trio
Caro Diario… Sono una Troia e Non Mi Pento #1
giorgal73
01.06.2026 |
2.203 |
6
"Mi piace morire di vergogna e di eccitazione allo stesso tempo, mi piace sapere che Elena mi guarda e che io potrei guardarla di rimando, ma non lo faccio..."
Parte 1 di 4*** Premessa ***
Questa storia non l’ho inventata. Me l’ha sussurrata all’orecchio una mia nuova amica, conosciuta da poco su Hinge. Mi ero iscritto quasi per noia, tra like e messaggi sempre più audaci, finché Laura non ha deciso di giocare sul serio.
Tra una battuta maliziosa e l’altra mi ha raccontato tutto. Nei dettagli. Senza filtri. La statua, il parco, Elena, il bronzo freddo contro la sua figa calda, Marco che arriva proprio nel momento sbagliato… o forse giusto. Ogni gemito, ogni sfida, ogni goccia è reale. O quasi.
Allora ho accettato la sfida: trasformare la sua confessione sporca in un racconto hot, crudo, esattamente come me l’ha data lei.
Ora tocca a voi.
Se vi piace, se vi eccita, se volete sapere cosa è successo davvero dopo quella sera nel parco… lasciate un commento. Laura è una ragazza molto generosa, ma solo con chi sa apprezzare. Più commenti riceverò, più dettagli intimi e sporchi arriveranno.
Siete pronti a entrare nel parco con noi?
**********************
Caro Diario,
ieri è stata una giornata pazzesca. Tipo quelle che ti lasciano la figa ancora pulsare il giorno dopo e ti fanno ridere da sola mentre ripensi ai dettagli. Elena, la mia amichetta del cuore (quella che conosci bene, sempre in competizione, sempre eccitata da morire), mi ha voluto parlare. Per farlo abbiamo fatto la solita passeggiata nel parco, quello con la statua dell’intellettuale di bronzo seduto, le gambe leggermente divaricate, che sembra sempre che ti stia aspettando.
«Laura, ma secondo te Marco è gay o semplicemente non gli faccio né caldo né freddo? Cazzo, ieri al pub gli ho praticamente messo le mani ovunque, ho fatto la troietta totale come se non ci fosse un domani… e niente. Zero. Mi ha mandato in bianco totale.»
Io lo so esattamente da dove nasce questa sua ossessione per Marco. Lo so perché una parte di me la condivide, e un’altra parte vuole vincerla, come sempre. Elena è la mia migliore amica, ma anche la mia nemesi erotica, la mia sorella di sangue e desiderio, la mia rivale in ogni cosa che abbia a che fare con l’attenzione, la conquista, la lussuria. Io so che Marco non è gay, come so che il cielo sopra di noi è coperto di nuvole basse, e che l’aria sa di terra bagnata e di pioggia che deve ancora cadere.
Il dettaglio che sfugge a Elena è minuscolo ma decisivo: quando lei ieri sera gli ha messo le mani addosso, tra un cocktail e l’altro, Marco non guardava lei. Guardava me. Un laser, uno sguardo che mi bucava la pelle, mi faceva venire i brividi dietro al collo, mi faceva inumidire come se sotto la minigonna indossassi solo la mia cattiva reputazione. Uno sguardo che diceva “ti voglio, ti voglio ora, ti scopo anche davanti al bancone”. Ma io non gliel’ho detto ad Elena. Ho lasciato che si arrovellasse, perché mi piaceva troppo avere qualcosa che lei non riesce ad avere, per una volta.
Sorrido, ma non quel sorriso rassicurante da amica solidale. No, il mio è quello da regina delle stronze, quello che uso quando so di avere il vantaggio e voglio godermelo. Le dico: «Elenuccia, forse sei tu che hai perso la mano. Io invece ho ancora il tocco magico, chiedi in giro. Vedi quella statua lì?» Indico l’intellettuale di bronzo, seduto serio come se stesse ponderando il senso della vita, una gamba su e una giù, mani sulle cosce, spalle larghe da ex-sportivo. «Scommetto che riuscirei a farmi scopare pure da lui.»
Elena spalanca gli occhi, ride come se le avessi appena svelato lo scherzo del secolo. Ma non è incredulità, è quella specie di ammirazione agrodolce che solo le vere amiche sanno darti. Ride ma vuole vedermi fallire, e allo stesso tempo ci spera che io ce la faccia, così poi mi potrà superare, e saremo di nuovo punto e a capo.
«Voglio proprio vedere,» mi dice, «voglio vedere questa tua performance da esperta con un pezzo di metallo. Dai, Laura, mostrami cosa sai fare.»
Non me lo faccio ripetere. La sfida è già entrata nelle vene. Mi avvicino alla statua con la camminata da predatrice, quella che riservo alle serate più rischiose. Il bronzo è tiepido, sembra quasi pulsare sotto le dita. Passo la mano sulla spalla, seguo la curva del collo lucidato da decenni di pioggia e smog, poi mi metto dietro, in piedi sulla panca, e avvicino la lingua al suo orecchio scolpito. Non so perché lo faccio, forse perché so che Elena mi guarda senza respirare, forse perché mi piace davvero l’odore del metallo, un po’ ferroso, un po’ come la pelle di qualcuno appena uscito dalla palestra.
