bdsm
Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap6#1
giorgal73
18.05.2026 |
15.770 |
5
"Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure..."
CAPITOLO 6Parte 1 di 7 – La Palestra
*** MICHELA ***
I giorni trascorrono veloci tra una passeggiata gelida per le vie di Cortina e un’ammucchiata selvaggia nella villa, e l’ultimo dell’anno si avvicina come una minaccia dolce e inevitabile. Siamo a pranzo, nude sotto le vestaglie trasparenti come sempre. Il mio culo rotondo e pieno preme direttamente contro la stoffa fredda della sedia di mogano, la pelle nuda che rabbrividisce al contatto mentre il mostruoso plug blu da 8,5 cm mi tiene spalancata come una caverna senza fondo.
Ogni piccolo movimento fa tintinnare gli anelli appesi alle grandi labbra, e la barretta sul clitoride imponente strofina senza pietà contro la carne sensibile, facendomi colare un filo denso e trasparente di umori lungo l’interno coscia. La scritta **SLAVE** in grassetto maiuscolo nero sul mio pube spicca oscena sotto la vestaglia aperta, e il viso di Daniela tatuato sul seno destro sembra guardarmi con quegli occhi grigio-metallici che mi spogliano l’anima. Il mio corpo da quarantenne voluttuosa – seni abbondanti, quarta misura pesante e traditrice, vita stretta, fianchi larghi e culo invitante – è una sinfonia di carne che urla ciò che la mente vorrebbe tacere.
Mi detesto per quanto mi piace essere ridotta così, eppure non riesco a fermarmi. Sono la regina d’azienda di giorno, la cagna in calore di notte. E oggi, in questa villa, è tutto amplificato.
Claudia, seduta di fronte a me con la vestaglia cremisi aperta sul davanti, mi fissa con quel sorriso felino. Il suo corpo snello e atletico è un contrasto perfetto al mio: seni piccoli e sodi, figa depilata e lucida, il plug bianco a forma di cuore che spunta tra le natiche olivastre.
«Nel pomeriggio andiamo in palestra,» dice con voce vellutata, passandosi la lingua sulle labbra bordeaux.
«Ne abbiamo una qui nella villa. È un po’ particolare… oltre ai soliti attrezzi per mantenere il fisico in forma, troverai anche degli attrezzi un po’… speciali.»
Io alzo lo sguardo, il cuore che già accelera come un tamburo. «Che tipo di attrezzi, Padrona?» chiedo, la voce roca per l’eccitazione che mi serra la gola. Daniela, al mio fianco, ride piano, un suono basso e crudele che mi fa contrarre la fica intorno al vuoto lasciato dalla barretta. Claudia non risponde subito. Si limita a quel sorriso che non promette nulla di buono, gli occhi che scivolano sul mio corpo esposto come se stesse già pianificando ogni dettaglio della mia rovina.
«Li vedrai,» mormora infine, tirando un sorso di champagne. «E sono sicura che li apprezzerai, troia.»
*** DANIELA ***
Michela è uno spettacolo osceno e perfetto al mio fianco. La guardo mentre Claudia parla della palestra e sento il mio clitoride pulsare sotto il plug rosso che mi riempie.
«Andiamo,» dico alzandomi, la vestaglia che si apre sul davanti senza che me ne importi. Il mio culo nudo sfiora la sedia fredda un’ultima volta, un brivido che mi ricorda chi comanda. Claudia ride, si alza con grazia felina, il plug a cuore bianco che scintilla tra le sue natiche olivastre.
«Seguitemi, sfaticate,» ordina, e Michela obbedisce all’istante, le gambe tremanti mentre si alza. Il tintinnio degli anelli riempie la sala.
