bdsm
Sottomessa Al Piacere - Pronta Al Debutto #5
giorgal73
09.02.2026 |
15.265 |
4
"Sono i pacchi che ho personalmente riempito di indumenti per Michela: lingerie di pizzo, collari di pelle, catene sottili come quelle che già le segnano la carne..."
*** MICHELE ***Chiudo la porta a chiave con un gesto lento, il clic metallico che risuona più forte della musica industrial che pulsa dalle casse. Il negozio diventa una bolla isolata: fuori c’è il mondo, dentro ci siamo solo noi, i corpi, il metallo, la carne. Giro la chiave due volte, poi mi volto. Michela è già nuda al centro, sotto il grande specchio ottagonale, illuminata dalle luci crude che non perdonano niente. Gli anelli ai capezzoli brillano bluastri, il plug emette un ronzio basso che le fa contrarre i muscoli delle cosce.
Lascio divertire le mie commesse per qualche minuto, osservando come i loro cazzi finti allargano metodicamente i buchi della schiava che osa chiamarsi come me. I suoi gemiti riempiono la stanza mentre la bionda spinge più forte, facendo oscillare la catena tra i capezzoli arrossati. La mora, dietro di lei, tiene il ritmo perfettamente, entrando e uscendo dall’altro ingresso con precisione chirurgica. Quando vedo il suo corpo tremare per l’ennesimo orgasmo, decido che è ora di divertirmi anch’io.
Le due commesse – la bionda con i dread e la mora con le labbra tatuate – la tengono già ferma. La bionda le blocca i polsi sopra la testa con una presa da wrestler, la mora le divarica le gambe con le ginocchia, le mani guantate che le tengono ferme le cosce interne. Michela trema, ma non lotta. Gli occhi sono lucidi, la bocca semiaperta, il respiro corto. Sa cosa sta per succedere. Lo vuole. Lo teme. Lo desidera.
Mi avvicino senza fretta. Sono alto quasi un metro e novanta, spalle larghe, mani grosse da chi ha passato anni a incidere carne e metallo. Mi fermo a un passo da lei. La guardo dall’alto in basso: il petto che sale e scende rapido, i capezzoli già duri e trafitti, la catena sottile che li collega, la fica rasata che luccica di umori freschi.
Alzo la mano destra. Uno schiaffo secco, aperto, sul seno sinistro. Il suono è netto, come uno schiaffo su carne bagnata. Il seno rimbalza, la pelle si arrossa immediatamente. Michela sussulta, un gemito strozzato le esce dalla gola. Non le do tempo di riprendersi: schiaffo sul destro, più forte. Il viso di Daniela tatuato sul seno sembra fissarmi e io lo strizzo per ripicca. Il capezzolo forato vibra, la catenella tintinna. Rosso vivo si diffonde sulla pelle pallida, due macchie simmetriche che si allargano come vernice. Lei inarca la schiena, la bionda le tira i polsi più in alto, la mora le spalanca le cosce ancora di più.
«Guarda come diventano rossi», dico, la voce bassa, quasi divertita. «Sembrano pronti per essere morsi.»
Un altro schiaffo, poi un altro, alternati, ritmici. Ogni colpo fa sobbalzare i seni, la catena tira i capezzoli, li allunga dolorosamente. Michela geme sempre più forte, lacrime che le rigano le guance, ma la fica cola copiosa: un filo denso che scende fino alle ginocchia. Le commesse ridono piano, la mora le pizzica un capezzolo arrossato, lo torce. Michela urla, il corpo che si tende come una corda.
Mi sposto più in basso. Mi inginocchio davanti a lei. La sua fica è spalancata, gonfia, rossa, gli anelli d’acciaio che brillano bagnati. Prendo dalla vetrinetta una catena sottile con moschettoni ai capi – la tengo sempre pronta per momenti come questo. Aggancio un moschettone a ciascun anello delle grandi labbra. Tiro piano. Le labbra si aprono, si divaricano come petali strappati. Michela ansima, le ginocchia tremano. Tiro ancora, più forte. La fica si apre completamente, il clitoride esposto, turgido, pulsante. La catena è tesa, forma un triangolo perfetto di metallo e carne.
