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Scambio di Coppia

Opening Party al Bolero - Parte 5/8


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
04.05.2026    |    243    |    1 9.0
"Vedo una coppia che si bacia con furia animale sopra uno sgabello, le mani di lui che già si infilano sotto la maglietta di lei, sento le loro risate nei pochi spazi lasciati liberi dal beat..."
***Premessa***

Questo racconto è rimasto a riposare nel mio cassetto virtuale per qualche mese, come una bottiglia di buon vino che aspetti il momento giusto per stapparla e assaporarla lentamente. I fatti risalgono a settembre 2025, ma tra un racconto e l’altro mi sono lasciato distrarre, rimandando la conclusione come si fa con i piaceri più intensi.
Vi chiedo scusa in anticipo per la lunghezza: ormai mi conoscete, sono quello che ama perdersi nei dettagli, soprattutto quando si tratta di storie vissute sulla pelle, con tutti i loro colori, profumi e vibrazioni autentiche.

Fatevi coraggio, leggete tutte le 8 parti senza fretta. Commentatele con sincerità: mi piace scoprire cosa ha acceso la scintilla della vostra fantasia, fatto accelerare il battito o risvegliato desideri che dormivano quieti.
E se poi qualche fanciulla o coppia di larghe vedute (anzi, di vedute ampie e coraggiose) avesse voglia di condividere un po’ di tempo con me in qualche club… anche solo platonicamente, (capisco che potrei non essere il vostro tipo), eh… io non mi tiro indietro.

Mai! Anzi, sono già pronto a nuove avventure, con il cuore che batte un po’ più forte solo all’idea.
Pronti? Allora lasciatevi avvolgere dalla lettura.

*** Parte 5 di 8 ***

Sento Anna che fa un verso flebile, quasi un miagolio, e mi accorgo che si è sciolta tutta, le braccia abbandonate e il volto che si illumina di una luce strana. Nessuno qui è più in disparte: siamo tutti dentro la stessa corrente, e anche chi guarda partecipa, anche chi non tocca sta toccando in altro modo.

Il letto principale, intanto, si è trasformato in una specie di altare. Una coppia nuova si fa avanti: lei è minuta, lentiggini sparse sulle spalle, lui ha l’aria stanca di chi lavora notte fonda. Si siedono accanto a Bea e al ragazzo, li guardano con un misto di ammirazione e voracità, poi lui si piega verso la mi aamica, le sussurra qualcosa nelle orecchie e le accarezza la nuca come se stesse accendendo un interruttore segreto.
Gli occhi di Beatrice mi bucano, non sono solo i suoi occhi, ma il modo in cui si ferma in mezzo al frastuono, la bocca ancora socchiusa, le guance striate di un rossore che non ha più a che fare con la vergogna, semmai con la stanchezza. È come se improvvisamente le forze l’avessero abbandonata, e nella folla febbrile di corpi che si annodano e si rincorrono, lei fosse l’unico punto fermo, oppure lo spettro di un naufrago arrivato troppo tardi sulla sabbia.

Mi accorgo di lei perché tutto intorno si muove troppo veloce, e invece Bea è immobile, seduta in mezzo al letto disfatto come una regina spodestata dal suo stesso trono. In fondo, Maurizio scopa già da diversi minuti con una donna che ride di ogni sua spinta, quasi lo prendesse in giro invece di godere davvero. Beatrice li guarda per un attimo, forse con l’intenzione di prendere esempio, forse solo per assicurarsi che anche altrove l’universo continui a ruotare, poi gira lo sguardo verso di me e fa un mezzo sorriso, quello delle occasioni in cui serve tirare il fiato o chiedere permesso senza parlare.

La raggiungo strisciando tra le lenzuola umide, schivando arti anonimi e brandelli di indumenti che ormai sembrano appartenere a un tempo remoto. Le prendo una mano, per istinto, e lei la stringe forte, tanto che per un attimo ho paura di farle male. Ma Bea non si lamenta, anzi, mi tira verso di sé, come se fosse finita la recita e adesso toccasse a noi uscire di scena, o semplicemente scomparire.

