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Lui & Lei

Laura: La Regina della Cera Calda-Cap.3 di 6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
25.05.2026    |    152    |    1 8.0
"Quando la cera raggiunge la temperatura giusta, lei la stende sulla mia pelle in un nastro incandescente che sembra bruciare e accarezzare insieme..."
Premessa:

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Nell’ attesa leggi tutti e 6 i capitoli per non perdere nessun colpo di scena e lascia un commento, pollice in su e proposta indecente per una nostra personale storia!

***** Capitolo 3 di 6 - Niente distrazioni, la seduta continua *****

La seduta riprende, ma il ritmo ora è diverso, più intimo: tra noi l’aria si è caricata, e la distanza fisica si colma di una tensione che non saprei più definire solo professionale. I suoi movimenti sono misurati al millimetro, ma ogni volta che le sue mani mi sfiorano, sento come una scossa elettrica che rimbalza tra le scapole e il basso ventre, risvegliando qualcosa che avevo lasciato assopito. Laura sembra divertita dal mio imbarazzo: noto che, quando passa a stendere la cera sulle spalle, si avvicina di più, tanto che sento il calore del suo respiro sulla nuca. Ogni tanto mi scivola una parola di troppo, quasi a testare il limite della mia resistenza: «Non ti aspettavo con la pelle così delicata, sembri un orsacchiotto sotto questa scorza.»

Mi viene istintivo rispondere: «Io sono il classico caso di forte fuori, tenero dentro.» E mentre lo dico, mi rendo conto di quanto la frase sia prevedibile, quasi patetica, ma Laura la accoglie con un cenno, come se fosse esattamente la risposta che si aspettava.

«Meglio così, mi piacciono i contrasti. E poi, chi ha la corazza, spesso si lascia andare di più.» Detto questo, si avvicina ancora di un passo, piegando il busto sopra di me avvicinandosi al mio orecchio destro. Sento suo seno premere contro il mio ancora sensibile, e la sua voce mi entra nell’orecchio più che nella testa.

«Non avrai mica paura della prossima zona?» Lo dice con una luce negli occhi che tradisce una malizia esplicita, e mi sorprende constatare quanto la domanda abbia il sapore di una sfida personale, più che di un semplice rassicurare il cliente. Per un istante, resto sospeso tra la voglia di recitare la parte del finto duro e il piacere di lasciarmi prendere in mezzo alle sue provocazioni, come uno scolaretto maturo ma ancora incapace di resistere al fascino della maestra.

«Temere? Io? Ho affrontato di peggio: una circoncisione con anestesia difettosa, una ex ragazza che si credeva la reincarnazione di Margaret Thatcher, e una lunga convalescenza a pane integrale e cavolfiore,» ribatto con una teatralità che fa sorridere anche me stesso, e percepisco subito che a Laura la battuta piace. Lei getta la testa all’indietro, lasciando che la coda di cavallo si gonfi come la vela di una barca, e mi guarda con un’espressione che annulla ogni distanza.

«Allora sei pronto per il dolore estremo. Mi raccomando, niente urla da cartone animato,» replica, e torna a chinarsi su di me con una concentrazione che sembra finta, tanto è evidente che la scena la diverte. Questa volta si dedica alle spalle: mi stende la cera in un gesto lento, quasi sensuale, e sento ogni passaggio come una carezza bollente che prelude al supplizio. È come se ogni centimetro di pelle si risvegliasse, sensibile e vigile. Respiro piano, ma non distolgo gli occhi dal punto in cui Laura si sposta dietro di me, pronta a colpire.

«Dovresti vedere la faccia che fai quando conto fino a tre,» sussurra vicino al mio orecchio, e il suo respiro mi solletica la nuca. Fingo indifferenza, ma sento il cuore accelerare. Mi accorgo che la situazione è sfuggita di mano e mi piace. Sento la cera che si indurisce, il calore che si trasforma in una pellicola di tensione pronta a esplodere. Quando arriva lo strappo, lo sento come un lampo: un dolore acuto ma effimero, seguito subito dalle dita di Laura che mi massaggiano la zona appena torturata. È un premio, un conforto, un gesto che va ben oltre le mansioni di una cerettista. La sua presa è ferma, carnale. Mi accorgo che il contatto mi assorbe più del dolore, e che ogni volta che lei mi tocca si accende un corto circuito tra la mia pelle e il resto del corpo.

«Che effetto ti fa?» chiede lei, senza smettere di strofinare la pelle arrossata. La voce è più roca, quasi confessionale.

«Un po’ come entrare in una sauna dopo aver fatto una doccia fredda,» le rispondo. E lei annuisce, soddisfatta. «Vuoi sapere una cosa strana? C’è gente che mi chiede la ceretta solo per sentire il postumi, il bruciore e le mani che rimettono insieme i pezzi.»
«Lo capisco,» ammetto, «è una specie di piacere masochista. Più ti fanno male e più speri che qualcuno ti consoli.»
Laura ride e scuote la testa. «Non sapevo che fossi così… sensibile.»
«Non lo sono,» replico, «ma sei brava a farmi credere il contrario.» Mi stupisco di quanto sia facile lasciarmi andare a queste battute, e di quanto ogni risposta sia una mossa di scacchi per vedere chi cede prima. Sento la tensione crescere di minuto in minuto, come una corda che si tende senza mai spezzarsi.

