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Sottomessa Al Piacere - Pronta Al Debutto #3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
02.02.2026    |    15.521    |    5 7.1
"Ho la faccia imbrattata, la bocca che brucia di sapori e umori che non sono miei, e mi accorgo che il mio stesso corpo sta reagendo con una fame che mi fa tremare..."
*** MICHELA ***

Daniela si volta verso gli uomini e, con voce autoritaria che non ammette repliche, scandisce: «Vi concedo solo di sborrarle in bocca, sul viso e sulle tette, ma non osate penetrarla. È chiaro? Sarà il vostro sborratoio, ma vi ordino di essere veloci: abbiamo dei giri da fare.» C’è un secondo di silenzio, come se nessuno osasse davvero credere alle sue parole, poi il branco si scioglie in un mormorio eccitato. Uno mi si avvicina subito, ha la zip già abbassata e il cazzo fuori, teso, banale nella sua esibizione di miseria. Daniela mi costringe in ginocchio e io sento il pavimento gelido attraverso le calze smagliate.

Il primo uomo mi afferra per i capelli e il gesto mi fa piegare indietro la testa: la sua cappella mi stampa una striscia di umidità salata sulla guancia. Non c’è alcuna dolcezza, solo necessità. Mi spalanca la bocca con le dita sporche e ci infila tutto dentro. Sento il sapore stantio di birra e sudore, la pelle tirata, il sale, la vena che pulsa. Non devo fare nulla: Daniela mi tiene ferma, lui si muove da solo, usando la gola come un tubo di scarico. Sento la bava che cola dagli angoli, la lingua che si contrae per non soffocare. Sbatte forte, senza ragione, e poi con un grugnito si riversa in fondo alla gola. Non riesco a deglutire tutto: una parte mi scivola fuori, mi gocciola sul mento, sul collo. Quando mi lascia andare tossisco, l’aria mi brucia la trachea e ho gli occhi pieni di lacrime.

Ma non c’è tempo per riprendermi. Un altro è già pronto: lui preferisce le tette, me le spreme fuori dal vestito, sono dure, i capezzoli in fiamme. Mi ci sfrega sopra il cazzo, strusciando con forza, e poi mi schizza addosso senza nemmeno avvertire. Il fiotto mi colpisce tra i seni e si sparge, mi avvolge come uno strato di vernice indelebile, appiccicosa e calda. Daniela ride, piegata in due, come se fosse uno spettacolo brillante. «Bravi», dice piano, «così voglio vedervi.»

Il terzo uomo mi prende per la faccia e mi sputa dentro, prima ancora di montarmi in bocca. Ho la gola ancora piena della sborra del primo, ma lui non se ne cura: mi sbatte il cazzo tra le labbra, me lo tiene fermo sulle gengive, lasciando che il piercing alla lingua gli scivoli sopra la cappella. Gode del contrasto, mi insulta sottovoce, mi chiama puttana, mi dice che sono nata per essere usata così. Sento il calore che mi sale dentro, un disagio misto a un’eccitazione così violenta che mi fa tremare le gambe, più del plug che pulsa a ogni colpo.

Il quarto uomo trema leggermente, quasi impacciato. Si masturba davanti al mio viso con movimenti brevi e incerti. Quando raggiunge l’orgasmo, il suo seme mi colpisce improvvisamente, schizzando sugli zigomi e penetrando negli occhi. Sento la pelle tirare, gelarsi subito, e la sensazione mi eccita ancora di più. Il quinto si limita a poggiarmi il cazzo sulla lingua e a strofinarsi: ci mette un’eternità, forse non è nemmeno eccitato, forse lo fa solo per non restare indietro agli altri. Quando finalmente viene lo sento come una benedizione, un getto viscoso e tiepido che si mescola al resto.

Alla fine resto lì, bocconi sull’asfalto, la faccia e il petto imbrattati, la bocca che sa solo di loro. Daniela mi libera i polsi e mi passa un fazzoletto, ma lo usa solo per spargere meglio il liquido, come se volesse strofinarmi addosso la vergogna. Gli uomini se ne vanno, ridendo: uno mi accarezza la testa come se fossi un cane fedele. Daniela mi tira su di peso, mi sistema la gonna, mi prende il viso tra le mani e mi bacia, assaporando il caos che mi hanno lasciato addosso.

Poi mi guarda negli occhi con una dolcezza che non mi aspettavo: «Brava. Hai fatto una figura bellissima. Ora possiamo andare avanti.»

Mi tiene la mano stretta mentre usciamo dal vicolo, la sensazione di essere stata usata che risuona in ogni fibra del corpo, un’impressione indelebile e molesta, ma anche una strana, lancinante soddisfazione che mi fa camminare più dritta. Il plug vibra ancora, le cosce mi scottano, il freddo mi taglia la pelle bagnata.

