bdsm
Sottomessa al Piacere - La Ginecologa #8
giorgal73
26.01.2026 |
15.348 |
3
"Per me la vibrazione è tutto: il plug batte in sincrono coi dossi della città, ogni buca e tombino mi manda una scarica in arrivo al cervello, e il rischio di farmi venir voglia di toccarmi..."
*** DANIELA ***La richiesta di Michela mi colpisce come una carica a salve: innocua solo in apparenza, in realtà carica di aspettativa e di quell’umiliazione di cui il nostro rapporto è costellato. Mi avvicino a lei, scalza, ancora grondante di sudore e liquidi, e raccolgo il plug dalla superficie metallica. C’è una scia umida che corre dal punto di impatto fin giù verso la base del tavolo, una pista lucente che ricorda sangue d’insetto raccolto a metà su una lametta. Lo impugno con gesti quasi cerimoniali, sollevando la mano all’altezza del viso.
Vedo Michela mordicchiarsi il labbro inferiore, abbassando gli occhi e tutto il resto del corpo: anche la schiena le cade un poco, la testa si china come a scusarsi di esistere. Mi inginocchio dietro di lei, sento la tensione nei suoi muscoli ancora accesi dal duello di poco fa. Le allargo i glutei fino a sentire la pelle viva sotto i palmi, e lo premo con lentezza, centrandolo come si fa con la chiave nel foro giusto. Michela respira piano, si lascia invadere senza resistenza. Quando il plug scompare, la sua schiena si rilassa un poco. Mi piace vedere la sua resa, il modo in cui si affida alle mie mani – e so che la cosa non finisce qui.
Marta si è già ricomposta, camice nuovo, la coda dei capelli tirata dietro le spalle, ma le labbra sono ancora più gonfie di prima e due ditate rosse le spiccano sulle guance. Nota la scena e fa un sorrisetto. «Ottimo reinserimento. Penso che le farà bene, anche a riposo.»
Io mi metto eretta come in un rito. «Michela, ringrazia la dottoressa per la visita completa.»
Michela si volta, occhi lucidi, e in un tono basso e graffiato: «Grazie, dottoressa. Non ho mai avuto una visita così intensa, e…» esita. La bocca si chiude un attimo, l’orgoglio vorrebbe frenarla. Ma io l’afferro forte per la nuca, gliela piego in avanti, la costringo a restare nel ruolo, e allora Michela finisce: «… e spero di averne ancora tante altre.»
Marta ci liquida con due dita che salutano dal margine della porta: «Prenotate pure per la prossima settimana, magari scegliamo un tema diverso. Ho una collezione di dilatatori vaginali d’epoca che merita di essere riscoperta. E ora uscite di qui che devo sanificare tutto prima che i miei pazienti del lunedì si lamentino per l’odore di figa che aleggia nei corridoi.»
*** MICHELA ***
Ci lasciamo dietro lo studio, il neon che proietta macchie di luce bianca sul parquet corrosivo e a chiazze. L’aria è ancora spessa di umori e adrenalina, anche dopo tre rampe di scale il corpo non ha smontato tutto il veleno.
Sul marciapiede fuori ci aspetta il tassista egiziano che Daniela ha chiamato prima di uscire. Si è tolto il giubbotto e fuma, guarda il cellulare e mormora qualcosa in arabo che vibra nell’aria. Quando ci vede riemergere – sfinita, con il plug che pulsa dentro, camminata sbilenca di chi non potrebbe sostenere un’interrogazione di terza media – ride sotto i baffi: «Mi sa che vi serve un’ambulanza e non un taxi a guardarvi.»
Daniela lo guarda gelida, ma non gli dà altro che un dito: «Portaci in centro, abbiamo delle compere da fare. E guida veloce.»
Ci stiviamo nell’abitacolo come sopravvissute a un bombardamento: io sul sedile posteriore, il vestito appiccicato alla pelle e ancora le gambe tremanti, il culo nudo sul sedile. Daniela davanti a me che si rifà il trucco con gesti di una precisione assassina. Anche i suoi nervi, quelli che nessuno vede mai cedere, oggi hanno la consistenza del sangue rappreso. Il tassista giocherella con la radio ma ogni tanto ci lancia occhiate nello specchietto, come se temesse che da un momento all’altro potessi esplodere o mettere sottosopra la macchina con un altro dei miei collassi.
