bdsm
Sottomessa Al Piacere - Pronta Al Debutto #4
giorgal73
09.02.2026 |
15.226 |
4
"«Tengo io il plug», mormora la bionda, e me lo gira di pochi millimetri, quanto basta per farmi esplodere la testa di endorfina..."
*** DANIELA ***Le due cagne, con la faccia ancora lucida, il petto rigato di vergogna e saliva, mi guardano dal basso in su come bestie in attesa della carezza o della scudisciata. Hanno appena finito di leccarsi addosso la sborra degli sconosciuti, eppure le vedo tremare sotto le mie mani, come se la vera umiliazione fosse adesso, qui, sotto il mio sguardo. E forse lo è: sono la loro padrona, sono la regia di questa commedia, e se voglio che la scena vada avanti, lo fa secondo i miei tempi e le mie voglie. Mi siedo sulla poltroncina con le gambe ben divaricate, la microgonna che si arriccia sulla coscia lasciando esposta tutta la vulva rasata e gonfia, ancora illesa dai giochi di oggi.
«Inginocchiatevi qui, adesso. Accanto. Preparatevi.» La voce mi esce di fumo e metallo, e loro eseguono senza fiatare: si sistemano l’una accanto all’altra davanti allo specchio, le ginocchia che schioccano sul pavimento, le lingue tirate fuori, le bocche già aperte come cuccioli affamati. Mi prendo qualche secondo per guardarci tutte riflesse nel vetro: io la regina, loro le serve, e Luna che, dietro Michela, ha la faccia sporca ma lo sguardo di chi sta per mettersi nei guai. Mi piace la tensione che si gonfia nella stanza, il modo in cui il silenzio si carica di aspettativa.
Alzo le mani e comincio a toccarmi, lenta, senza mai perdermi un fremito o uno sguardo delle due lì sotto. Uso il pollice e due dita, ci giro intorno bagnando bene la pelle, e quando sento che sono abbastanza fradicia, infilo le dita fino al palmo, mugolando piano. Mi piace che Luna segua ogni gesto, che Michela resti a fissarmi la figa come se fosse un enigma da risolvere. E mi piace ancora di più che entrambe mantengano la bocca spalancata, pronte a ricevere qualsiasi cosa decida di elargire.
«Guardate bene. Imparate», ordino, e aumento la velocità, le dita che si muovono come se fuggissero da una luce troppo forte. Sento la pressione crescere, la fitta di piacere che mi sale dalla pancia e mi spacca in due. Mi godo il suono dei loro respiri, il modo in cui cercano di compiacermi ancora di più solo restando ferme, immobili, attente come cani addestrati. Guardo Luna, che serra i pugni sulle cosce, e le dico: «Tocca Michela. Fallo come piace a te, ma senza mai togliere la lingua.» Luna obbedisce, le mani scivolano sui fianchi di Michela, le dita si infilano tra le labbra della figa, la accarezzano e la dilatano mentre la lingua resta lì, tesa e supplichevole.
Ormai basta un niente e vengo: la prima ondata mi fa spalancare la bocca, la seconda mi contorce la schiena, e poi spruzzo in avanti un fiotto che cade sulle lingue, sui visi e sulle mani di Luna che non smette di toccare Michela neanche per un secondo. Le due restano ferme, la bocca piena del mio sapore, la pelle che brilla di liquido trasparente, e le vedo inghiottire, deglutire, quasi ringraziare.
Mi rilasso affondando nella poltrona, il respiro che mi abbandona. «Vestila, e tu ricomponiti», ordino a Luna, buttando un set di top e canottiere sul tavolino.
*** MICHELA ***
Mentre osservo questa commessa con il suo sguardo sottomesso e il collare sottile che spunta appena dalla scollatura della camicetta nera, mi chiedo se sia solo una coincidenza o un disegno preciso di Daniela. È il secondo negozio oggi, e in ognuno abbiamo trovato donne che si scambiano sguardi complici con la mia padrona, che si piegano ai suoi desideri senza battere ciglio, che mi scrutano con quella fame negli occhi che riconosco subito. Questa qui, con i suoi capelli corti e le unghie laccate di viola scuro, ha abbassato lo sguardo non appena Daniela ha fatto scivolare un dito lungo il bancone, come se quel gesto contenesse un codice segreto che solo loro due comprendono. Manca un ultimo negozio e la giornata sarà terminata.
