura, di quella complicità che solo due amiche con la stessa fame di vita possono reggere senza esplodere. È una competizione dolceamara, in cui ogni vittoria è una sconfitta e viceversa, una staffetta di desiderio che non finisce mai.
Mentre la guardo all’opera, alzo la voce, ma stavolta è una carezza: «Sappi che mentre mi scopavo la statua pensavo al tuo Marco… è lui che mi ha fatto venire così forte.»

Il volto di Elena si accende di un fuoco nuovo, gli occhi stretti in una fessura di gelosia e orgoglio, e la lingua si fa ancora più affamata, avida di tutto. Si porta una mano sulla figa, la infila subito sotto la gonna, e a ogni leccata della mia coscia aumenta la velocità, come se il piacere passasse diretto attraverso il metallo al suo clitoride.

A un certo punto, mi prende le caviglie e le appoggia sulle spalle, così che la mia figa sia completamente spalancata verso di lei e verso il cielo coperto. Sento le sue dita che mi tengono aperta, e la lingua che scava, che cerca ogni millimetro di piacere. Le sue labbra sono fredde e bagnate, e quando arriva a succhiarmi direttamente dal solco, mi scappa un gemito così forte che temo si senta dalla strada.
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