bdsm
Sottomessa al Piacere- La Nuova Me #1
giorgal73
20.10.2025 |
21.027 |
7
"O forse preferite sussurrarmi in privato qualche proposta che farebbe arrossire queste pagine, magari per un incontro che trasformi la fantasia in realtà, in qualche Club Privè di Bologna o..."
E’ stato un weekend di riposo. Me lo sono proprio meritata. Venerdì è stata una giornata intensa e il mio corpo ancora urla come se fosse stato investito da un camion di rimpianti. Ogni muscolo si lamenta, ma il mio povero culo è il solista dell'orchestra del dolore: largo, pulsante, ancora fresco di ricordi e sensazioni.
Barcollo verso il bagno come una zombie sexy, ogni passo un promemoria tagliente di chi sono diventata: la schiava personale di Daniela, un trofeo vivente con tanto di marchio invisibile. Sul lavandino, quel maledetto plug mi guarda con aria di sfida, lucido e enorme, la base che scintilla ,colpita da un raggio di sole che filtra dalla finestra, come un gioiello sadico.
Lo afferro con mani tremanti, e la mia mente schizza indietro a venerdì sera – al club, a quelle ore di umiliazione che mi hanno frantumata come un vaso di cristallo e rimessa insieme con colla hot. Le parole di Sabrina, mia sorella maggiore (che ironia, eh? La grande protettrice diventata la mia torturatrice preferita coordinata dalla mia Padrona), mi echeggiano nella testa, insieme al suo WhatsApp mattutino: "Ti aspetto al lavoro, troia. E ti voglio vestita come si deve. Come desidera la tua padrona!"
Gli ordini di Daniela erano cristallini: minigonna filo natiche, Stringi-vita che arriva fino sotto le tette che aggancia le calze nere, niente intimo e il plug sempre al suo posto, come un fedele guardiano del mio fondoschiena e una giacchina così corta che appena mi muovo pubblicizza senza remore il mio pube e le mie chiappe.
Il mio povero culetto, ancora arrossato e pulsante dal weekend, deve tornare ad ospitare l'intruso di acciaio, freddo e implacabile, che si allarga alla base come un fungo metallico progettato per ricordarmi ogni secondo a chi appartengo. Chiudo gli occhi, mi concentro e rilasso i muscoli anali. Lo spingo dentro. Brucia da morire, una pressione costante che mi fa vedere le stelle – non quelle romantiche, ma quelle del "che cavolo sto facendo della mia vita?". Eppure, sotto il dolore, c'è un brivido eccitante, un sussurro malizioso che dice: «Ti piace, ammettilo.»
Lo sento premere contro ogni nervo, un remainder vivente della mia sottomissione totale. Ansimando come se avessi corso una maratona, apro l'armadio dal legno scuro che cigola in segno di protesta. I miei vecchi vestiti - tailleur grigi, camicie bianche inamidate, gonne al ginocchio color cammello - sembrano fissarmi con rimprovero.
Ormai, da venerdì, il mio status di donna rispettabile ha preso un biglietto di sola andata per un paese sconosciuto. Piegati con cura sulla sedia di velluto bordeaux ci sono i doni della mia padrona. Li indosso uno ad uno davanti allo specchio, tremando mentre la stoffa scivola sulla pelle sensibile, trasformandomi in una versione di me stessa da film noir – audace, provocante, con labbra rosse e occhi che dicono "prendimi". Dopo lavoro, dovrò cercare un negozio nascosto in qualche vicolo buio per comprare altri vestiti simili. Forse in quella boutique con le vetrine oscurate vicino ai navigli, o forse farò prima a inginocchiarmi e supplicare la mia padrona per un consiglio.
Ogni centimetro del mio corpo grida ciò che ho sempre nascosto: la Troia che sono sempre stata.
Paradossalmente, questa nuova divisa mi fa sentire libera. Appartenere a Daniela significa non dover più decidere, non dover più fingere – solo essere. Un concetto assurdo che la mia mente ancora combatte, ma che il mio corpo ha già accettato come verità assoluta.
Un ultimo sguardo allo specchio e sono pronta per andare in ufficio.