Il terzo negozio è un antro fumoso di pelle e metallo, con pareti nere tappezzate di fotografie di corpi modificati e vetrine scintillanti di gioielli anatomici. L’aria vibra di musica industrial e odore di incenso. Daniela mi conduce al grande specchio ottagonale al centro della sala, circondato da luci crude che non perdonano imperfezioni. Con un gesto imperioso mi ordina di spogliarmi. Obbedisco, lasciando cadere i vestiti in un mucchio ai miei piedi. Nuda, ruoto lentamente: il tatuaggio sulla mia schiena sembra animarsi sotto le luci, gli anelli d’acciaio ai capezzoli catturano bagliori bluastri, il plug tra le natiche emette un ronzio basso che mi fa contrarre involontariamente. Due commesse emergono dall’ombra: una bionda con dreadlock dorati che le cascano fino alla vita e piercing che le attraversano il sopracciglio destro, l’altra mora con labbra tatuate di un viola intenso e una cascata di anelli che le decorano l’orecchio sinistro. Un uomo sulla porta, che sembra essere il proprietario, la chiude a chiave.
Non appena mi giro verso lo specchio, sento il peso di sei occhi puntati sulla mia pelle nuda, sulle cosce che tremano e sull’invito involontario della schiena inarcata. Daniela si siede su uno sgabello – gambe larghe, microgonna arricciata sul bacino – e incrocia lo sguardo con la bionda dai dread, che le restituisce un sorriso da predatrice. La mora dagli occhi viola si avvicina senza parlare, mi gira intorno come un tecnico che ispeziona un nuovo modello di macchina, e poi infila le mani guantate sotto il mio seno, sollevandolo piano. Il contatto è scientifico ma anche umiliante: le dita fredde che tastano la carne, misurano, pizzicano il capezzolo forato e lo fanno vibrare. La bionda arriva alle mie spalle, l’alito che sa di qualcosa di dolce e alcolico, e senza preavviso mi passa la lingua proprio lungo la spina dorsale, da sotto la nuca fino al solco del culo, fermandosi solo quando raggiunge la testina del plug.
«Bellissimo lavoro di incisione», dice. La voce mi scivola sulla pelle come una carezza. «Chi te l’ha fatto?» Non rispondo subito, confusa dal piacere improvviso; la mora mi dà una leggera sculacciata e mi indica di essere più educata.
«I tatuaggi e i piercing sono opera di Giorgio in Corso Lodi.» Sento il tremito nella voce ma non me ne vergogno: ormai sono solo una cavia, una cosa, e trovo una strana felicità in questa dissoluzione. Daniela prende il controllo della scena con la sua solita eleganza letale:
«Le serve qualche indumento sexy e perversamente audace per esporre il suo corpo alle feste», dice Daniela, la voce bassa e vellutata come seta nera. I suoi occhi brillano di malizia mentre fa scorrere un dito lungo il collo nudo di Michela. «Ovviamente potete usarla ora, approfittare di ogni centimetro della sua pelle pallida, di ogni suo orifizio tremante. Anche tu, Michele, se vuoi unirti a noi: la tua presenza maschile renderà tutto più... completo.» Un sorriso le increspa le labbra rosse.
«Le piace sentirsi niente, un oggetto da usare. Adora quando la riempiamo, quando la sporchiamo, quando la facciamo sentire meno di un animale. Quindi», conclude, slacciandosi lentamente la cintura di pelle, «divertitevi pure.»
Mi aspetto la violenza, la paura, la brutalità dell’essere consegnata a degli sconosciuti. È la terza volta oggi che qualcuno mi palpa senza chiedere permesso, eppure ora, in questa stanza strana e piena di feticci, c’è qualcosa di diverso. Non c’è il panico del vicolo, né la docilità disciplinata della boutique. Qui – adesso – sono pura, esposta, qualsiasi recita marchiata via dal ronzio di fondo della musica e dalla presenza dei corpi che si spostano rapidi, silenziosi, precisi.
La bionda dai dread solleva il mio viso con un dito sotto il mento. Mi trovo davanti alle sue labbra, curve in un sorriso crudele ma quasi innocente, come di chi non ha mai dovuto nascondere ciò che desidera. Sposta un ciuffo ribelle dalla mia fronte, i suoi occhi nei miei: «Reggi le pinze?» Un «Sì» mi sfugge prima ancora di pensare, e mi stupisco: qui “reggere” non è sopportare un dolore, ma accettare un regalo che non merito.