Mi metto a slinguazzare piano, lunga e profonda, come se fosse il lobo carnoso di Marco. Gli chiudo gli occhi con la mano, e per un attimo ci credo pure io che questo idiota di bronzo sia un corpo vero, un uomo vero, uno che potrebbe stringermi e farmi sentire il suo fiato addosso. Le mie mani scendono lentamente, dagli zigomi scolpiti agli addominali finti, lisci e perfetti, alla cintura. Elena, intanto, non la smette di ridere, ma ora la sua voce è più bassa, roca, come se stesse fumando una sigaretta invisibile.
«Porca troia, Laura…» dice, «non ci credo che stai facendo sul serio!»
Io sento la sua voce, ma è lontana. Sento solo il mio respiro, e il cuore che mi picchia nelle orecchie. La gonna è talmente corta che basta inclinarmi di dieci gradi e sono già in vetrina. Mi piace. Mi piace morire di vergogna e di eccitazione allo stesso tempo, mi piace sapere che Elena mi guarda e che io potrei guardarla di rimando, ma non lo faccio. Voglio che sia lei a venire da me, voglio che sia lei a chiedersi fino a dove posso arrivare.
Le mie mani adesso sono sulla patta della statua, che ovviamente non ha niente di interessante, solo una sporgenza generica, però io ci gioco lo stesso, come se potessi evocare un cazzo vero dal bronzo. Struscio le dita avanti e indietro, mi piego di più, mi lascio scoprire, tanto in questo parco del cazzo non c’è nessuno tranne noi, e forse uno che dorme sulla panchina in fondo, ma non ci interessa.
Elena adesso non ride più. Si è avvicinata, è a meno di un metro, e mi fissa con una fame che la tradisce. Si bagna le labbra. La conosco troppo bene: quando fa così, vuol dire che sta pensando a qualcosa di molto sporco. La guardo, finalmente, le sorrido. «Vieni,» le dico, «almeno fammi da pubblico.» E lei lo fa. Si siede per terra, gambe incrociate, e mi guarda negli occhi.
Io sento la pelle che mi tira, il pelo sulle braccia che si rizza, sento il caldo che mi sale dal ventre. Se chiudo gli occhi, la statua diventa Marco, e io non sono più nemmeno qui, sono nel bagno del pub, sono in qualunque posto in cui potrei finalmente scoparmelo senza testimoni tranne Elena.
Elena mi dice sottovoce: «Sei una pazza.» Ma lo dice con una voce che sembra una carezza, come se “pazza” fosse il più bell’aggettivo del mondo. Mi passa una mano sulla caviglia, poi sulla coscia, su fino al bordo della gonna, si ferma lì, ride di nuovo, e mi sfida: «Toglila, allora. Fammi vedere.»
La tiro su di colpo. L’aria mi punge, fredda, ma sto già tremando per conto mio. Elena prende il telefono, scatta una foto, poi la cancella subito, come se il mondo non potesse contenere questa cosa nemmeno per il tempo di un click. Io spalanco le gambe, mi siedo sulle ginocchia davanti al bronzo, e mi lascio andare. Non penso più a cosa si aspettano le brave ragazze, non penso più a niente. Voglio solo vedere se riesco a sentire qualcosa di vero da questo pezzo di metallo, e se riesco a farlo vedere anche ad Elena.
Le dita si muovono da sole, prima sulla pancia, poi più giù, poi ancora più giù, fino al punto che conosco meglio delle mie tasche. È un gesto semplice, quasi meccanico, ma in questo contesto è come se stessi inventando da zero il piacere. Elena non dice nulla, ma io so che le si stanno stringendo i pugni nelle tasche della felpa.
Mi mordo il labbro, lascio che la prima ondata mi attraversi, e quando arriva il primo spasmo mi sembra di essere sradicata dagli ancoraggi, di perdere tutte le coordinate. Elena allunga una mano, mi tocca appena sopra il ginocchio, mi aiuta a non cadere dalla panchina.
Il bronzo è freddo, ma io sono bruciante.
Quando finisco, c’è un momento di silenzio perfetto. Nessuno dice niente, nessuno ride. Elena si alza, si siede vicino a me, mi prende una mano e la stringe forte. Ridiamo, ma non è una risata isterica: è una risata di pace, di complicità, di pienezza. È il suono di due persone che si sono appena dette tutto senza bisogno di parole.
Ma io ero già altrove. La statua era Marco. Indossavo la mia gonnellina nera corta, quella che lascia intravedere tutto se ti muovi appena, e sotto… niente. Zero slip. Zero ritegno.
Ho fatto il giro largo, come se avessi bisogno di altro tempo per decidere, per sentire il pubblico invisibile delle mie gambe che sussurrava “non lo farai mai davvero”. Ma il desiderio era già una cosa materiale, solida e inscalfibile come il bronzo della statua. Elena mi guardava, le labbra tra i denti, con le dita che disegnavano cerchi invisibili sullo schermo nero del telefono, anche se, per una strana deferenza, non scattava più nessuna foto. Sapere che i suoi occhi erano la mia telecamera mi faceva impazzire ancora di più.
Ho preso il fiato in una lunga spirale e ho affrontato la statua frontalmente, a distanza minima, ginocchia leggermente flesse, piedi ben piantati sulle mattonelle di cemento umido. Il bronzo odorava di pioggia e polvere vecchia, eppure l’ho trovato erotico, come il sudore di un corpo sfinito dopo una partita a basket. Ho lasciato che la punta delle dita si posasse sulla coscia della statua, tesa e levigata, il solco appena accennato dove avrebbe dovuto esserci il muscolo; poi, con una sicurezza nuova, ho fatto scivolare la gonna su fino alle anche, lasciando intravedere la fessura nuda, già gonfia e bagnata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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