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Sottomessa al Piacere - Il Debutto #9
giorgal73
02.03.2026 |
16.618 |
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"» Mi lascia lì, con lo “scettro” inchiodato dentro, le mani sulla schiena che mi spingono sempre più giù contro il letto, tira la catena degli anelli davanti fino a farmi sentire il..."
**DANIELA**«Ancora,» ordino, la voce bassa e ferma che taglia come vetro. «Devi finirla fino all’ultima goccia, Patrizia. Non ci saranno alternative.»
Mostro i denti in un sorriso appena accennato, infilo la mano dietro la nuca di Michela e premo forte, così che la faccia resti appiccicata al collo della rivale mentre beve. Voglio che senta il calore, il tremito, la resa chimica che attraversa la pelle e la trasforma da lupa feroce a lattante torturata dalla sete.
Mustafa gode come un ossesso. Sento il suo respiro farsi più corto, lo vedo fissare nel retrovisore la sagoma delle due che si avvinghiano in un abbraccio sbilenco, una gemella che allatta l’altra dal seno del proprio umiliatore. Il taxi si muove lento nella notte milanese, strade deserte e lampioni che proiettano ombre lunghe sul selciato. Dentro siamo fermi: ogni gesto è una cerimonia, ogni sospiro uno stoppino che soffia sul senso del tempo.
Patrizia beve. Riluttante e ovviamente inferocita, ma beve. Sento il sapore colare in lei, la lingua che scivola via e la gola che si stringe per inghiottire lo schifo. Quando si stacca dalla bottiglietta, fa una smorfia bellissima: tutte le rughe degli orgasmi appena vissuti si raggrumano sull’ovale di porcellana sporca. La odio e la amo per ogni millimetro di quel viso. Michela non perde tempo, si avventa di nuovo per ripulire la colata biancastra che le è sgorgata sulle labbra; la lecca, la succhia, la ingoia tutta con la meticolosità di chi cerca ancora l’approvazione della padrona anche adesso che è stata resa oggetto per una notte intera.
Solo quando la bottiglia è vuota, la tolgo di mano a Patrizia. Mi piace il modo in cui impugna il vetro: sembra una pistola scarica, la stringe così forte che le nocche diventano blu. La prendo e senza esitare bevo l’ultimo millilitro, lascio scorrere anche a me la salsedine nella bocca, lo faccio gocciolare sulla lingua, poi apro la bocca di Michela e faccio scivolare la lingua dentro, condividendo fino all’ultimo la nostra piccola comunione. Mustafa lo vede, e stavolta non trattiene neanche un ansimo di puro godimento: il taxi sobbalza, la sua mano si agita sotto il volante, e sono certa che ha appena bagnato la tappezzeria di pelle che tanto ama lucidare.
**MICHELA**
Mi porto a casa tutto. Un odore nuovo tra le gambe, una febbre cerebrale che non vuole sparire nemmeno nel torpore successivo: la scena della ruota, il bacio caldo della pipì sulle ciglia, la lingua della cagna Dolly ancora tremante sulla mia carne, il modo in cui Cinzia mi ha aperta dentro. E la sborra di Mustafa che ancora mi danza sullo stomaco come un brunch alcolico della domenica più strana della mia vita. Ma la voce di Daniela, la nota più acuta di tutto, suona chiara nel cuore: «Brava, Michela. Ora sì che sei come volevo.» Mi contraggo ancora a ogni vibrazione del plug, la catena fredda che mi solletica le labbra lungo la pancia – e ogni volta, di colpo, il pensiero che tutto ricomincerà, che la domenica e i giorni dopo saranno solo una nuova stagione della stessa fame. Mi sfrega la lingua nei denti, mi fa bene, voglio solo tornare a casa con Daniela e restare sempre di più oggetto in mano sua. La notte è un treno che corre nella mia testa, la Milano post-cerimonia spettrale fuori dal finestrino; non so neanche se davvero dormo o fingo di dormire solo per non sciupare l’odore di noi, la scena, la vergogna.
Patrizia mi abbraccia, non so se lo fa con violenza o redenzione. Sento le sue mani torcermi il polso e la bocca che spalma saliva e umore e ancora un’acida scia di sborra «freschissima», come regalo di carne e veleno a memoria. Dormo così, gli occhi chiusi e la veglia spalmata sui muscoli. Quando Mustafa ci richiama al presente, siamo già davanti al portone di casa mia. Il plug vibra ancora nel buco, la catenella picchia ritmi sordi, le mani di Daniela mi afferrano la testa dietro come si fa ai bambini che hanno appena imparato a camminare. Solo così riesco a entrare, tenendo insieme la carne e il battito che esonda.