Mi costringe contro il tavolo d’acciaio, fa segno alla mora di afferrarmi i polsi sopra la testa. Le vetrine tremano al ritmo della musica. Intravedo la padrona che mi guarda dallo sgabello, una sigaretta accesa tra le sue dita, le labbra increspate in un sorriso che solo io posso cogliere. Le due donne lavorano coordinate, come se non avessero altro scopo che spingermi oltre: la mora mi apre le cosce con una sicurezza morbosa – le dita sanno dove cercare il punto esatto, la lingua già pronta ad assaggiare l’effluvio che sgorga, irrefrenabile, dal mio sforzo di compiacere.
«Tengo io il plug», mormora la bionda, e me lo gira di pochi millimetri, quanto basta per farmi esplodere la testa di endorfina. Le sue dita si fermano appena all’ingresso dell’ano lubrificato, e il gesto è tanto delicato che mi fa urlare dentro, senza neanche aprire davvero la bocca. La mora monta una pinza sui miei capezzoli, serra la catenella, tira: scatta un suono metallico nell’aria, e so che quello che provo io le fa bagnare le mutande istantaneamente.
Come se fosse un cubetto di ghiaccio, la lingua gelida che si infila tra le labbra e lecca via le ultime gocce del bukkake di strada. La padrona dà una lunga boccata alla sigaretta e lascia uscire il vapore in una spirale che danza fino alla mia pelle umida. Gli occhi mi girano, mi annodo in un senso di appartenenza che mi annienta e mi trasforma. La bionda sbottona i pantaloni di pelle, mostra una cintura a strap blu notte con due cazzi di silicone taglia XL che si incastrano perfettamente nei supporti anatomici.
«Anche tu, se vuoi», lo dice rivolta alla commessa mora, che sorride, si lecca le labbra e si avvicina dietro di me, strofinandomi la punta del dildo sulle natiche nude. C’è un attimo che sembra eterno: la stanza si carica di un silenzio spaziale, come se anche la musica distorta si piegasse alla logica nuova che la bionda detta con la voce, ferma e bassa: «Non hai già avuto abbastanza oggi, puttanella?»
Sento il calore della mora alle spalle, il suo seno premuto contro la mia schiena, le mani che mi tengono fermi i polsi, la bocca che mi sussurra all’orecchio: «Ti sfonderemo bene stavolta, resterai aperta anche domani.»
E tutto diventa piacere e terrore in eguale misura, una vertigine che mi fa venir voglia di urlare fortissimo per accarezzare i timpani di chi mi vuole solo usare. Le cinghie dello strap sono strette, la plastica blu mi viene appoggiata contro il clitoride: la bionda se lo massaggia su di sé pochi attimi, mi fa capire che non è solo scena, che anche per lei è tutto vero e niente perdonato. Poi, senza troppi preamboli, mi prende di piatto contro il clitoride: spinge forte, lo schiaccia in basso, la sensazione è così acuta che vedo arcobaleni sotto le luci. La mora, dietro, me ne appoggia uno più sottile ma più gelido – forse è stato in freezer –, lo appunta esattamente sull’ingresso e ruota, mi penetra di due, tre centimetri, poi si ferma. La sincronia è chirurgica. Spingono insieme, dentro e fuori, la bionda tira la catena delle pinze e la usa per guidarmi, come un guinzaglio che vada solo avanti.
Io sono tenuta da tutte le parti: le mani della mora mi segano i polsi, la bocca della bionda mi martella di insulti, i seni mi ballano impazziti sulle vetrine, i cazzi finti entrano ed escono con una furia ipnotica; nessuna di loro pensa più a cosa succede fuori, esisto solo io, esiste solo il piacere malato che mi sbriciola la dignità ma mi regala una sensazione di immortale ebbrezza. Prendo i colpi, urlo, piango, rido. Vengo spesso, senza poterlo fermare: al secondo orgasmo la bionda schizza di piacere, viene anche lei, mi si attacca addosso come una sanguisuga bagnata. La mora gode a sua volta, lo intuisco dalle contrazioni delle braccia e dalle labbra che mi baciano la spalla umida.
Parte 4 di 6
*** NOTE ***
Questa nuova storia di Michela torna al cuore della mia dominazione lesbica, fatta di potere asimmetrico, consenso e abbandono totale, vissuta davvero negli anni Novanta: un’epoca senza internet né spazi safe, in cui ogni atto BDSM o lesbico era una sfida rischiosa in un mondo ostile, con pregiudizi, leggi severe e pericolo reale che rendeva l’esibizionismo e l’umiliazione pubblica ancora più intensi.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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