bdsm
Sottomessa al Piacere - I Marchi indelebili#1
giorgal73
22.12.2025 |
15.448 |
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"Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così..."
*** MICHELA ***Usciamo dal bar abbracciate, il mio corpo ancora in preda agli spasmi che mi attraversano come onde elettriche, dalla nuca fino alle dita dei piedi. La gemma blu incastonata nel plug anale lampeggia tra le mie chiappe sudate come un faro osceno, pulsando al ritmo delle vibrazioni che mi scavano dentro senza pietà. Daniela mi stringe la vita con un braccio possessivo, le sue unghie laccate di rosso scuro che affondano appena nella carne morbida attraverso la stoffa risicata del mio vestitino quasi inesistente.
«Brava la mia troia,» sussurra al mio orecchio, la voce bassa e calda come velluto bagnato, il suo respiro che mi solletica la pelle sensibile del collo. «Ora andiamo a farti marchiare per sempre, così tutti sapranno a chi appartieni.»
Il taxi ci inghiotte nel caos milanese, l’abitacolo un forno di calore umano intrappolato tra pelle sintetica e deodorante al pino. Ogni sobbalzo è un affondo brutale: il mostro d’acciaio rotola dentro di me, preme, spacca, mi brucia come lama rovente. Gemo, un suono rauco che mi sfugge dalle labbra tumefatte, serro le cosce tremanti… ma Daniela le spalanca con una mano ferma.
Non mi è bastato alzarmi il vestito fino a lasciare il culo nudo contro il sedile freddo. Daniela ha voluto di più.
«Gambe aperte, puttana,» sussurra, la voce vellutata e tagliente come una carezza di lama. «Voglio che l’autista veda quanto sei fradicia, come luccichi tra le cosce.»
Arrossisco violentemente, il sangue che mi incendia il viso, ma obbedisco. Spalanco le cosce, esponendomi completamente al suo sguardo nello specchietto. Il profumo di sandalo e ambra di Daniela mi invade, mi soffoca deliziosamente, mi avvolge come una seconda pelle invisibile. E sento la mia umidità colare calda, lenta, viscosa, sul sedile sotto di me.
*** DANIELA ***
La guardo mentre trema sul sedile, le cosce aperte come un libro proibito, la pelle d’oca che le increspa l’epidermide lattea. Avrei voluto che il barista o qualche altro uomo al bar avesse donato la sua sborra densa e calda al culo sempre affamato della mia schiava, riempiendola fino a farla traboccare. Tuttavia, mi accontento del suo nettare femminile, nato dal grande orgasmo che l’ha squassata come una tempesta, che ora le imbratta e le cola lungo l’interno delle gambe pallide e tremanti, formando rivoli traslucidi e viscosi che catturano e riflettono la luce intermittente e giallastra dei lampioni come fili di ambra liquida.
È perfetta così: eccitata, lucida di umori salati che brillano come rugiada sulla sua pelle, con gli occhi velati di adorazione febbrile, le pupille dilatate come pozzi senza fondo in cui potrei annegare volontariamente.
Apro la borsa con un gesto lento, prendo la piccola scatola di velluto nero. Dentro ci sono gli anelli speciali che ho fatto fare apposta: acciaio chirurgico lucido, pesanti, con una chiusura a scatto invisibile che si apre e si chiude solo con l’attrezzo magnetico che tengo sempre con me. Nessuno potrà toglierli senza il mio permesso.
«Tieni ferme le tette,» sussurro, la voce bassa e vellutata.
Inizio dai capezzoli. Sono già pronti, i buchi aperti e con i dilatatori di protezione – tubicini d’acciaio che tengono la carne spalancata senza farla chiudere. Michela trema, un gemito rauco le sfugge dalle labbra.
Prendo il primo anello – spesso, largo quattro centimetri – e lo avvicino al capezzolo sinistro. Lo faccio scorrere dentro il buco dilatato, lento. Click. La chiusura si serra con l’attrezzo magnetico. Michela sussulta, un singhiozzo di dolore-piacere.