Saliamo le scale verso la palestra privata della villa. La stanza è ampia, illuminata da grandi finestre che danno sulla neve di Cortina, ma non è una palestra qualunque. Attrezzi classici – panche, pesi, tapis roulant – sono disposti ordinatamente, ma al centro troneggia un cavalletto di legno massiccio, nero e lucido, con cinghie di cuoio nero penzolanti. Intorno, sparsi come trofei sadici: fruste, pinze, ganci anali, dilatatori di ogni misura, strap-on di lattice nero con vene in rilievo. La mia mente perversa ha un sussulto di pura gioia.
«Claudia, chiama tutti a rapporto, li voglio qui.»
*** MICHELA ***
Entriamo nella palestra e il mio stomaco si stringe. Il cavalletto al centro è un mostro di legno scuro, con supporti per gambe e braccia, cinghie ovunque. Daniela mi guarda con quegli occhi grigio-metallici che mi trapassano.
«Spogliati, troia,» ordina, la voce bassa e letale. Obbedisco tremando, la vestaglia bianca che scivola a terra. Rimango nuda, il plug blu che lampeggia tra le natiche, la figa esposta e gocciolante, i seni pesanti che dondolano. Daniela raccoglie un asciugamano nero dal pavimento, me lo lega stretto sugli occhi. Il mondo diventa buio. Sento le sue mani forti che mi spingono sul cavalletto: mi sdraio a pancia in giù, il legno freddo contro i seni schiacciati, i capezzoli che sfregano dolorosamente contro la superficie ruvida.
Mi lega i polsi e le caviglie con cinghie di cuoio nero, strette fino a mordermi la carne. Le gambe divaricate oscenamente, la figa spalancata dai dilatatori e dagli anelli che pendono ai lati del cavalletto, il culo – quella voragine con la freccia tatuata che parte dal buco e sale lungo la schiena fino alla scritta **PROPRIETÀ DI DANIELA** – completamente esposto, offerto. Il plug blu pulsa dentro di me, la gemma che lampeggia nel buio dei miei occhi bendati. Sono immobile, una bambola di carne legata, i buchi in mostra come trofei.
«Padrona… cosa mi vuoi fare?» mormoro, la voce tremante di terrore ed eccitazione. Sento il suo respiro caldo sull’orecchio.
«Ora facciamo un giochino, troia. Voglio vedere se riconosci chi sta usando i tuoi buchi sempre più oscenamente aperti. Urla il nome di chi ti sta sfondando.»
Guardo Claudia con quella complicità silenziosa che solo noi due sappiamo costruire, e le dico sottovoce, con una punta di malizia che mi solletica la mascella: «Chiama tutta la servitù, anche Pierre. Voglio vedere se Michela riesce davvero a riconoscere le mani e i cazzi che la useranno. Facciamole passare la voglia di sentirsi unica.» Claudia mi regala un sorriso obliquo, la bocca che si piega in una smorfia di feroce approvazione: la so già all’opera, pronta a radunare la piccola corte di schiavi e schiave silenziosi che si muovono tra le stanze della villa come fantasmi obbedienti.
Mi volto a osservare Michela, ancora bendata, nuda e offerta sul cavalletto come una santa sacrilega, e all’improvviso mi viene voglia di prenderle la testa tra le mani e schiacciarla contro il legno, farle sentire che non c’è più nessuna frontiera tra umiliazione e piacere, che ogni resistenza ormai è una favola che si racconta da sola. Invece mi limito a passare una mano lungo la sua schiena, la pelle d’oca che le fiorisce ovunque, e sento che con ogni respiro si abbandona sempre di più, come se la benda sugli occhi le avesse tolto anche la memoria del proprio orgoglio. La sento sussurrare: «Padrona, cosa mi vuoi fare?» Una domanda che in realtà è già una resa, una confessione. Le sfioro l’orecchio con le labbra, sono così vicina che sento il suo sudore, il suo odore animale e salino, e le dico a bassa voce: «Facciamo un giochino. Voglio vedere se riconosci chi ti sta usando. Voglio il suo nome, urlato come se fosse la tua unica speranza di redenzione.»
