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Caro Diario… Sono una Troia e Non Mi Pento #3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
01.06.2026    |    249    |    0 9.0
"Si volta verso di lui con la sua voce da cartavetro, quella che ti gratta la pelle anche se parla piano, e gli dice: «Fallo, coglione..."
Parte 3 di 4

*** Premessa ***

Questa storia non l’ho inventata. Me l’ha sussurrata all’orecchio una mia nuova amica, conosciuta da poco su Hinge. Mi ero iscritto quasi per noia, tra like e messaggi sempre più audaci, finché Laura non ha deciso di giocare sul serio.
Tra una battuta maliziosa e l’altra mi ha raccontato tutto. Nei dettagli. Senza filtri. La statua, il parco, Elena, il bronzo freddo contro la sua figa calda, Marco che arriva proprio nel momento sbagliato… o forse giusto. Ogni gemito, ogni sfida, ogni goccia è reale. O quasi.
Allora ho accettato la sfida: trasformare la sua confessione sporca in un racconto hot, crudo, esattamente come me l’ha data lei.
Ora tocca a voi.
Se vi piace, se vi eccita, se volete sapere cosa è successo davvero dopo quella sera nel parco… lasciate un commento. Laura è una ragazza molto generosa, ma solo con chi sa apprezzare. Più commenti riceverò, più dettagli intimi e sporchi arriveranno.

Siete pronti a entrare nel parco con noi?

**********************

Elena ride, la bocca lucida di me, e fra un colpo e l’altro mi ringhia: «Sei una puttana cosmica, Laura. Ti giuro che non ho mai visto niente di più bello.»

La scena è surreale: due ragazze incollate a una statua, in un parco deserto, col rumore di una fontana lontana. Eppure, dentro di me sento che non potrei essere più viva di così, che nulla al mondo potrà mai cancellare la sensazione di essere guardata, desiderata, amata così tanto da diventare oggetto di oscenità e leggenda.
Non so quanto tempo passa. Forse minuti, forse un’eternità. So solo che a un certo punto Elena si stacca, si pulisce la bocca col dorso della mano, e poi si siede accanto a me sulla panchina. Rimaniamo lì, respirando forte, incapaci di parlare.

Poi la sorpresa: dal vialetto, sento un rumore di passi, sempre più vicino. Mi volto, e lo vedo.
Marco.

Immobilizzato a metà strada, la bocca aperta in una O stupita, le mani che gli tremano come se avesse appena visto un fantasma. Indossa la felpa bucata e i jeans di sempre, ma la sua faccia è quella di uno che si è appena svegliato da un sogno e non sa più distinguere la realtà. Per un attimo penso che se ne andrà via di corsa, oppure che ci sgriderà come fa la gente normale. Ma Marco non è gente normale.

Elena si ricompone, si mette seduta con le gambe accavallate e sorride con il suo sorriso da strega. Quando Marco si avvicina abbastanza da sentirci, lei dice: «Non lo vedi? Sto ripulendo il piacere di Laura. Si è scopata la statua pensando al tuo cazzo. Se vuoi scopartela… dovrai farlo con me. Non ci sono alternative.»
Marco deglutisce, arrossisce fino alle orecchie, poi abbassa lo sguardo. Per un momento sembra indeciso, ma poi la sua erezione gli precede il pensiero, marcando goffamente il tessuto dei jeans.

Io, ancora con la gonna alzata e la figa che pulsa, gli faccio un cenno. «Vieni qui, Marco. Fammi vedere se sei bravo quanto la statua.»

Lui ci mette un secondo di troppo a capire che non sto scherzando. Poi si avvicina, titubante ma affamato, e si siede tra noi due. Elena gli mette una mano dietro la nuca e lo spinge verso la mia gamba, dove la pelle è ancora imperlata dei nostri succhi. Gli dice: «Leccala, dai. Non fare il timidone.»

Marco esita, ma alla fine cede. Mi appoggia le labbra sulla coscia, poi sulla figa, ed è goffo e inesperto, ma la sensazione mi fa ridere e mi eccita allo stesso tempo. Elena osserva la scena con aria soddisfatta, e mentre lui lavora con la bocca, lei mi stringe la mano e mi sussurra: «Avevo detto che sarei stata la più troia, ma oggi mi hai superata.»

La rivalità si trasforma in una specie di abbraccio. Marco è sempre più preso, e adesso ha tirato fuori il cazzo dai jeans, lo tiene in mano ma non osa ancora farselo. Gli occhi gli brillano, come se avesse appena vinto un Concorso a premi. Gli metto una mano sulla nuca e lo spingo più giù, e sento la sua lingua che si fa più sicura, più decisa. Elena, accanto a me, si è tolta il reggiseno sotto la felpa e mi offre un seno, come un’offerta a una divinità pagana. Lo prendo e ci infilo la lingua, e lei emette un suono che non le avevo mai sentito fare.

«Voglio il tuo cazzo, Marco,» sussurro, ma è quasi un ringhio, una specie di comando animale che si increspa tra le labbra e la gola. Non mi importa che Elena sia a venti centimetri, che la statua stia lì a guardare, che il parco sia diventato un teatro aperto. Voglio sentirlo dentro, voglio vedere che faccia fa quando mi prende, voglio che la differenza tra il metallo e la carne si annulli, si confonda in una sola fessura di desiderio allucinato. «Non la lingua. Il cazzo,» ripeto, lenta, sillabando ogni lettera come un sortilegio. «Adesso.»