Io sprofondo nell’odore del sedile, la testa riversa contro il finestrino, e in quel surreale isolamento sento ancora il riverbero delle dita nella figa, la morsa del plug e il bruciore puntellato in ogni pezzo di carne che pulsa il suo controcanto privato. Eppure – non ho paura, non ho rabbia, anzi. Solo una stanchezza lisergica, quasi goduta, come dopo una maratona sbranata dagli incendi: potrei anche dormire per giorni e invece so già che appena metto piede fuori da qui Daniela mi lancerà nella prossima battaglia come una mina antiuomo.
Quel porco di autista continua a fissarmi dallo specchietto, il sudore mi bagna il collo e le gambe piegate a V – meglio di ogni video porno mai visto. Tra una rotonda e l’altro semaforo, Daniela lo prende in giro con qualche parola strafottente: lo chiama “amico” come solo le donne che comandano davvero sanno fare, gli domanda se in Egitto sono tutte femmine sottomesse o se qualcuno come lui preferisce essere preso a frustate dopo il lavoro. Il tipo non risponde – ride con una vena di tenerezza e terrore – ma le sue mani tremano leggero attorno al volante e scommetto che sotto la cintura sta salendo una piramide che nemmeno Tutankhamon. Poi Daniela si volta verso di me, i suoi occhi che brillano di malizia crudele, e mi ordina con voce bassa e imperiosa: «Fai vedere quanto sei puttana al nostro amico tassista». Obbedisco senza esitare, il cuore che mi martella nel petto; allargo le gambe quanto basta per esporre la mia figa già umida e gonfia, infilo due dita dentro di me con un gemito soffocato, masturbandomi lentamente, sentendo i miei umori colare caldi lungo le cosce. Il piacere sale piano, inesorabile, fino a esplodere in un orgasmo che mi fa inarcare sul sedile, il corpo tremante. Poi, fissando gli occhi del tassista nello specchietto – occhi spalancati, pieni di lussuria e incredulità – mi lecco le dita unte dei miei succhi, assaporandoli con un sorriso provocatorio, mentre lui deglutisce a fatica e accelera un po’ troppo sull’asfalto irregolare.
Per me la vibrazione è tutto: il plug batte in sincrono coi dossi della città, ogni buca e tombino mi manda una scarica in arrivo al cervello, e il rischio di farmi venir voglia di toccarmi dentro al taxi è sempre in agguato. Smuovo impercettibilmente il bacino, la stoffa si tende, lascio vedere il riflesso blu zaffiro della pietra incastonata tra le chiappe e sento il tassista che deglutisce. Le mani scivolano dietro l’orlo della giacca, stringono i seni nudi come se rassicurassero il proprio diritto all’esistenza, poi li lascio andare – in questa nuova versione di me, esibita e demolita e diversa, c’è una specie di dignità sovrumana che nessuno, nemmeno Daniela, potrà portarmi via.
Daniela insiste: «Ti piacerebbe essere il mio schiavo? Se vuoi ti porto a casa e ti faccio vedere come si fa davvero a essere messo in riga dalle donne,» ribatte con voce d’acciaio, ma il tono ci scherza sopra un secondo prima che la sua mano si posi distrattamente sulla mia coscia, affondando le unghie nella carne nuda per farmi ricordare chi comanda davvero.
Il taxi sfreccia tra le strade rattoppate, e la realtà mi scivola addosso come in un sogno di fango e luci al neon. Dalle vetrine dei negozi ci guardano – lo sento, lo so – e non importa quanto scuro sia il vetro: le sagome che si riflettono sanno che qui dentro sta succedendo qualcosa di storto, di orgasmicamente sbagliato, e io esulto a pensare che qualcuno possa immaginare tutto o niente. Fisso la città sfocata, la faccia appiccicata al vetro gelido e il plug che pulsa a ogni sobbalzo, riverbera un piacere di sottofondo costante, come un ronzio di api all’orecchio, pronto a esplodere al primo contatto.