Daniela mi guida lungo la strada, senza parlare. Il vento mi colpisce le gambe sotto il vestito, mi sento marchiata: ogni movimento è una frizione contro il plug e la pelle bagnata; ogni passo riaccende mille microscopici brividi. Vorrei piangere e ridere, vorrei gridare, ma non faccio niente. Cammino e basta, lasciando che la scia dei miei pensieri si annodi e si sciolga in meccanismi di colpa e piacere.

Il secondo negozio è un paradiso dark: odore di patchouli, resina bruciata, tessuti sintetici e lattice. Musica elettronica che pulsa come un cuore impazzito. La commessa qui è diversa: capelli viola corti, tatuaggi che le coprono le braccia, un corsetto di pelle che le solleva il seno prosperoso, un piercing alla lingua che vedo quando parla.

Daniela sceglie magliette crop che lasciano scoperto «SLAVE», body aperti sul davanti e sul retro, calze a rete strappate ad arte. «Spogliati di nuovo», ordina.

Mi spoglio in mezzo al negozio, sotto gli occhi di altri clienti. La commessa – si chiama Luna – si avvicina, lecca le labbra: «Posso aiutarti a provare?» Daniela annuisce. Mi prende per mano e ci porta nel retro del negozio.

*** LUNA ***

È proprio una giornata fortunata per me, e lo sento appena entrano. Le riconosco da subito: la bionda padrona e la sottomessa. Non solo dal modo in cui si tengono vicine, ma anche dallo sguardo della prima, un misto di possesso e minaccia, e dal modo in cui l’altra la segue, occhi bassi, movenze impacciate, il corpo che sembra pronto a piegarsi sotto ogni comando. Sono anni che vedo coppie come queste, ma queste due mi intrigano più delle altre, forse per questa corrente elettrica che vibra tra loro, forse perché la bionda, quando mi squadra, mi valuta come una cosa, un giocattolo in più.

Oggi siamo al completo in negozio, ma so che le mie colleghe sono brave e non sentiranno la mia mancanza, il che mi lascia campo libero per occuparmi di queste due come si deve. D’altronde, la mia anima lesbica vive di queste occasioni-lampo, di queste sinergie istintive che nascono e si consumano come un fuoco d’erba secca.

La bionda si avvicina a me: «Cerco delle canotte attillate», dice con voce morbida ma autoritaria, «qualcosa che faccia risaltare i suoi capezzoli e i tatuaggi.» Indica la ragazza dietro di lei, chiamandola «Michela, la mia Schiava» con un tono che fa vibrare l’aria tra noi. Solo allora noto i rivoli traslucidi che scendono lungo il collo di Michela, gocciolando sul décolleté e lasciando scie lucide sulla pelle arrossata. Il suo corpo è cosparso di quel liquido denso e perlaceo che si sta già rapprendendo in alcuni punti: sborra fresca, inequivocabilmente.

L’odore mi arriva a ondate: sale, ammoniaca leggera, muschio femminile, sudore, un cocktail che mi fa stringere le cosce sotto il corsetto.

Deglutisco. «Seguitemi nel retro», dico, la voce più bassa di quanto vorrei. Le guido oltre la tenda di velluto nero che separa il negozio dal magazzino-camerino. Lì c’è uno specchio a figura intera, una poltroncina di pelle logora e un piccolo tavolino con specchietti e luci. Chiudo la tenda dietro di noi. Il rumore della zip del mio corsetto che si allenta è l’unico suono per qualche secondo.

Daniela – così si chiama la padrona, lo leggo nel modo in cui Michela sussurra il suo nome quando le parla – si siede sulla poltroncina, le gambe accavallate, e indica il pavimento davanti a sé. «Spogliati, schiava.»

Michela obbedisce senza esitazione. Il vestito corto cade a terra in un mucchietto umido. Resta nuda tranne gli stivali alti e il plug che lampeggia blu tra le natiche. Il tatuaggio «SLAVE» spicca sul monte di venere. Il petto è imbrattato, i capezzoli duri e trafitti da barrette d’acciaio collegate da una catenella sottile. La fica glabra che gocciola, un filo trasparente che pende e cade sul pavimento.

Daniela non mi lascia nemmeno un attimo per abituarmi all’odore di liquido secco e sudore che satura il retrobottega. In piedi alle mie spalle, mi afferra la testa con una mano, come se fossi un oggetto da esporre, costringendomi a piegarmi in avanti e a schiacciare la mia faccia contro il petto di Michela. Le sue dita sono forti, quasi brutali: non c’è modo di oppormi. «Puliscila, rimuovi con la tua lingua ogni traccia di sperma», comanda, e il tono è quello di una madre esasperata che ordina alla figlia di lucidare le posate, non di una mistress.