Nel giro di pochi minuti la palestra si trasforma in un teatro di corpi. Claudia torna seguita da una processione eterogenea: i due mulatti, le russe e Pierre. Li guardo a uno a uno, mi assicuro che abbiano capito le regole del gioco, e vedo nei loro occhi quel lampo famelico che è il vero carburante di questa villa.
«Settimana bianca o orgia nera?», penso tra me e me, e la domanda mi fa quasi ridere. Claudia si avvicina a me, e senza dire una parola lascia cadere la vestaglia a terra: il suo corpo asciutto, nervoso come un arco teso, è coperto solo dagli accessori che abbiamo scelto insieme la sera prima – la catenella d’argento tra i capezzoli, il plug bianco a forma di cuore, la medaglietta incisa attorno al collo che dice QUEEN. Senza bisogno di istruzioni, anche gli altri si denudano.
Il rumore delle vesti che cadono è una musica nuova, un inno alla vulnerabilità. Nell’istante in cui tutte le maschere sono rimosse, sento che il ruolo di orchestratrice mi appartiene fino in fondo: sono io a dire quando, come, chi, perché. Sono io a decidere chi sarà il primo ad affondare in Michela, chi la farà urlare, chi la porterà fino al confine della follia e la terrà lì in equilibrio, per poi lasciarla precipitare.
Mi avvicino alla testa di Michela, le afferro i capelli raccolti in una crocchia, e inclino leggermente il suo viso verso l’alto. «Hai sentito?», le chiedo, «Siamo in tanti, oggi. E tutti hanno una voglia bestiale di sentirti urlare il loro nome.» La sua bocca si apre, tremante, ma nessun suono esce. Solo il battito del cuore, che sento rimbombare nella gola sotto le mie dita. Accarezzo per un momento la pelle rasata tra le sue gambe, e trovo la figa così bagnata che mi scivola tra le dita. «Brava troia,» sussurro, «non vedo l’ora di vederti sbagliare.»
Mi rivolgo agli altri: «Potete cominciare. Uno alla volta, senza pietà. E deve gridare il nome giusto, o si ricomincia da capo.» La palestra si riempie di respiri trattenuti, di piedi che si muovono incerti sul parquet.
La prima sono io. Mi avvicino a Michela, e avverto nell’aria la tensione che precede il massacro. Le carezzo i buchi come una madre crudele, con la punta delle dita che indugia sui margini umidi e tesi, e poi senza preavviso ruoto il plug blu con una lentezza sadica. Lo ruoto e tiro, e sento ogni scatto delle sue sfere luccicanti che sgranano la carne all’interno, centimetro dopo centimetro, come una collana che si sfilaccia dentro di lei. Michela si contorce, le gambe che tremano sulle staffe del cavalletto, le mani incapaci di stringere qualcosa a cui aggrapparsi, solo la voce che esce rotta e bestiale dalla gola: prima un lamento, poi una sequela di ansimi che si mescolano all’aria come piccoli gemiti disperati. Ma non mi accontento di questo. Le sue urla sono solo l’antipasto.
Quando l’ultima sfera salta fuori dal suo buco, la vedo contrarsi e rilassarsi come una pupilla alla luce improvvisa, un abisso che chiede solo di essere violato. Fingo di avere pietà di lei, le accarezzo di nuovo le natiche, la pelle tirata e sottile sopra i muscoli, e poi le infilo un dito. Dentro. Un secondo dito. Due, tre, quattro. La mano è quasi inghiottita fino al palmo, l’anello anale che ormai sembra solo un confine simbolico. Michela inizia a piangere, ma è un pianto dolce, di resa: l’ho sentita piangere davvero, una volta, a letto, e questa è una musica completamente diversa. Le infilo tutto il pugno, il polso che ruota e stira l’ano fino al massimo della sua estensione, e la sento vibrare tutta, come se avessi messo le mani sul motore acceso di una supercar.
*** NOTE ***
---CAPITOLO 6: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi cinque!)---
Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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