Finalmente arriviamo in centro. Il taxi si ferma con uno scatto brusco che mi fa sussultare per il plug che preme dentro. Daniela scende dalla macchina con un movimento fluido, sicuro, il tacco che colpisce l’asfalto come un martello. La seguo con le gambe ancora tremanti, l’aria fresca che mi colpisce le cosce nude sotto il vestito spiegazzato. Mi sento esposta, come se ogni passante potesse leggere sulla mia pelle cosa è appena successo.
«Rimani nei paraggi,» ordina Daniela al tassista, chinandosi al finestrino con un sorriso affilato come una lama. «Quando avremo finito ci servirai ancora.» La sua voce è miele versato su ghiaccio.
Il tassista ride, un suono basso e gutturale che riverbera nell’abitacolo come un tuono distante, e si mette una mano sul cazzo con un movimento plateale, le dita che premono contro il tessuto teso dei pantaloni, disegnando il contorno di un’erezione impossibile da nascondere. Mille immagini mi attraversano la mente come lampi febbrili: lui che si allontana con la macchina, cercando un angolo buio tra i palazzi del centro, slacciandosi la cintura con mani sudate, ansimando il mio nome mentre si tocca con frenesia animale. Suppongo che ora andrà a trovare un posticino riservato – forse il parcheggio sotterraneo vicino alla stazione, o dietro quel cantiere abbandonato – e si masturberà fino a svenire, collassando contro il volante con gli occhi rovesciati all’indietro. Tuttavia, la promessa di Daniela di dominarlo mi scava dentro come un’unghia affilata. Immagino il suo corpo massiccio inginocchiato sul pavimento freddo, i polsi legati dietro la schiena con una corda che gli segna la pelle olivastra, gli occhi lucidi di terrore e desiderio mentre Daniela lo circonda con passi lenti, il tacco che gli preme contro la nuca fino a farlo gemere. Vedere il lurido porco supplicare con labbra tremanti, la barba umida di sudore, e il suo orgoglio maschile ridotto a brandelli sotto il nostro sguardo spietato – questo pensiero mi fa pulsare dentro più forte del plug stesso.
Se avrò coraggio, supplicherò la mia padrona di far avverare questo sogno, di vedere quell’uomo ridotto a un animale tremante sotto i suoi tacchi affilati. Ora però mi devo concentrare per lo shopping, sentendo ancora il plug che pulsa dentro di me a ogni passo sui sanpietrini lucidi del centro, mentre seguo Daniela come un’ombra obbediente tra vetrine scintillanti e sguardi furtivi dei passanti.
Parte 8 di 8 - Fine
*** NOTE ***
Questa nuova storia di Michela torna a essere incentrata sul rapporto di dominazione a tema lesbico, esplorando dinamiche di potere intense e relazioni asimmetriche tra donne, dove il consenso si intreccia con l'abbandono totale e la sottomissione volontaria. Vi ricordo che la storia (vera) è stata vissuta negli anni Novanta del secolo scorso, un periodo profondamente diverso dall'attuale: non c'era l'ubiquità di internet e dei social media, che oggi facilitano comunità sicure e anonime per esplorare kink e orientamenti sessuali; al contrario, le esperienze BDSM e lesbiche dovevano navigare in un contesto sociale più conservatore, spesso ostile, con pregiudizi diffusi e una visibilità limitata per la comunità LGBTQ+. Le leggi dell'epoca erano meno protettive in termini di diritti individuali e privacy – ad esempio, non esistevano normative avanzate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale o regolamenti specifici per locali alternativi – rendendo ogni incontro un rischio calcolato, con potenziali conseguenze legali per atti considerati "osceni" o "immorali". L'esibizionismo emerge come elemento integrante, non solo come atto di provocazione erotica ma come sfida audace alla norma sociale, amplificato dalla dominazione che impone umiliazione pubblica e esposizione vulnerabile. Gli ambienti ritratti, come club sotterranei o periferie industriali, erano meno protetti e regolamentati rispetto ai moderni spazi safe con codici di condotta e safe word standardizzati, dove la sicurezza fisica e psicologica non era sempre garantita, aggiungendo un velo di pericolo reale che intensificava l'adrenalina e il brivido dell'esperienza.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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