Marco si blocca, letteralmente. Sento il suo respiro cambiare, gli occhi che mi scrutano come se cercassero il confine sottile tra lo scherzo e la follia vera. Ci pensa due secondi, forse tre. Poi vedo il dubbio che gli attraversa la faccia — è un lampo, una smorfia storta, forse anche paura, o solo la consapevolezza che sta per varcare un punto di non ritorno. Ci fissiamo, io e lui, con la statua che ci fa da madonna muta. Ma Elena lo aiuta, come sempre. Si volta verso di lui con la sua voce da cartavetro, quella che ti gratta la pelle anche se parla piano, e gli dice: «Fallo, coglione. Ti ho detto che se vuoi scoparla devi farlo con me. E io sono qui.» Aggiunge una risata, ma non è una risata allegra. È come una corda tirata troppo, una minaccia giocosa che ti fa venire voglia di obbedire senza nemmeno capire perché.

Marco spalanca gli occhi. Per un attimo sembra che voglia scappare — si guarda intorno nel parco, agita le mani come per segnalare che non è stato lui, che c’è stato un errore, che non è così che doveva andare. Ma Elena non gli dà tregua: lo afferra per il polso, lo trascina un po’ più in là, proprio davanti a me, e si inginocchia sulla ghiaia umida senza alcun riguardo per i pantaloni nuovi. Gli mette una mano tra le gambe, gli slaccia la zip con un gesto secco, e poi lo tira fuori, il cazzo già mezzo duro, ancora impacciato dal tessuto dei boxer. «Guarda che roba,» dice, e lo sventola come un trofeo, “si vede che sei una bestia repressa.” Sorrido, perché non l’avevo mai visto davvero — solo in foto, scambiati per scherzo quando eravamo ancora mezzi amici, mezzi sconosciuti. Dal vivo è più grosso di quanto pensassi, e il pensiero mi fa venire un brivido che dal collo scende fino al fondo della schiena.

Elena se lo mette in bocca senza dire niente. Gli affonda la testa tra le cosce, e Marco si piega in avanti come se qualcuno gli avesse tolto la spina dorsale, come se il piacere fosse troppo per restare dritto. La scena è talmente assurda che per un attimo non riesco a seguire il filo degli eventi — mi limito a guardare, come se fosse un film proiettato solo per me, con la lingua di Elena che scivola sul glande e la mia amica che ogni tre secondi solleva lo sguardo, mi fissa, e ride da sotto, come se stesse dicendo “vedi cosa ti combino?”. Ma non mi basta vedere. Voglio sentire, voglio essere attraversata da quella furia. Così mi rannicchio meglio sulla panchina, apro le gambe ancora di più — la coscia sinistra appoggiata al legno, la destra che penzola come una bandiera sporca — e mi presento, letteralmente, a Marco.

«Non ti fermare,» gli ordino, ma questa volta la voce mi esce roca, quasi da maschio. «Fallo adesso, Marco. Prendimi.»

Lui esita ancora. Forse ha paura che qualcuno passi, che il custode del parco ci becchi, che la statua faccia la spia. Ma la paura non lo blocca: il cazzo ormai è duro come una spranga, pronto a ogni disastro. Elena si stacca, lascia un filo di saliva che gli cola dal glande, e poi, invece di pulirsi, mi afferra la gamba e me la spalanca, lasciando proprio lì in mezzo un vuoto che urla di essere riempito. Marco si abbassa un po’, prende il cazzo in mano, mi sfiora la figa come se dovesse chiedere il permesso, poi la punta contro la mia apertura e lo preme solo un poco, come a testare la temperatura di una piscina prima di entrarci a capofitto. Non resisto, lo voglio più forte: gli metto una mano sulla nuca e una dietro il culo, e lo trascino dentro.

Il primo affondo è una lama.

Mi sanguina il respiro, mi si annebbia la vista, e per un secondo penso che scoppierò.

Lui sospira, o forse grida, lo sento tremare mentre mi riempie tutta, e la sensazione è talmente rozza, talmente senza filtri, che mi scappa da ridere. Elena ci guarda, e per non restare fuori gioco si infila una mano sotto la gonna, si masturba lenta, sussurrando parole greche e oscenità che sembrano poesia, e ogni tanto mi morde il polpaccio quando la spinta di Marco è più forte. Siamo tre animali, tre carte truccate, e il parco con la statua è diventato una chiesa di bestemmie. Sento il cazzo di Marco che mi scava, si muove come se avesse paura di essere rubato, e ogni tanto si ferma, come per non venire subito. Ma io lo incito, lo insulto, lo sfido a durare di più di Elena che già si agita tutta, la mano bagnata e le unghie che mi graffiano la pelle.

A un certo punto Elena si sdraia quasi per terra, la testa appoggiata al gradino della panchina, e mi succhia il clitoride mentre Marco mi scopa da dietro, e io divento un circuito chiuso di piacere, un triangolo che si accende e scoppia a ogni giro di corrente.
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