«Ora sei aperta come si deve», dico. Mi alzo, slaccio i pantaloni. Il cazzo esce duro, venoso, già bagnato in punta. Lo appoggio contro la sua apertura spalancata, sfrego la cappella sul clitoride esposto, poi lungo le labbra divaricate dalla catena. Lei geme, il corpo che si contrae.
«Tienila ferma», ordino alle commesse.
La bionda le tira i polsi all’indietro, la mora le spalanca le cosce con forza brutale. Spingo. Entro con un colpo secco, fino in fondo. Michela urla, la schiena che si inarca, il tatuaggio SLAVE si tende al massimo. La fica è calda, bagnata, stretta nonostante l’apertura forzata. La catena tira gli anelli, le labbra si stirano intorno al mio cazzo, il metallo freddo contro la carne bollente.
Inizio a muovermi. Spinte profonde, lente all’inizio, poi sempre più veloci, più dure. Ogni affondo fa tintinnare la catena, tira gli anelli, allunga le grandi labbra. Michela grida, piange, geme, il corpo che sobbalza tra le mani delle due donne. La bionda le pizzica i capezzoli arrossati, la mora le torce la catena del plug, lo fa ruotare dentro di lei.
«Senti come sei piena?» le dico mentre la scopo. «Senti come la catena ti tiene aperta mentre ti sfondo? Sei nata per questo, troia. Per essere usata, riempita, marchiata.»
Accelero. Il rumore bagnato della fica che si apre e si chiude intorno al mio cazzo riempie la stanza, più forte della musica. Le commesse la tengono ferma, le sussurrano insulti all’orecchio, le tirano i capelli, le pizzicano i capezzoli. Michela viene una prima volta, un fiotto caldo che mi bagna l’addome, le cosce. Non rallento. La scopo più forte, la catena che tira, gli anelli che segnano la carne.
Vengo dentro di lei con un grugnito profondo. Spingo fino in fondo, svuoto tutto, fiotti caldi che la riempiono, che colano fuori intorno al mio cazzo, lungo la catena, sul pavimento. Quando esco, la fica resta aperta, rossa, gocciolante di sborra e umori. La catena tiene ancora le labbra divaricate, un’immagine oscena e perfetta.
Mi tiro indietro, il cazzo ancora duro, lucido. Le commesse lasciano andare Michela piano. Lei crolla in ginocchio, tremante, il viso rigato di lacrime e rossore, il petto e la fica coperti di segni rossi, la catena che pende tra le grandi labbra aperte.
Daniela si alza dallo sgabello, cammina verso di lei, le accarezza i capelli bagnati di sudore.
«Brava, la mia puttana», sussurra. «Però il tuo culo è rimasto a secco. Michele, ti dispiace riempirlo con la tua calda urina?»
Quando Daniela pronuncia la richiesta, mi si gela per un istante il sangue. Non che sia il primo ordine strano che sento qui dentro – gente che chiede di marchiare a fuoco una schiena, donne che si lasciano richiudere dentro un baule e ci restano a meditare nel buio per ore. Ma la precisione della padrona, il modo chirurgico in cui individua ogni devianza di Michela e la porta alle estreme conseguenze, quello mi stordisce. Deglutisco, recupero il controllo, le sorrido nel riflesso dello specchio. «Per te, Daniela, faccio qualsiasi cosa», dico piano, poi mi avvicino. C’è quell’attimo, prima dell’azione vera, in cui tutto il rumore del mondo non è che l’eco attutita del respiro di Michela, la sua schiena che sussulta, l’odore di sudore, metallo e liquidi umani che impregna la stanza.
Senza che nessuno le dica niente, Michela si inginocchia, col culo in aria, il petto schiacciato sul freddo dell’acciaio, le mani che cercano invano un sostegno. Mi inginocchio dietro di lei, scostando con delicatezza la catena, la faccio tintinnare: quel suono le fa vibrare tutto il corpo, una micro convulsione di nervi e aspettative. Le passo una mano sulla schiena, la carezzo dall’incavo della nuca fino al coccige, e la sento fremere. Mi sfilo di dosso maglietta e pantaloni – ho sempre preferito il contatto nudo, carne su carne, mi dà un senso di appartenenza al branco che nessun latex potrebbe offrire.