Lei si fa improvvisamente seria, e mi fissa con un’intensità nuova. «Lo sai che sei il cliente più interessante che ho avuto da mesi?»

«Lo dici a tutti quelli che resistono fino alla fine?»

«No, lo dico solo a quelli che sanno stare al gioco.» E la parola “gioco” resta sospesa nell’aria, densa di promesse.

«Qui serve un po’ di coraggio in più,» avverte, e io invece le rispondo: «Fai pure, sono pronto.» Ma mento: non sono pronto. O meglio, sono pronto a tutto, ma non a quello che succede quando la sua mano trova la linea precisa della mia colonna vertebrale e la segue fino al confine dei pantaloni. In quell’istante sento un fremito, basso, animale. Mi rendo conto che sto iniziando ad eccitarmi. Provo una punta di vergogna, ma la sensazione è così nuova che la lascio scorrere senza combatterla.

«Hai mai pensato di scrivere una storia su una seduta di ceretta?» chiede Laura, mentre detta il ritmo della seduta come se fosse una regista più che una semplice operatrice. «No,» rispondo. «Ma potrei iniziare da oggi. Solo che dovresti aiutarmi con qualche dettaglio tecnico.» Lei ride, ma il suono è più profondo, quasi un ringhio sottile. «Io posso fare la consulente, ma devi pagare pegno come tutti.» «Con piacere. Purché non sia in peli.»

Ed è lì, mentre mi stende un piccolo asciugamano sopra l’inguine, che mi lascia capire che la seduta non è ancora finita. Mi chiede, con un tono di voce che è quasi un ordine gentile: «Se vuoi, possiamo sistemare anche la zona più delicata. Ti fidi?»

Io non so se ridere o fuggire. Invece annuisco, lasciando che la professionalità di Laura mascheri la tensione crescente. Lei si mette un paio di guanti nuovi, mi sistema meglio sul lettino, e inizia a preparare la cera specifica. I movimenti sono più lenti, più studiati. Il suo volto è vicino al mio, sento il profumo della sua pelle, la sua presenza è ovunque, avvolgente come il calore che sale dalla lampada della stanza.

Il momento si fa surreale: mi guardo dall’alto, come se stessi osservando un’altra persona, uno sconosciuto che si lascia fare tutto senza opporre resistenza. Laura è diventata più dolce nei movimenti, come se mi stesse curando una ferita invisibile. Il mio pene, ora praticamente libero da ogni barriera di vergogna, reagisce come deve: si gonfia sotto l’asciugamano, e per un attimo temo che la cosa possa metterla a disagio. Invece, lei solleva il telo senza esitazione e mi guarda dritto negli occhi, come se fossi un enigma da decifrare.

«Va tutto bene, tranquillo,» mormora, e le dita guantate mi sollevano con delicatezza. «Mi interessa vedere come hai cicatrizzato dopo l’operazione, se ti va.»

Lo dice con una voce nuova, più calda e professionale, ma c’è una luce nei suoi occhi che tradisce una curiosità che va oltre il lavoro. Non posso fare a meno di notare che la sua attenzione sta durando più del dovuto, e mentre le sue dita scivolano con maestria per posizionare la cera, sento il mio corpo reagire in modo incontrollabile.

«Io non ho mai... cioè, mi sono rasato da solo con il rasoio,» ammetto, cercando di distogliere il pensiero dalla crescente eccitazione che sento in basso.

«Allora ti sorprenderà quanto sia diverso,» mi sussurra Laura con una sicurezza che mi spiazza, mentre prepara la cera scaldandola fra le dita, come se stesse manipolando qualcosa di vivo e mutevole. Il tempo si dilata fra le sue mani: ogni gesto è rallentato, intenzionale, quasi artistico. Quando la cera raggiunge la temperatura giusta, lei la stende sulla mia pelle in un nastro incandescente che sembra bruciare e accarezzare insieme. Sento il tepore scivolare in profondità, irradiandosi dagli inguini verso il basso ventre come un’onda che mi attraversa e si fonde con la tensione che già avevo accumulato. Ma la parte migliore — o peggiore, a seconda dei punti di vista — inizia subito dopo, quando Laura inizia a modellare la cera con le dita, soppesando e stuzzicando, con una delicatezza quasi chirurgica, le zone più sensibili.

Le sue mani lavorano con una sicurezza da esperta, guantate in lattice trasparente ma calde e umane, e ogni volta che mi sfiora — sul perineo, tra le pieghe, perfino sul glande ancora spaesato dalla nuova nudità — il mio corpo risponde con un fremito involontario, uno spasmo di piacere misto a paura. La sensazione è così intensa che devo stringere i pugni per non lasciarmi scappare un gemito.

Laura sorride: se ne accorge, ovviamente, e credo che la cosa la diverta moltissimo. «Vedi? Non è così male,» mi prende in giro, mentre il mio pene si indurisce quasi per autodifesa, come un animale che si prepara a essere sacrificato ma non vuole cedere senza lottare. «Il tuo amichetto è molto più coraggioso di quanto credessi», aggiunge con una risata sorniona, e mi accarezza con le dita il bordo della cicatrice, come se volesse rassicurarmi che va tutto bene.
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