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Lui & Lei

Nicole&Francesca -7- Sola nel letto


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
15.12.2025    |    1.925    |    2 7.0
"Sogno la villa, ma non è un sogno sporco: le lenzuola sono nuovi cieli di cotone e la mia pelle è lucida ma anche pulita, un corpo che ogni giorno si sveglia già desideroso, anche di se stesso..."
*** FRANCESCA ***

Quando la villa si spegne, le luci soffuse sembrano strofinare via ogni accento di imbarazzo dalla pelle e dalla memoria. Ci rivestiamo piano, Nicole che si strofina il seno con un asciugamano di lino finché la pelle non si arrossa di nuovo.

Mi aiuta ad allacciare il reggiseno, uno di quei gesti da ragazza vera che nessuno mi ha mai fatto prima: le dita che si intrecciano dietro la schiena, con movimenti teneri ma sicuri. Restiamo ancora nude, appese qualche secondo al bordo della vasca da bagno idromassaggio della camera degli ospiti, e ci fissiamo nello specchio.

Il vetro trattiene le immagini, infinite. Siamo due, ma nel riflesso diventiamo cento. Cento varianti di noi, di me, tutte con quella stessa piega ironica in bocca, ciglia ancora sfrangiate da mascara e piacere, i seni rotondissimi segnati da tracce lievi di morsi e di sborra. La mia versione allo specchio ha l’aria sufficiente da diplomatica ma la stessa sete ragazzina di pochi minuti prima, e quella di Nicole sembra esplodere, nel riflesso, di un’energia spremuta solo a metà.

Poi la notte si apre come un sipario opaco. Il vialetto di ghiaia, il rumore metallico del cancello che si richiude alle nostre spalle. Siamo di nuovo sotto la luna, due ragazze con borse di tela un po’ stropicciate e gambe che tremano, caricate come molle.

Saliamo sulle nostre rispettive auto. Uno sguardo, un saluto tra i nostri occhi. Accendo l’auto. Lei mi guarda, fa la linguaccia, parte a tutta e lascia dietro la villa e la polvere e le lenzuola bianche che domani sapranno di nuovo di bucato fresco, ma oggi sono impastate di noi. E’ il mio turno di partire, ma prima alzo il volume della radio e la mia voce si unisce a quella di Dua Lipa e insieme urliamo "Levitating".

La strada di ritorno è il contrario di un risveglio: è una lenta discesa, morbida, in un mondo dove le case sembrano fatte di carta e la notte è solo un trucco, uno sfondo di teatro che si può strappare con una mano. Il volante è ancora un po’ umido, o forse sono solo le mie mani, ma il freddo tagliente di marzo entra dalla fessura del finestrino e mi schiaffeggia la pelle delle braccia, lasciando la scia della notte addosso. Ho la sensazione che il mio corpo, in questa specie di post-orgasmo sospeso, sia esile e trasparente, un fantasma con i seni scolpiti e le cosce aperte. Ma sono anche più pesante della mia stessa carne, piena di un’inerzia che non sospettavo.

Il messaggio di Nicole mi arriva quando sono ancora a dieci minuti da casa, una strisciata di emoticon maliziose, la promessa di un cinema insieme domani sera (“stavolta solo popcorn e zero maschi, giuri giurato”). Poi, pochi secondi dopo, un audio di voce roca: niente parole, solo un lunghissimo sussurro e una risatina finale, come se sapesse che la mia fica sta di nuovo svegliandosi sotto la stoffa delle mutandine, nonostante tutto. «E se la prossima volta ci facessimo una bella doppietta con Tyron e un altro suo amichetto di colore? Se ti va mando un messaggino a Marco per il bis. LOL.»

Sorrido, lascio che la fantasia espanda lo spazio davanti a me, e dentro ci vedo seducenti doppi se non tripli bis. Ma la parte migliore di tutto, quello che nessuno filma mai neanche col grandangolo, è il dopo sesso: il silenzio che resta dopo l’urlo. Dentro di me c’è un’eco, ma è dolce, riverbera senza far male, mi riempie anche dove stamattina credevo di essere vuota.

Arrivo a casa, parcheggio la macchina sotto il lampione che mi illumina come su un palco. Prima di varcare il portone mi sistemo al volo, mi compongo i capelli, tiro giù il vestitino che mi si è arricciato sui fianchi e cerco di non sbattere contro la porta, perché - cazzo- sono di nuovo stanchissima ma anche brilla e felice come non mai.

La casa è buia, silenziosa. Mamma dorme già, nessuna domanda stasera, niente divano acceso e telegiornale, niente scusa sulla cena o sulla “serata studio allungata”. Salgo in camera senza accendere la luce, butto la borsa sulla sedia e mi spoglio a memoria, con la testa che gira e la pelle ancora piena di quel sudore dolcissimo che non si leva, neanche sotto due docce.

Mi chiudo in bagno, controllo il viso nello specchio. Sembro più grande. E anche meno. I capelli spinti all’indietro, le ciglia che reggono ancora tracce di mascara, gli occhi pieni di un sonno che arriva piano ma è “quello buono”, quello senza incubi. Mi lavo i denti, mi siedo sul bordo vasca e sento la pancia vibrare nei ricordi accelerati — la stanza, la luce, quella specie di urlo che mi è risalito dalla gola mentre Tyron mi spaccava; la mano di Nicole che mi stringe e mi tiene a galla come una ciambella rossa in piscina.