«Ora sali. E vestita così, senza nulla sotto il mantello. Se incontri un vicino sono cavoli tuoi.» Ride, ma sa di avere già in pugno la mia paura. Voglio solo ubbidire. Cammino scalza su per le scale, i tacchi lasciati nel taxi, il freddo della pietra sulle falangi nude dei piedi. Il cuore ancora in gola. Rido tra me. Una porta si apre al terzo piano, una vecchietta mi squadra nel chiaroscuro del pianerottolo.
Le dico «Buonasera» con un filo di voce, e vedo che la donna inforca gli occhiali per leggere meglio la scritta SLAVE, la bocca le si stacca di poco, tremolando. Resisto all’istinto di chiudere il mantello. Daniela mi spinge avanti con un colpo secco tra le scapole. Bastano due passi e sono nella mia stanza: so già cosa succederà. Il letto, la luce calda che viene da sotto la carta del comodino, e il suo odore avvolgente prima ancora che mi baci o mi spinga a terra. Dal corridoio le voci di altre famiglie, la città che si quieta nel suo oltremondo. Io e lei sole qui dentro. In ginocchio, mi appoggia il plug tra le chiappe, se lo sfila, lo fa ruotare tra le dita e lascia gocce blu di umore che imbrattano il copriletto. Mi piega il collo a lato, mi schiaccia la testa giù, mi costringe a fissare la trama del piumone mentre con la sua voce lenta snocciola istruzioni.
«Non devi emettere nemmeno un suono, hai capito?» Ordino solo col respiro, col sangue nelle vene che si fa martello, col cervello bruciato sui dettagli del momento. Sento il plug che scivola fuori, la polpa viva che si stringe appena lui se ne va, poi il buco resta dilatato, vuoto e ancora bruciante di elettricità. Daniela mi gira di schiena, mi sistema sul bordo del letto come una madonnina posata in vetrina, si prende il tempo che vuole. Mi sento guardata da ogni centimetro della stanza, dalla finestra, dal vociare morto del cortile: la mia figa è aperta e completamente esposta, la pelle delle cosce segnata dalle mani di chi mi ha posseduto oggi. Il seno picchia contro il bordo del materasso, gli anelli fanno rumore contro le lenzuola. Lei mi si avvicina senza farmi vedere cosa fa: sento solo un improvviso blocco freddo contro il buco, poi lo spinge senza esitazione. Sfrigola e mi ubriaca subito, la sensazione di vuoto riempito da un oggetto ancora più rigido, più largo, più crudele di quello da cui ero stata appena liberata.
E mentre il primo pensiero nella mia testa è «Non posso sopportare di nuovo così tanto dolore», un brivido gli passa davanti e mi fa venire la pelle d’oca, la figa subito liquida, e realizzo che ogni cellula di me è devota a Daniela, che non voglio altro che essere schiacciata e riempita ancora, e ancora. «Così,» sussurra tra una punizione e una carezza, «così impari ad apprezzare i piccoli regali del destino.» Mi lascia lì, con lo “scettro” inchiodato dentro, le mani sulla schiena che mi spingono sempre più giù contro il letto, tira la catena degli anelli davanti fino a farmi sentire il clitoride che brucia. Senza una parola sale sopra di me, si siede sulla mia schiena e finge di parlare con me come se fossimo due persone normali, forse chiede se voglio il caffè domani; ogni parola è una nota curva che mi acceca di fame.
Parte 9 di 9 - Fine capitolo
*** NOTE ***
Michela è giunta al punto di svolta: il suo corpo non le appartiene più, è diventato un tempio di piacere consacrato alla sua padrona. Daniela la guida ora con mano ferma attraverso corridoi di desiderio sempre più oscuri, dove il dolore si fonde con l'estasi in un'alchimia perfetta. Nuove opportunità di umiliazione pubblica si apriranno come fiori velenosi, e io vi condurrò per mano in questi sentieri perversi, facendovi sentire sulla pelle il calore imperversa costantemente sul corpo di Michela, simbolo della sua definitiva sottomissione.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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