«Vieni,» mi dice a bassa voce, solo per me, «mi aiuti a trovare i vestiti?» Non c’è nemmeno la voglia di fingere altro, di tornare in partita, di restare a guardare come fanno gli altri. Beatrice si rialza a fatica, piega le ginocchia come se dovesse rimetterle in asse dopo una pessima caduta, poi si abbassa sul lato del letto e scandaglia il pavimento alla ricerca di una maglietta, delle mutande, di qualunque cosa possa ridarle una parvenza umana. Io la seguo, mi chino accanto a lei, e per un attimo ci ritroviamo a quattro zampe come due cani randagi, intenti a ricomporre le tracce di una dignità che non appartiene più a nessuno.

Intorno, la festa continua a deflagrare, ma in quei pochi metri quadrati c’è solo il silenzio di due complici senza più la complicità. Bea trova la minigonna, se l’ infila senza nemmeno guardare il verso, poi afferra il reggiseno e ci ride sopra, come se fosse l’accessorio più inutile del mondo. Ogni tanto si ferma, mi guarda, e negli occhi c’è la gratitudine di chi ha bisogno di un complice per sopravvivere ai resti di una battaglia.

Non serve parlare, basta la stretta della sua mano, il modo in cui mi si avvicina per non perdere l’equilibrio. Quando finalmente è di nuovo vestita, o quasi, mi prende il polso e mi trascina fuori dalla zona calda del letto, verso una nicchia d’ombra dove la luce è meno spietata e il rumore più sopportabile. Il nostro passaggio scuote appena gli altri, ma qualcuno si accorge della nostra fuga: una donna con i capelli neri sciolti fino alla schiena ci fa un cenno di saluto come a dire “bravi, ve ne siete accorti in tempo”, mentre un uomo col petto depilato mi lancia una smorfia tra l’invidia e il disprezzo.
In corridoio, il primo respiro è come una boccata di ossigeno dopo minuti di apnea. Bea si appoggia al muro, si passa una mano sui capelli e chiude gli occhi, ma non sembra ancora pronta a parlare. Faccio per abbracciarla, ma lei mi blocca con un gesto della testa: «Non serve,» sussurra, «dammi solo un secondo.»

Restiamo immobili, schiena al muro, gli occhi fissi su una porta chiusa che separa il casino dalla zona notte.
Poi afferra la mia mano e mi attira verso di sé, mi sussurra all’orecchio, con la voce spezzata e bellissima: «Usciamo, sono distrutta e poi voglio tornare da Roberto che mi avrà dato per dispersa».

Scendiamo le scale insieme, io un passo dietro Beatrice, ancora stordito dalla scena di poco prima, con la sensazione addosso di aver superato una soglia invisibile, sfondato una membrana di resistenza che mi lascia la pelle più sottile, come se ogni tocco potesse graffiarmi. L’aria del piano terra è subito diversa, più densa di suoni e di corpi, la musica da discoteca morde il soffitto e rimbalza contro le pareti imbottite dai decibel, mentre la pista è già piena di gente che balla con una determinazione quasi rabbiosa, come se danzare fosse l’unico modo per sopravvivere al peso di ciò che accade di sopra. Beatrice mi precede sicura tra le ombre pulsanti, la minigonna che si arrampica sulle cosce a ogni passo, i capelli arruffati che ancora sanno di sudore e saliva. Io la seguo e sento che, tra queste luci intermittenti, nessuno potrebbe riconoscere la regina spodestata di poco prima: qui Bea è di nuovo una tra tante, un corpo in cerca di senso, e io il suo complice silenzioso.

Ci facciamo largo tra corpi incollati, odore di gin e di agrumi, e ci avviciniamo al bancone. Il barista, un tipo alto e scavato che porta la camicia nera come una seconda pelle, si accorge di noi e ci regala un sorriso disilluso, abituato a ogni tipo di richiesta. «Cosa vi do?» chiede, e Beatrice non esita: «Gin Tonic.» La guardo mentre parla, e vedo che non c’è più traccia di stanchezza, solo una specie di urgenza rinnovata, come se la distanza dal letto e la vicinanza alla musica l’avessero caricata di elettricità nuova. Il barista prepara i cocktail, movimenti rapidi, eleganti, poi ci poggia davanti i bicchieri pieni di ghiaccio e di promesse. Beatrice beve subito, un sorso profondo che la fa sussultare, poi si gira a cercare qualcosa - o qualcuno - nella folla.

Non serve molto a individuarlo: Roberto spicca anche nella penombra, la testa con i folti capelli raccolti nel codino impertinente, la camicia di lino bianca che lo fa sembrare in trasferta da un’altra città o da un’altra epoca. Scambia un’occhiata con Bea, poi con la coda dell’occhio si accorge di me e ci raggiunge con passo spedito, divorando la distanza in pochi secondi.

