bdsm
Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap1#4
giorgal73
16.03.2026 |
16.691 |
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"Il commesso esita una frazione di secondo, poi si bagna la mano con la saliva e la spinge senza pietà nel buco rosa dilatato, verso il profondo..."
*** DANIELA ***È passata esattamente una settimana e il freddo di Milano ci morde le gambe come un amante geloso mentre io e Michela torniamo alla boutique. Indossiamo entrambe la pelliccia corta di visone nero che ci arriva appena sotto il culo, aperta quel tanto che basta a far intravedere il maglioncino a girocollo di cachemire leggerissimo, così corto da lasciare scoperto tutto quello che conta. Sotto, niente altro: solo le calze nere velatissime agganciate allo stringi-vita di pizzo che mi stringe i fianchi come una mano possessiva.
Per Michela è uno spettacolo continuo: i due anelli d’acciaio da 4 cm pendono pesanti dalle grandi labbra dilatate, dondolando a ogni passo e tintinnando piano contro le cosce. Li abbiamo comprati due giorni fa in quel negozietto di maglieria in via Montenapoleone; le ho ordinato di dare spettacolo e lei, da brava troia ubbidiente, si è tolta il miniabito davanti a tre clienti e alla commessa, restando solo con le calze e lo stringi-vita. Ha girato lentamente su sé stessa, lasciando che tutti vedessero i tatuaggi, i piercing, il plug blu che lampeggiava. Uno dei presenti ha addirittura lasciato cadere il portafoglio.
Io ho sorriso e ho pagato.
Le piace obbedire.
Le piace essere guardata.
Ora le nostre gambe sono fasciate dagli stivali a mezza coscia: i miei neri lucidi, alti, che riflettono le luci natalizie come specchi osceni; i suoi di un rosso vermiglio brillante, quasi sanguigno, che urlano “scopami” a ogni falcata. La balza delle calze nere spunta appena sopra il bordo, un dettaglio che fa fermare i passanti. Siamo due puttane di lusso che camminano per via della Spiga come se fosse il nostro personale red carpet.
Entriamo. Vittorio è dietro il bancone, ma questa volta non è solo: accanto a lui c’è il commesso della volta scorsa, quello che già allora mangiava Michela con gli occhi. Appena ci vede, il ragazzo deglutisce così forte che sento il rumore. Vittorio sorride, quel sorriso da predatore elegante che ormai conosco bene.
«Signore mie… puntuali come il peccato. Venite, venite nel retro. I vostri capolavori vi aspettano.»
Ci fa accomodare nella sartoria privata. Appesi alle grucce ci sono i due abiti da sera. E sono esattamente come li volevo: audaci, osceni, quasi indecenti.
Quello nero di Michela è un velo di chiffon così sottile che sembra evaporare sulla pelle; la scollatura posteriore parte dalla curva dei glutei e sale fino al collo, lasciando il culo completamente nudo, il tatuaggio “Proprietà di Daniela” e la freccia nera che punta dritta al buco come un invito scritto a inchiostro indelebile. Davanti, la voragine dal monte di Venere al collo mette in mostra “SLAVE” a lettere cubitali, mentre due striscioline ridicole sfiorano appena i capezzoli, incorniciando il mio ritratto tatuato e gli anelli da 4 cm che dondolano liberi. Il girocollo si chiude con un anello d’acciaio pesante, pronto per un guinzaglio.
Il mio, beige quasi carne, è altrettanto spudorato: stessa scollatura posteriore, due spacchi laterali che partono sotto il seno e scendono fino alle caviglie, pronti a rivelare le gambe e il plug rosso a ogni movimento.
Li immagino già addosso a noi, a Cortina. Immagino Pierre che ci guarda con quegli occhi da gay miliardario e si chiede per la prima volta nella vita se non gli piacerebbe assaggiare qualcosa di diverso. Voglio vedere Michela giocare con lui. Voglio vederla fargli perdere il controllo.
Mi giro verso di lei e ordino, voce bassa e calma: «Spogliati.»
