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trio

Una storia napoletana #2


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
29.09.2025    |    12.391    |    0 8.3
"Zia viene sulla mia bocca con un fremito che le attraversa il corpo come un'onda del Tirreno, urlando con voce rotta: «Sì, Luca, mangiami la figa, fai godere la zia!" Io sono al limite..."
Io non lo so ancora, ma loro sono scambisti da anni, habitué di festini con coppie mature nei villini discreti di Posillipo, e questo è tutto un gioco orchestrato come una sceneggiata. L'hanno organizzato con la precisione di un orologio svizzero: lei mi ha chiamato apposta con quella vocina innocente, lui è tornato "prima" per la scena madre. Ma io, scemo come un turista che compra la statuina del Vesuvio a prezzo triplo, penso di essere finito in un guaio grosso come Palazzo Reale.

«Inginocchiati,» ringhia lui, slacciandosi la cintura di cuoio marrone con la fibbia dorata che schiocca come una frusta. I pantaloni grigi cadono ai suoi piedi pelosi come due vele ammainate, e appare il mostro che nascondeva: un cazzo enorme, grosso e lungo come un salame di Mugnano, con vene sporgenti come radici d'ulivo e una cappella violacea e lucida che sembra un fungo porcino appena colto.

«Mo' me lo succhi, o te spacco a faccia come na' noce.»

«Armando, nun esagerare,» dice zia con voce melliflua come il miele millefiori di Sorrento, ma si avvicina con passo felino, complice come una ladra dei Quartieri Spagnoli.

«Fallo, Luca, obbedisci come un bravo nipote.» Mi spinge in ginocchio sul pavimento freddo e umido, le sue unghie mi graffiano leggermente la nuca. Io, mezzo morto di paura ma stranamente eccitato come un adolescente al primo appuntamento a Mergellina, sento il cuore battere nelle tempie mentre apro la bocca secca come la sabbia di Capri a mezzogiorno.

Il suo cazzo, venato e pulsante, sa di sudore salato e maschio napoletano, un sapore forte come la colatura di alici di Cetara che mi riempie la gola come un cannolo siciliano troppo grande.
Non ho mai preso un cazzo in bocca e, viste le dimensioni che mi stirano gli angoli delle labbra fino a farmi lacrimare, non credo che riuscirò a prenderlo tutto. Mi sento imbranato come un turista che cerca di mangiare gli spaghetti con il cucchiaio. Mio zio, con le guance arrossate e una goccia di sudore che gli scivola lungo la tempia destra, forse lo sospetta e mi afferra i capelli con dita spesse come salsicce di Mugnano: «M'hê 'a schiuppà comm' fanno chelli zoccole ca te futtute 'a sera a Piazza Bellini! Ogge sì tu 'a zoccola!»

Decido che la maggior parte del lavoro lo farà la lingua e inizio a leccarlo come un gelato al limone, tracciando spirali umide dalla base venosa fino alla cappella violacea che pulsa come un cuore napoletano. Le mie labbra, tese come la pelle di un tamburo, riescono appena a circondare quella montagna di carne che sa di sale e proibizione. Mia zia mi spinge la testa con la forza di una sirena perversa, vuole che lo ingoio tutto come un pescatore affamato con l'ultima alice. Con immenso sforzo che mi fa lacrimare gli occhi come madonne durante la processione, allargo la mandibola fino a sentirla scricchiolare come i vecchi pavimenti di Spaccanapoli e alla fine, miracolosamente, riesco. Inizio a pompare con ritmo di tarantella, e la sensazione della cappella gonfia che mi accarezza il palato come velluto bagnato inizia a piacermi in modo vergognoso e inconfessabile.

«Bravo, nipote,» grugnisce lui, spingendo più a fondo nella mia gola arrossata fino a farmi sentire il sapore amaro del suo pre-sperma salato sulla lingua. «Pensavi di scoparti a muglierema e basta? Mo' paghi.» Io succhio, goffo come un pescatore alla prima uscita, le guance incavate e gli occhi lucidi di lacrime involontarie, mentre zia si tocca con le dita frenetiche, le tette pesanti sobbalzano come due pomodori San Marzano maturi in un cesto durante il mercato del venerdì. «Guarda che bravo, amore,» ride lei, sfacciata, leccandosi le labbra carnose con la punta della lingua rosa.

Dopo un po', lui mi tira su per i capelli sudati, strappandomi dalla gola un gemito di dolore e sorpresa. «Nu pompino nun basta, guagliò,» ringhia con voce ruvida come la carta vetrata.