Scendo velocemente le scale del condominio, il tacchetto da perfetta puttana risuona come un martello sul marmo freddo. Mi volto nervosamente, scrutando ogni angolo del pianerottolo, in cerca di occhi curiosi che potrebbero svelarmi. Il cuore mi batte così forte che sembra voler sfondare la camicetta trasparente.
L'aria fresca del mattino mi accarezza i glutei nudi, facendomi rabbrividire fino alla punta dei capezzoli turgidi. Frugando nella borsa di pelle nera, le dita tremanti cercano disperatamente le chiavi dell'Audi. Quando finalmente le afferro, il metallo freddo contro la pelle calda mi dà un momentaneo sollievo.
Seduta nell'abitacolo, la pelle nuda delle natiche incontra la superficie liscia del sedile in pelle beige. Il motore si accende con un rombo profondo, e le vibrazioni risalgono attraverso il sedile fino al mio sesso completamente esposto, mandando scariche elettriche lungo la spina dorsale. Un liquido caldo e viscoso inizia a colare, e immagino la macchia scura che si allargherà sul sedile chiaro.
L'odore della mia eccitazione riempie l'abitacolo come un profumo proibito. Incontro i miei occhi nello specchietto retrovisore - pupille dilatate, guance rosso scarlatto - mentre il plug d'acciaio dentro di me preme contro ogni terminazione nervosa ad ogni minima irregolarità dell'asfalto, strappandomi gemiti soffocati che muoiono contro le labbra serrate.
Devo prestare attenzione maniacale, controllando ogni respiro, ogni battito. Non posso lasciarmi andare neanche per un istante; il mio orgasmo è proprietà esclusiva della mia padrona, un tesoro che solo lei può sbloccare con un cenno regale. Sono assolutamente certa che se cedessi ora, il suo sesto senso vibrerebbe come un allarme in lontananza, e la punizione sarebbe memorabile; ho già sperimentato le sue punizioni.
L'odore della mia fica, umida e traditrice come una fontana in piena estate, mi avvolge nell'abitacolo surriscaldato, mescolandosi all'aroma del cuoio e del mio profumo costoso.
"Sono una troia patentata," penso, con un'ironia amara che mi solletica la gola secca. "E cavolo se non sono felice di appartenere a qualcuno che sa esattamente come usarmi, piegarmi, modellarmi." Il viaggio verso l'ufficio sembra infinito, ogni semaforo rosso una tortura, ogni curva un'ondata di sensazioni. Vorrei tele trasportarmi direttamente alla mia scrivania, ma contemporaneamente l'idea che i miei dipendenti - con i loro sguardi curiosi e le loro lingue affilate - possano vedermi in questo stato mi terrorizza, anche se so che è una speranza vana come neve ad agosto.
Finalmente arrivo e parcheggio al solito posto riservato, quello con la targhetta dorata col mio nome che brilla sotto il sole mattutino. Scendendo dall'auto con movimenti calcolati, la giacca corta decide di tradirmi alzandosi come una tenda a teatro, rivelando lo spettacolo completo. Chiara, la stagista bionda con gli occhiali dalla montatura rossa che mi ha visto il culo la prima volta grazie alla penna caduta sul pavimento di marmo lucido, di nuovo è spettatrice inconsapevole delle mie grazie più intime. I suoi occhi azzurro chiaro si spalancano come piatti da portata in porcellana, le pupille che si dilatano visibilmente mentre fissa la mia intimità completamente esposta e umida di eccitazione, con un misto di shock virginale e curiosità repressa che le colora le guance di un rosso acceso. Arrossisco fino alla radice dei capelli, il calore mi sale dal collo come lava incandescente, ma non mi copro – no, resto lì immobile, con le gambe leggermente divaricate e un sorriso da «buongiorno, mondo» dipinto sulle labbra lucide di gloss alla fragola.