Michela ubbidisce all’istante. Via pelliccia, via maglioncino. Resta solo con gli stivali rossi vermiglio e le calze nere agganciate allo stringi-vita. Nuda, marchiata, perfetta. Vittorio e il commesso la fissano come due lupi affamati. Si vede che vorrebbero saltarle addosso qui, adesso, sul tavolo da taglio.
Vittorio si schiarisce la voce, ma il rigonfiamento nei pantaloni parla per lui.
«Signora Daniela… possiamo… usare la sua schiava? Solo un po’. In cambio vi faccio un bello sconto sui vestiti.»
Sorrido lenta.
«Perché no? Ma lo sconto deve essere generoso.»
Lui ci pensa un secondo, poi annuisce. «Va bene. Ma possiamo usarla come vogliamo.»
«Certo» rispondo. «Come volete.»
Vittorio non perde tempo. Si apre i pantaloni e tira fuori un cazzo normale, già duro, venoso. Il commesso invece non stacca gli occhi dal culo di Michela, ipnotizzato dal plug blu gigante da 8,5 cm che lampeggia e vibra piano tra le natiche.
Lo fisso. «Vorresti usarlo, vero?»
Lui arrossisce ma annuisce. «Da quella volta… non riesco a dimenticarlo. Me lo sogno anche la notte.»
Sorrido, crudele e divertita. «Sarà un’impresa per te, anche se sei dotato. Dai, vediamo questo cazzo.»
Si slaccia i pantaloni. Normale anche lui. Scoppio a ridere piano. «Con quel cazzetto le farai solo solletico. Toglile il plug da quel culo che ti sogni ogni notte.»
Lui lo prende con mani tremanti e inizia a sfilarlo lentamente, con reverenza. La mia voce diventa autoritaria, tagliente come un frustino: «Non essere così timido, così dolce. Trattala da vera puttana come è realmente.»
Il commesso obbedisce: un colpo secco. Il plug esce con un suono osceno e la voragine del culo di Michela si spalanca, rosa, profonda, invitante. Lui resta a bocca aperta.
«E… adesso come faccio?» Rido di nuovo.
«Puoi sempre infilarci la mano. E farti fare un pompino come il tuo titolare.»
«Va bene» mormora, già perso.
Un attimo dopo Michela è in ginocchio sul tappeto della sartoria: il cazzo di Vittorio in gola, la mano del commesso infilata fino al polso nel suo culo dilatato. Lei geme, succhia, si muove come una professionista nata. Io guardo e sento un calore familiare tra le gambe. La mia Michela è proprio una grandissima troia. Non lo fa per soldi, non lo fa per paura. Lo fa per passione. Si vede che è nata per essere usata, per essere riempita, per essere mia.
Li guardo, sento i miei capezzoli pulsare mentre Vittorio afferra la mia Michela per i capelli - con gentilezza, ma con una forza secca, imparata in anni di dominio discreto su mogli di mezza Milano che sognano di sentirsi oggetti almeno per qualche ora. Il commesso esita una frazione di secondo, poi si bagna la mano con la saliva e la spinge senza pietà nel buco rosa dilatato, verso il profondo. Per un momento Michela spalanca la bocca, senza emettere suono, poi fa per gemere ma il cazzo di Vittorio glielo impedisce, costringendola a mandare tutto fuori in un urlo gutturale, soffocato. I suoi occhi sono lucidi, persi, bellissimi.
Non posso non notare come il plug blu, ormai tolto, venga usato dal commesso come se fosse un trofeo: lo passa tra le dita, lo osserva brillare, lo avvicina al naso per sentirne l’odore e poi me lo offre, complice. Sorrido, lo prendo e lo porto alle labbra: ha il sapore ferroso del desiderio e della sottomissione più violenta. Senza staccare gli occhi dalla scena, lo infilo in borsa.