Mi gira bruscamente come una pizza nel forno a legna, facendomi sbattere le ginocchia sul pavimento di pietra lavica consumata dai secoli. Zia si inginocchia dietro di me, il suo respiro caldo e umido mi solletica la schiena madida.

«Rilassati, gioia,» sussurra con voce calda e dolce come il sole di luglio su Mergellina, mentre le sue dita affusolate mi aprono le natiche tremanti. La sua lingua, umida e vellutata come un sorbetto al limone, traccia cerchi sempre più stretti attorno al mio orifizio vergine, insalivandolo abbondantemente fino a farlo luccicare come il mare di Posillipo al tramonto. Tremo incontrollabilmente come una foglia di basilico. Sento il primo dito entrare, sottile ma deciso, poi un secondo che si affianca creando una sensazione di bruciore e pienezza mai provata prima. Le sue nocche premono contro la mia carne mentre ruota il polso con l'abilità di chi ha aperto centinaia di corpi. Ad un certo punto le dita diventano quattro, due per mano, che si incuneano a forbice dilatandomi con metodica precisione.

«Brava, Marié, preparamillo buono comm' saje fa' tu,» dice lui con voce roca di desiderio, e poi lo sento: la cappella gonfia e violacea come un fico maturo che preme contro di me, enorme e minacciosa come un pugno chiuso di un camorrista. Spinge con forza brutale, squarciandomi senza pietà, e dalla mia gola esce un urlo straziante come quello di un gabbiano ferito. È come essere spaccato in due da un fulmine estivo, ma zia continua instancabile a leccare intorno al punto di congiunzione dove lui mi possiede, calmando il dolore lancinante con la sua lingua magica e salvifica come l'acqua benedetta di San Gennaro.

«Mo' t'o mett' tutt' dint' 'o culo, Luca, pigliatillo senza fa' storie!» ordina lui con voce di tuono che rimbomba nelle pareti della stanza. Inizia a scoparmi, selvaggio come il mare in tempesta durante lo scirocco di agosto, i colpi profondi che mi fanno sobbalzare come un burattino di Pulcinella al Teatro San Carlo.

«Che bell' culo strett', cald' comm' 'o pane appena sfurnat' d''e furn' all'alba,» ringhia tra i denti gialli macchiati dal caffè e dai sigari. Zia si alza con movimenti felini degni di una ballerina, si mette davanti a me, gambe spalancate come le porte secolari del Maschio Angioino durante una festa reale.

«Lèccami, mentre lui t'incula,» comanda con voce morbida come il velluto dei divani dei palchi del teatro. La sua figa rasata con precisione chirurgica è a un centimetro dal mio viso, bagnata e dolce come un babà al rum, gocciolante di umori che brillano alla luce delle lampade come il mare di notte. Io lecco, affondando nella sua carne morbida e profumata come in un gelato al limone appena preparato da mani esperte, mentre lui mi pompa senza pietà, il suo cazzo brucia dentro di me come la lava incandescente del Vesuvio durante l'eruzione del 1944.

È un caos sinfonico di gemiti acuti e bassi, sudore salato che gocciola come pioggia estiva sui corpi intrecciati, Napoli che sembra esplodere in ogni angolo della stanza come i fuochi di San Gennaro. Zia viene sulla mia bocca con un fremito che le attraversa il corpo come un'onda del Tirreno, urlando con voce rotta: «Sì, Luca, mangiami la figa, fai godere la zia!" Io sono al limite estremo del piacere, il cazzo duro che pulsa come il cuore di un tamburo durante la festa di Piedigrotta. Zio accelera con furia vesuviana, il bacino che sbatte contro di me come le onde contro gli scogli di Posillipo, e grugnisce tra i denti serrati: «Mo' te punisco comme si deve, guagliò!» Esce con un movimento brusco che mi fa sussultare, mi gira con la forza di un pescatore che rovescia la rete, e mi sborra in faccia: un'esplosione bianca e densa come la schiuma del mare in tempesta, litri di sperma caldo e viscoso che mi colano lentamente sul mento arrossato, sul petto ansante.

«Mamma mia, Armando, che fontana!” ride zia, inizia a pulirmi il viso con la sua calda lingua, non vuole sprecare neanche una goccia del nettare prelibato di suo marito.