«Buongiorno, Chiara,» dico con voce roca, che trema solo un po' di eccitazione mentre sento una goccia calda scivolarmi lungo l'interno coscia. Lei balbetta qualcosa di totalmente incoerente, un suono gutturale che muore nella sua gola secca, distogliendo lo sguardo come se avesse visto un fantasma completamente nudo che fluttua tra le scrivanie dell'ufficio. Ma i suoi occhi sono puntati sul mio plug blu luminoso, grande e invadente, che cattura la luce mattutina come un gioiello proibito tra le mie natiche. Il suo sguardo si sofferma un secondo di troppo, le pupille dilatate in un misto di orrore e curiosità mal celata, e mi chiedo se anche lei ne vorrebbe uno suo, se anche lei sogna di sentire quel peso estraneo che ti riempie e ti ricorda costantemente a chi appartieni.
*** CHIARA ***
Non riesco a credere ai miei occhi. La Dottoressa Michela - quella che tre mesi fa mi ha assunto con una stretta di mano ferma e uno sguardo glaciale - oggi sembra uscita da un film hard. I suoi capelli castani, solitamente raccolti in uno chignon severo, oggi cadono in onde morbide sulle spalle.
La giacca nera, così corta da sfiorare appena l'inizio dei glutei sodi, è abbottonata solo a metà, rivelando la curva generosa dei seni che oscillano liberi ad ogni passo. Le sue gambe, slanciate da tacchi vertiginosi, sembrano infinite. Mi guarda con occhi febbrili, le pupille dilatate come pozzi neri in cui potrei annegare.
Un "buongiorno" strangolato mi graffia la gola secca mentre lei mi supera, lasciandomi avvolta nella scia del suo profumo dolciastro mescolato a qualcosa di più primordiale. Quando mi volta le spalle, il mio cuore si ferma: sotto la giacca non c'è nulla se non un plug anale massiccio, una gemma blu incastonata cattura la luce del mattino come un faro proibito tra le sue natiche perfettamente tornite che sembra pulsare, luminosa e perversa. Lo fisso ipnotizzata, la bocca improvvisamente arida come sabbia. Sarà freddo quel metallo contro la sua carne calda? Le provocherà dolore o un piacere indicibile? Poi lo sento—un ronzio basso, quasi impercettibile. Michela si irrigidisce per un istante, le nocche che sbiancano mentre stringe la borsa di pelle. Il plug vibra, pulsando come un cuore meccanico.
Riprende a camminare con un ancheggiare esagerato, quasi teatrale, e noto un rivolo lucido che le scivola lungo l'interno coscia, brillando sotto le luci del corridoio. Troia. La parola mi esplode nella mente con la forza di un'epifania. Eppure, mentre la osservo allontanarsi, sento un calore inconfessabile diffondersi nel mio basso ventre.
*** MICHELA ***
L'ufficio è un open-space da cartolina aziendale: due lunghe file di scrivanie di legno chiaro, separate da un corridoio centrale come una passerella per modelle improvvisate. Le postazioni sono ordinate (più o meno), monitor che ronzano come api digitali, carte sparse qua e là, il sottofondo delle stampanti che sembra un coro di robot annoiati. Le grandi finestre inondano tutto di luce mattutina, illuminando i volti dei miei dipendenti che alzano lo sguardo mentre passo – un misto di curiosità, invidia e, sì, desiderio represso. L'odore della mia fica mi segue come un'aura invisibile, si mescola all'aria condizionata sterile. Sento il liquido scivolarmi sulle gambe, ogni passo un'umiliazione che mi fa pulsare di un desiderio bruciante, come se il mio corpo stesse gridando «toccami!».
Improvvisamente, il plug vibra con un'intensità che mi fa irrigidire a metà del corridoio. Mi sono scordata che ora il mio compagno anale ha una nuova funzione – un comando a distanza che solo la mia padrona può gestire con un tocco sul suo telefono facendolo vibrare e illuminare, quella strega geniale e sadica.
«Oh...» gemo piano, mordendomi il labbro inferiore fino quasi a farlo sanguinare per soffocare il suono che risale dalla mia gola. Il ronzio è basso ma traditore, come un calabrone intrappolato in una stanza silenziosa, e tutti sollevano lo sguardo dai loro monitor, guardandosi intorno confusi, come detective improvvisati in un giallo da quattro soldi. I loro occhi, curiosi e indagatori, finiscono inevitabilmente su di me, sulla mia figura tremante al centro dell'open space. Sorrido strafottente, con le guance in fiamme e la pelle madida di sudore, pensando: «Sono sulla buona strada per vincere il premio come miglior CEO scandalosamente troia dell'anno.»