Vittorio inarca la schiena, e con un colpo secco spinge il cazzo tutto in fondo alla gola della mia schiava. Le lacrime le scendono copiose, ma non ha nulla della vittima: si vede che gode a essere posseduta così, usata come uno straccio per pulire la lussuria altrui. Il commesso inizia a torcere la mano, la muove avanti e indietro come se stesse cavandole fuori l’anima insieme alle feci più antiche. Michela risponde contraendo il bacino, presenta il culo al commesso come un animale in calore e partecipa attivamente, seguendo il movimento a tempo come se la sua vocazione di cagna fosse ormai un sacro mestiere. Voglio che mi guardi, che sappia chi la sta regalando a questi due degenerati. Mi avvicino, le prendo il mento sporco di saliva e sborra precursore, e le fisso gli occhi con una calma glaciale.
«Non pensare mai che tu mi tradisca, tesoro. Ti offro io in sacrificio al volgo. È anche questa la mia punizione.»
Apre le cosce ancor di più, e colgo il gesto con gratitudine: ora il mio accesso alla sua figa devastata dai piercing e dai dilatatori è libero. Piego le dita, traccio la scritta “SLAVE” a caratteri gotici con la punta della lingua, indugio sulle lettere “AV”, poi risalgo lentamente, mordicchiando ogni lettera fino a lasciarle il segno. Unisco indice e medio e la penetro dolcemente, ma non troppo, mi interessa solo vederla contorcersi e inarcare la schiena come una bestia picchiata. Dondola il culo, la carne che ondeggia elastica dopo mesi di allenamento e umiliazione, pronta a ricevere qualsiasi cosa io voglia infliggerle. Il commesso ormai è perso: spinge tutto il pugno e azzarda una seconda mano, piccola, bianca, che si incastra a fatica. Le urla di Michela mi arrivano attutite, anestetizzate dal cazzo in gola, eppure ogni vibrazione mi raggiunge perfettamente nelle vene.
Mi lascio andare sullo sgabello della sartoria, accavallo le gambe protette dalle calze nere, graffio piano lo stringi-vita col bordo appuntito dell’unghia. Vittorio gode, vuole avere il controllo, vuole regolare il ritmo: ogni tanto spinge tutto dentro e poi esce, trattiene Michela per il collo e le impone di respirare solo quando decide lui, come una strozzatura lenta che regala il piacere del soffocamento e della paura. Il commesso, invece, è impacciato e feroce insieme: sudato, stringe le labbra e cerca di non venire solo dallo sforzo di guardarla così, con il culo che si apre come una bocca assetata, lucida di saliva e di sé, e la voragine rosa che sembra un’icona religiosa della perversione moderna.
Decido di provocare di più. Tiro fuori dalla borsa, un dildo largo quanto una lattina di birra «Senti, caro, proviamo ora con questo»
Lo agito davanti al commesso come una carota davanti all’asino, e lui la prende al volo senza nemmeno fiatare. Michela mi lancia uno sguardo misto tra paura e gratitudine: se la conoscessi meno, potrei anche credere che questo sia il suo limite. Ma so che è una bugia. Lei vive per essere oltremisura, oltre lo schifo, oltre il decoro. Il commesso la lubrifica con abbondanza, con una dedizione quasi commovente, poi lo punta all’ingresso e spinge senza tanti preamboli. Michela grida - uno squittio inumano, mezzo riso mezzo pianto, che subito si infrange contro il cazzo di Vittorio pronto a soffocarla di nuovo - e io mi sento venire solo a guardarla. Le natiche si dilatano, la carne cede e accoglie la gomma spessa, il culo si deforma in un fiore carnoso aperto in attesa di essere impollinato.
*** NOTE ***
Il racconto che ho iniziato a narrarti rappresenta un'anteprima rispetto alle altre storie che ho condiviso finora. Cronologicamente, si inserisce alla perfezione dopo le avventure già descritte. Mi immergo nel 1999, un'epoca con un contesto sociale ben diverso dall'oggi, forse più audace e decadente. Considera che, più di un semplice racconto, questa avventura si trasforma in un vero e proprio romanzo completo: non aspettarti una narrazione breve, tutt'altro...
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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