Quando la cappella del mio cazzo sfiora il plug, Michela geme. La sua voce è già rotta, roca, tira fuori note che non pensavo potessero appartenerle. Tasto lentamente il plug, lo ruoto, lo tiro fuori di un paio di centimetri, solo per vedere che effetto le fa. La reazione è immediata: un fremito dalla spina dorsale, un fiotto di liquido nuovo che trasuda dalla fessura anteriore.
Non serve nemmeno una parola. Le commesse sanno cosa fare: la bionda mi prende il cazzo con mano decisa, la mora spalanca le chiappe di Michela per offrire una traiettoria perfetta. La schiava è lì, in ginocchio, il culo ben alto, la schiena schiacciata contro il metallo, la figa che ancora pulsa di spasmi post-orgasmici. Sento la pressione nella vescica che sale, la respiro come un’urgenza animalesca, e non appena la bionda mi stringe la base con un piccolo colpo di polso, le prime gocce escono, lente, dense, timide.
La pipì cola dalla punta, si posa esattamente sull’ingresso del culo di Michela, poi scivola giù lungo la fessura, lasciando una scia calda e dorata sulla pelle bianca e tesa. La mora trattiene le chiappe spalancate, così ogni stilla trova il bersaglio, scivola tra le grandi labbra aperte dalla catena, inzuppa la carne viva, bagna le cosce e si raccoglie in una pozza che scivola giù per le ginocchia. All’inizio è solo un filo intermittente, un gioco di gocce che si raccolgono e scompaiono; poi, quando mi abbandono all’impulso, un getto più deciso esce a fiotti, schizza la pelle, la marca, la trasforma in un quadro bagnato che odora di ammoniaca e umanità.
Michela geme, un suono basso e gutturale, la faccia premuta contro il metallo che si impregna del suo respiro. La pipì le scivola sulla schiena, sulle cosce, ma soprattutto riempie la piega tra le natiche, cola lungo la catena fino agli anelli che le segnano la figa. Fa un effetto strano, quasi ipnotico, vedere i liquidi del mio corpo che si fondono ai suoi, la pelle che si colora e si scalda nell’umiliazione totale.
La bionda, sempre precisa, mi guida il cazzo come la penna di un calligrafo, disegnando linee di urina lungo la colonna vertebrale, poi di nuovo concentrando il getto sull’ano di Michela, per far assorbire al tessuto ogni goccia. Resto a guardare la scena, il senso di potere che mi gonfia il petto, e contemporaneamente un’ondata di tenerezza acida per la creatura fragile e spavalda che si lascia distruggere davanti a me.
Quando l’ultimo fiotto si placa, il cazzo mi pulsa in mano ancora duro, turgido, bagnato di urina e di umori. La mora lascia andare le chiappe di Michela, che restano indelebilmente segnate da scie giallastre e dal rossore dei colpi. Sento che il momento è giusto per imprimere un altro passaggio nella carne.
Daniela si avvicina, raccoglie il plug che era stato abbandonato dalle mie commesse e poi lo riposiziona con un movimento fluido e preciso, usandolo come un tappo per sigillare dentro Michela tutti i liquidi mescolati, una diga contro l’inevitabile sgocciolamento che macchierebbe il pavimento.
Con un gesto della mano, le mie ragazze si allontanano verso il retro del negozio. Tornano dopo qualche secondo, i tacchi che battono ritmicamente sul pavimento lucido, portando con loro due scatole di cartone nero legate con nastri rosso sangue. Sono i pacchi che ho personalmente riempito di indumenti per Michela: lingerie di pizzo, collari di pelle, catene sottili come quelle che già le segnano la carne. Le commesse li porgono a Daniela, chinando leggermente la testa in segno di deferenza.
Parte 5 di 6
*** NOTE ***
Questa nuova storia di Michela torna al cuore della mia dominazione lesbica, fatta di potere asimmetrico, consenso e abbandono totale, vissuta davvero negli anni Novanta: un’epoca senza internet né spazi safe, in cui ogni atto BDSM o lesbico era una sfida rischiosa in un mondo ostile, con pregiudizi, leggi severe e pericolo reale che rendeva l’esibizionismo e l’umiliazione pubblica ancora più intensi.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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