Sento la pelle calda sotto la lingua, il retrogusto ferroso del piercing che le attraversa il capezzolo, la consistenza salata e collosa della sborra ormai quasi rappresa. Michela non si muove: regge il mio sguardo, la bocca appena aperta, gli occhi che oscillano tra il terrore e la vergogna e un qualcosa di più torbido che mi galvanizza. Il mio compito è preciso, chirurgico: con la lingua raccolgo ogni residuo, ci giro intorno, lo disciolgo, lo spingo via lasciando dietro di me una scia lucida di saliva. Ogni volta che sollevo la testa per respirare, Daniela mi rispinge giù, più a fondo, come se volesse infilarmi la faccia dentro il seno di Michela, affogarmi nella sua vergogna.

L’odore è devastante e familiare: non quello di sesso pulito e programmato, ma di orgia, di scompenso, di umiliazione subìta. Ho la faccia imbrattata, la bocca che brucia di sapori e umori che non sono miei, e mi accorgo che il mio stesso corpo sta reagendo con una fame che mi fa tremare. Sento il corsetto stringermi la vita, la pelle sudata sotto il lattice, i capezzoli gonfi che battono contro il tessuto. Daniela mi strattona la testa all’indietro, mi sussurra all’orecchio «brava brava brava» e, in un colpo solo, mi strappa giù le mutandine da sotto la gonna. Il gesto è talmente veloce che resto sospesa tra umiliazione e vertigine. Senza preavviso, mi infila due dita nel culo. Non è la brutalità della penetrazione a sconvolgermi, ma la precisione con cui le dita trovano la strada, la naturalezza del gesto, come se avesse letto ogni curva della mia anatomia in sogno.

La sensazione è gelida e calda insieme, un fremito di piacere e dolore che mi fa quasi cedere le gambe. Mi lascio andare, mi appoggio con una mano alla coscia di Michela per non crollare. Lei è immobile, solo la bocca si muove in una specie di sorriso tremante. Sento le dita che Daniela infila e sfila a ritmo, le usa come una trivella implacabile. Mi comanda di leccare più in basso, di ripulire ogni goccia, anche quelle incollate all’addome e al tatuaggio sopra la figa. Eseguo senza fiatare, la lingua come uno straccio umido, il corpo che pulsa di vergogna ed eccitazione.

Quando Daniela si stanca mi lascia andare. Barcollo e mi aggrappo allo scaffale degli abiti, la faccia completamente umida, le labbra gonfie. La bionda ride, e il suono è una scarica elettrica che mi attraversa. Poi mi getta un set di top crop e canottiere sul tavolo: «Vestila. Fammi vedere come le stanno.»

La richiesta è una grazia e una condanna: resto con le mutande abbassate a metà coscia, le dita di Daniela ancora vischiose che mi molestano il sedere, mentre aiuto Michela a infilarsi gli abiti nuovi. Le passo la maglietta sopra la testa, ci faccio attenzione ma ogni volta che posso le accarezzo i fianchi nudi, le stringo le tette tra le mani, sento i capezzoli duri che sfregano contro il tessuto sintetico. Quando arrivo ai piercing vado piano, ma li tiro con decisione per vedere quanto sopporta. Le passo un polpastrello sulla gemma blu del plug che spunta tra le chiappe strette, e sento la bionda che ride dietro di me: «Ti piace, vero?»

Parte 3 di 6

*** NOTE ***

Questa nuova storia di Michela torna a essere incentrata sul rapporto di dominazione a tema lesbico, esplorando dinamiche di potere intense e relazioni asimmetriche tra donne, dove il consenso si intreccia con l'abbandono totale e la sottomissione volontaria. Vi ricordo che la storia (vera) è stata vissuta negli anni Novanta del secolo scorso, un periodo profondamente diverso dall'attuale: non c'era l'ubiquità di internet e dei social media, che oggi facilitano comunità sicure e anonime per esplorare kink e orientamenti sessuali; al contrario, le esperienze BDSM e lesbiche dovevano navigare in un contesto sociale più conservatore, spesso ostile, con pregiudizi diffusi e una visibilità limitata per la comunità LGBTQ+. Le leggi dell'epoca erano meno protettive in termini di diritti individuali e privacy – ad esempio, non esistevano normative avanzate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale o regolamenti specifici per locali alternativi – rendendo ogni incontro un rischio calcolato, con potenziali conseguenze legali per atti considerati "osceni" o "immorali". L'esibizionismo emerge come elemento integrante, non solo come atto di provocazione erotica ma come sfida audace alla norma sociale, amplificato dalla dominazione che impone umiliazione pubblica e esposizione vulnerabile. Gli ambienti ritratti, come club sotterranei o periferie industriali, erano meno protetti e regolamentati rispetto ai moderni spazi safe con codici di condotta e safe word standardizzati, dove la sicurezza fisica e psicologica non era sempre garantita, aggiungendo un velo di pericolo reale che intensificava l'adrenalina e il brivido dell'esperienza.

Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.

La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.

Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.

Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
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