«Ma dove eravate finiti?» sorride, la voce incrinata dalla voglia di sapere.

Beatrice ride, lo prende a braccetto e gli sussurra nell’orecchio, ma parla abbastanza forte perché io possa sentire: «Nulla di che, abbiamo fatto un giro al piano di sopra.» La frase è sottile come filo spinato. Capisco che non vuole far trapelare nulla, che le cose di sopra restano di sopra, e io mi adeguo, annuendo senza aggiungere altro.

Roberto però ha la foga di chi non accetta mezze verità, e si piega in avanti, guardando Bea dritta negli occhi: «Però che caldo qui, eh? E poi anche a me, a vederle tutte, mi è salita una voglia… Dai, andiamo a scopare, se no esplodo.» Sul momento mi sembra una battuta, ma non lo è affatto: Roberto prende Bea per mano, con una naturalezza che mi sorprende, e la trascina via dal bar, giù per un corridoio illuminato di rosso. Lei si lascia andare con una docilità che non so se sia rassegnazione o entusiasmo, ma mi lancia un ultimo sguardo prima di sparire, come a chiedere il permesso - oppure a farmi capire che, stavolta, è lei a scegliere. Io rimango fermo, il bicchiere freddo nella mano, e sento che sotto la musica c’è un vuoto che pulsa più forte di tutto il resto.

Non mi resta che girare il locale, in cerca di un appiglio o almeno di un diversivo. La pista è piena di corpi sudati, donne in minigonna e uomini in camicia, ma la fauna qui è diversa rispetto al piano di sopra: meno scena, più desiderio di dimenticare. Vedo una coppia che si bacia con furia animale sopra uno sgabello, le mani di lui che già si infilano sotto la maglietta di lei, sento le loro risate nei pochi spazi lasciati liberi dal beat. Provo a perdermi tra i tavoli, ma ovunque ci sono occhi che scrutano, che aspettano, che giudicano. Decido di allontanarmi dalla musica, seguo un corridoio secondario dove la luce si fa più tenue, e vengo attirato dai versi che escono dalla sala cinema.

All’inizio penso sia solo un film, uno di quelli girati male che si proiettano nei club per dare un’aria più trasgressiva all’ambiente. Ma appena apro la porta, capisco che la realtà ha superato di gran lunga la finzione: su un letto basso, sulla sinistra sotto lo schermo, Monica è a quattro zampe, il viso contratto in una smorfia che potrebbe essere dolore o godimento - o tutte e due. Dietro di lei, il marito la tiene per i fianchi con una presa che non ammette repliche, e la penetra con una forza ritmica, quasi rituale. Ma la scena non finisce qui: davanti a Monica quattro uomini, nudi dalla vita in giù, si alternano senza pudore a infilarle il cazzo in bocca, uno dopo l’altro in una processione oscena. Monica si abbandona al gesto senza resistenza, le mani salde sul materasso, le cosce che tremano sotto le spinte del marito, la bocca che accoglie e poi lascia andare, sempre pronta ad accogliere il successivo.

Mi fermo sulla soglia, lo stomaco che si ribalta e una fitta di desiderio che mi attraversa il basso ventre. Nessuno sembra accorgersi di me: la stanza è troppo piena di intenti, troppo carica di significati per lasciar spazio all’imbarazzo. Decido di restare, di osservare - e in pochi minuti le mie mani scivolano sotto la cintura, come se fossero comandate da una mente estranea. Forse è questo che succede nei posti come questo, penso: ti dimentichi di chi sei, di chi dovresti essere, e lasci che il corpo decida per te.

Mentre i quattro si alternano, noto che uno di loro, un ragazzo biondo con la mascella squadrata, tiene Monica per i capelli e la guida come si farebbe con una bestia addestrata. Lei geme, tossisce, poi riprende fiato e ride, di quella risata che esplode solo quando la vergogna è già stata abbandonata da un pezzo. Il giro continua, e ogni tanto qualcuno cambia posizione, qualcun altro si avvicina a guardare meglio. In fondo al letto, una donna con le tette rifatte fissa la scena sgranando gli occhi, la mano che si muove lenta tra le gambe, mentre un uomo al suo fianco la masturba con dita esperte senza mai distogliere lo sguardo dall’orgia centrale.
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