«Mariè, 'stu nepote tene 'o cazz' ca sta p' schiattà, e siccome è stato nu bravo guaglione, pienzace tu cu' 'a vocca toja a 'o fa' sfucà, voglio vedé si è cchiù zoccola isso o tu»

La dolce zietta, non se lo fa ripetere due volte. Mi afferra il cazzo con entrambe le mani, stringendolo come un limone da spremere, mi scappella con un movimento esperto e circolare che mi fa tremare e inizia a risucchiarmi l'anima attraverso la cappella gonfia e pulsante. Le sue labbra carnose mi circondano completamente, la sua lingua calda e ruvida gioca con la fessura da cui già sgocciola il pre-seme salato e mi stuzzica il frenulo con precisione diabolica. Le sue unghie mi stritolano delicatamente i testicoli pesanti e io godo come un pazzo, eruttando il mio seme caldo e denso nella sua bocca esperta che lo accoglie come un calice sacro e lo ingoia avidamente, continuando a succhiare con devozione fino a distillare l'ultima preziosa goccia.

«Luca, gioia, era tutto organizzato. Simmo scambisti, e tu si’ o nostro nuovo giocattolo.»

Da quel giorno, casa loro diventa il mio bordello privato. Torno spesso, sempre con la scusa di un "lavoretto". Zio mi incula ogni volta, la sua sborra che mi riempie come un marchio. Zia mi guida, leccandomi o facendosi leccare. Poi arrivano le serate con le coppie amiche: Anna, una bionda di cinquantotto anni con tette da urlo e un culo tondo come una mozzarella di bufala fresca, e Paolo, sessantenne peloso come un lupo dell'Irpinia, con mani callose da muratore che mi lasciano lividi violacei sulla pelle. O Carla, sessantenne mora con una figa pelosa e umida come un'ostrica appena pescata a Mergellina che mi fa impazzire di desiderio, e Gino, magro ma muscoloso come un pescatore di Procida, con un cazzo curvo che mi arriva in gola come un cornetto ripieno di crema pasticcera.

Nella loro camera, tra lenzuola nere come la notte di Capodichino e specchi che riflettono corpi sudati come pastiere appena sfornate, è un'orgia napoletana: io passivo come una sirena catturata nelle reti di un pescatore di Procida, inculato da tutti con ferocia vesuviana che fa tremare persino i muri antichi della stanza, lecco fighe mature e succose come le pesche di Agerola raccolte all'alba di agosto, il loro sapore salato-dolce che mi inebria come il primo sorso di limoncello ghiacciato.

Zia dirige il gioco con la maestria di un direttore d'orchestra al San Carlo durante la prima di Verdi, le sue dita affusolate che indicano chi deve prendermi e come, la voce che comanda con autorità sensuale. E quando finalmente mi concede l'onore supremo di scoparla o di scopare le sue amiche dalle carni morbide e profumate, io divento il nipotino preferito, premiato e adorato come un santo durante la processione.

-- FINE --

** NOTE**

Seconda e ultima parte di una storia che mi è stata suggerita da un utente di A69 dalle fantasie ardenti. Mi ha fornito poche righe come soggetto - parole crude e dirette come i vicoli stretti dei Quartieri Spagnoli - e da lì la mia testolina malata, eccitata come un adolescente alla prima esperienza, ha iniziato a creare.

Ho voluto cimentarmi anche con qualche frase in napoletano aspro e dolce come un limoncello di Sorrento, e vi chiedo di perdonarmi se non sono riuscito a scriverle con la precisione di un maestro pasticciere che decora una sfogliatella riccia. Ho chiesto ad una mia amica napoletana - una mora formosa con occhi scuri come il caffè appena fatto - di aiutarmi, quindi al massimo condivideremo i vostri insulti come si condivide una pizza fumante.

La storia potrebbe anche non essere originale, ma spero che il modo che ho usato per presentarvela vi abbia intrigato ed eccitato fino a farvi sentire il sangue pulsare nelle vene come il mare che si infrange contro gli scogli di Posillipo. L’ho divisa in due parti perchè troppo lunga da leggere in una sola volta.

Confesso che devo ringraziare chi mi ha fornito il soggetto della storia dal profondo del mio cuore che batte forte; grazie a lui ho vissuto una serata che si è incisa nella mia memoria come un tatuaggio indelebile, una notte al "BOLERO" con la mia amica napoletana. Le luci ambrate del locale hanno danzato su di noi, mentre l'acqua calda dell'idromassaggio ha avvolto i nostri corpi nudi in un abbraccio morbido e vellutato. Le sue dita sulla mia schiena, e io, con voce roca e tremante, che le sussurro frammenti di questa storia all'orecchio, sentendo il suo respiro farsi più rapido contro il mio collo umido. Ogni suo gemito soffocato, ogni suo brivido mi ha deliziato più intensamente di quanto il più dolce babà al rum potrebbe mai fare e forse un giorno ve lo racconterò. Ovviamente, come al solito, vi invito a commentare e ha organizzare una bella avventura tra di noi …
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