Ho sempre pensato che il sesso fosse una botta e via, un modo per riempire lo spazio che la gente non sa mai con che cosa riempire davvero. Invece adesso so che è un vuoto, sì, ma tipo il buco nero della scienza: divora, risucchia, ma poi cancella ogni cosa intorno e ti lascia una fame nuova, e la fame è la parte migliore.

Domani andrò davvero al cinema con Nicole, ma so che ci toccheremo anche tra i pop-corn, rideremo di nuovo, e magari a metà film dovrò correre in bagno perché la fica mi sarà esplosa di voglia oppure avrò nostalgia della risata di Marco, o di come Alessandro mi ha preso il culo a due mani e mi ha fatta sentire una regina anche senza corona.

Ho paura, sì. Ma la paura è dolce quando scopri che nessuno ti guarda davvero male se la scegli tu, se è tua, messa in mostra e lucidata con orgoglio. Ho paura di innamorarmi di questa versione di me che non piange quando viene sfondata, ma ride e poi manda messaggi pieni di bollini rossi; paura che un giorno magari niente di tutto questo basterà più, e allora dovrò andare ancora oltre.

Sorrido. Mi stendo sul letto senza pigiama, guardo i poster sbiaditi sulla parete, ascolto il cuore che batte piano. Sogno la villa, ma non è un sogno sporco: le lenzuola sono nuovi cieli di cotone e la mia pelle è lucida ma anche pulita, un corpo che ogni giorno si sveglia già desideroso, anche di se stesso.

Sento la figa umida, Il calore tra le gambe si riaccende al ricordo, ma stavolta non sono i movimenti brutali di un cazzo extralarge a strapparmi il respiro: è la carezza del lenzuolo fresco, il modo in cui le cosce si sfiorano da sole mentre allungo i piedi nudi, la memoria puntuta delle dita di Nicole che mi stringono la mano nel buio. Non so se farmi ancora, se restare con la gola secca e la fica che tira, oppure dormire così, finalmente svuotata.

Resto in bilico, sospesa contrappeso tra la vergogna di stamattina e la leggerezza ora. Ho fame, una fame che non è solo quella della carne o delle sborre ricevute in regalo: è la fame di essere tanti, di avere più corpi, di provare ogni cosa ancora due, tre, mille volte senza stancarmi.

Chiudo gli occhi. Vedo il set della villa come un film che si riavvolge – il letto disfatto, la pelle nera di Tyron che mi scivola sotto le dita, la faccia di Alessandro quando viene e mi schizza la pancia come se fossi un muro da imbrattare. Ma soprattutto rivedo la risata di Nicole, il tempo morto in cui ci rigiriamo sul letto, i polpastrelli che ci rifiniscono a vicenda come bambole di porcellana, e l’imbarazzo liquido che non c’è più perché ci conosciamo già anche dopo.

Mi mancherà il cazzo di Tyron, sì, e anche la curiosità bastarda che mi vibra nelle dita ogni volta che mi infilo una mano sotto le coperte, ma la verità è che qui, ora, sono io intera. Forse domani me ne pentirò, forse domani tornerò di nuovo la biondina posata che studia statistica e fa la brava figlia di papà, ma stanotte?

Stanotte mi amo. Da sola e con tutte le altre me stese sopra di me, a spingere in dentro il buio finché non lo rendo morbido.

Domani è già lì, dietro la palpebra, pronto a esplodere di nuovo. E ancora, e ancora. Forse con Nicole, forse con una banda di sconosciuti, forse con tutti i sogni e i corpi che mi farò da qui a chissà quando, in giornate che avranno odore di uomini dal cazzo enorme, di donne lisce e furbe come gatte, di fazzoletti sprecati, di scene impresse ma mai archiviate.

Nessuno mi aveva mai detto che il desiderio è infinito e che, a volte, si può saziare solo aumentando la fame. Adesso lo so.

Chiudo gli occhi e sorrido.

Domani sarà un’altra botta, e poi un’altra ancora.

E non avrò mai paura di raccontarla.



*** NOTE ***

Il racconto che avete appena finito di leggere è nato da una richiesta di un utente di A69: mi ha passato una traccia bollente e mi ha chiesto di trasformarla in una storia vera, lunga, senza filtri.

Il 99% è pura invenzione mia, anche se, come sempre, qualche eco del mio vissuto personale scivola tra le righe (chi ha letto gli altri miei racconti lo riconoscerà subito).

Lo stile è quello che ormai conoscete: dettagliato fino all’ossessione, riflessivo quando serve, spudoratamente pornografico quando deve bruciare. Ho lasciato che a parlare fossero loro, Nicole e Francesca, con le loro voci diverse, i loro desideri che si intrecciano, le loro paure che si sciolgono nel piacere. E, come accade ogni volta, quello che doveva essere un capitolo è diventato un piccolo romanzo intero.

Non è una cronaca delle mie notti reali (ahimè), ma è comunque un pezzo di me: la mia ossessione per i corpi, per le parole crude che diventano carezze, per la libertà sessuale senza vergogna né rimpianti.

Adesso tocca a voi.

Voglio commenti lunghi, sinceri, carichi di desiderio. Ditemi cosa vi ha fatto tremare, cosa vi ha fatto bagnare o indurire, cosa vorreste leggere nel prossimo capitolo o nel prossimo romanzo. Proposte audaci, scene che sognate, dettagli che vi manca vedere. Io leggo tutto, rispondo a tutto, e spesso prendo spunto.

Aspetto le vostre parole… possibilmente altrettanto sporche e sincere delle mie.

Se poi siete delle fanciulle disinibite e avventurose, scrivetemi e ci conosceremo, magari creando qualche avventura pazzerella in qualche club di Bologna o altrove.

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