Le gambe mi tremano visibilmente sotto la gonna inesistente, ma continuo a camminare lentamente, ancheggiando con studiata lentezza, ogni passo una piccola tortura elettrica che risale dalla mia intimità pulsante, come se stessi sfilando su un red carpet per adulti sotto i riflettori.
Gli sguardi mi trafiggono da ogni angolazione: alcuni ridacchiano sottovoce (pensa: «La capa è impazzita?»), altri sussurrano con aria scandalizzata. Il mio seno, libero sotto la giacca, ondeggia libero e fiero, i capezzoli turgidi che si intravedono attraverso il tessuto come segnali di pericolo. L'odore della mia eccitazione è ormai innegabile, un invito olfattivo che mi fa bruciare dentro – voglio essere toccata, umiliata, posseduta qui e ora, in mezzo a questa farsa aziendale.
«Che situazione strana e ambigua,» penso con ironia, «da CEO a schiava da scrivania in meno di una settimana.»
*** NOTE ***
Dopo la punizione inflitta da Daniela - quelle ore di umiliazione e piacere forzato che hanno lasciato segni rossi sulla pelle e cicatrici invisibili nell'anima - Michela è diventata una persona diversa. Oggi è il suo primo giorno di lavoro dopo la trasformazione, i suoi occhi verdi ora velati da una nuova consapevolezza, il suo portamento alterato da una sottomissione che pulsa sotto la superficie della sua pelle come sangue nelle vene.
Mi sono divertito ad immaginare i suoi pensieri febbrili mentre cammina per i corridoi aziendali, ma soprattutto quelli dei suoi dipendenti che notano il suo rossore improvviso, il modo in cui si aggiusta sulla sedia, il tremore delle dita quando afferra una penna. Pertanto anche in questa storia, suddivisa in 4 capitoli carnali, ogni tanto troverete dei piccoli cammei dei pensieri altrui - sussurri mentali proibiti, desideri inespressi, sospetti che solleticano la coscienza - spero vi possano eccitare fino a farvi mordere il labbro.
La storia che state leggendo, con i suoi respiri affannosi e le sue carezze proibite, nasce dalle avventure autentiche della mia amica "Damabiancaesib", la cui essenza potrete cogliere visitando il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri scrittori su A69 hanno già affondato le loro penne nella carne viva delle sue confessioni, ma la mia Dama - insaziabile esploratrice di abissi proibiti - ha scelto ME per spingersi oltre ogni limite conosciuto. Le sue fantasie più oscure, quelle che bruciavano troppo per essere rivelate ad altri, ora pulsano attraverso le mie parole!
Non osate accusarmi di plagio! Sto semplicemente violando il velo tra finzione e realtà, trasformando in inchiostro rovente ciò che lei mi sussurra nelle notti insonni. Questo è solo l'inizio di un'opera che farà tremare le vostre certezze morali fino alle fondamenta - un romanzo che un giorno esploderà come lava incandescente tra le vostre mani!
Permettetemi di ricordarvi:
- che queste pagine nascono da eventi vissuti, solo leggermente abbelliti dalla mia penna. La vera protagonista è "Damabiancaesib", la cui essenza potrete cogliere sul suo profilo.
- Questa e una storia che è già stata scritta tempo fa da un'altra mano e ora reinterpretata attraverso il mio stile, spero abbia acceso in voi sensazioni più intense e vi abbia ispirato nuove fantasie.
Ora sta a voi decidere: mi eleverete al rango di artista della parola erotica o mi relegherete tra i semplici sognatori con velleità letterarie? Vi prego, lasciate un voto generoso! E perché non un commento?
Anche quelli irriverenti sono benvenuti. O forse preferite sussurrarmi in privato qualche proposta che farebbe arrossire queste pagine, magari per un incontro che trasformi la fantasia in realtà, in qualche Club Privè di Bologna o dovunque il desiderio vi suggerisca.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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