Ripeto sul destro. Due anelli identici, simmetrici, che dondolano pesanti ad ogni respiro, catturando la luce del cruscotto.
Scendo più in basso. Le grandi labbra sono già dilatate dai cerchi da 26 mm. Prendo gli anelli più grandi e li faccio scorrere uno per uno nei buchi. Click, click, altre due chiusure che tirano le grandi labbra verso il basso, le spalancano permanentemente, le fanno pendere come tende oscene.
Michela ansima forte, le cosce che tremano. Gli anelli dondolano ad ogni sobbalzo del taxi, tintinnano piano, tirano la carne sensibile, stimolano il clitoride attraverso la barretta.
Ne approfitto per accarezzarle il clitoride gonfio e pulsante, un tocco leggero come piuma che la fa sussultare violentemente, arcuando la schiena contro il sedile come un arco teso al limite. La sua pelle si increspa sotto le mie dita, calda e vellutata come seta bagnata.
«Sei pronta a portare il mio nome sulla pelle per sempre, schiava mia? A sentire l’ago penetrarti ripetutamente, marchiandoti come bestiame prezioso?»
Lei annuisce freneticamente, i capelli sudati che le si appiccicano alle tempie, la voce rotta da singhiozzi di desiderio che escono dalle sue labbra gonfie e arrossate: «Sì, Padrona… tutto per te, fino all’ultimo respiro.»
Punto gli occhi sullo specchietto retrovisore. Il tassista – barba incolta, camicia slacciata sul petto sudato – sta scopando Michela con lo sguardo, la lingua che bagna le labbra mentre fissa le sue cosce spalancate, il pizzo trasparente che non nasconde nulla, la gemma blu che lampeggia oscena tra le chiappe ad ogni sobbalzo.
Un sorriso lento mi increspa le labbra, predatorio e compiaciuto. Sono una Padrona che ama condividere i suoi tesori più preziosi. Con un movimento fluido e calcolato, afferro il tessuto sottile del suo vestito e lo strattono verso il basso con uno strappo secco che risuona nell’abitacolo. Il seno destro si libera dalla costrizione, rimbalzando leggermente: una morbida sfera di carne pallida venata di sottili linee azzurrine, coronata da un capezzolo turgido color fragola matura. Il piercing in acciaio chirurgico lo attraversa orizzontalmente, l’anello lucido che cattura la luce intermittente dei lampioni esterni, il foro dilatato a 4 mm che attende pazientemente i pesetti d’argento che presto lo tortureranno.
Avvolgo il capezzolo tra indice e pollice, sentendo la sua consistenza elastica, e lo torco con deliberata crudeltà: la carne si allunga come caramello fuso, la pelle si tende fino a diventare traslucida, l’areola si deforma in un ovale innaturale. Michela geme, un suono gutturale che sale dalle profondità del suo essere, roco e animale come quello di una bestia ferita.
Il tassista sgrana gli occhi, la bocca aperta, il respiro pesante. «Cazzo…» biascica.
Mi sporgo in avanti, il mio respiro caldo si condensa sul suo collo sudato, la voce bassa e vellutata che scivola nell’abitacolo come fumo denso: «Ehi, porco. Ti piace la mia schiava? Guarda come trema, come la sua pelle si increspa sotto le mie dita. Ti piacerebbe sfondarle la figa bagnata o quel buco dilatato che pulsa tra le sue chiappe? Qui, ora, mentre ti guardo?»
Deglutisce rumorosamente, il pomo d’Adamo sale e scende nella gola ispida, gli occhi iniettati di sangue incollati al mio gioco sul capezzolo turgido e violaceo.
«Signora… sì, cazzo…» biascica, la voce rotta dall’eccitazione, una goccia di sudore che gli scivola lungo la tempia grigia.
«Abbiamo fretta,» lo interrompo, torcendo ancora il capezzolo tra pollice e indice finché Michela non sussulta, un gemito animalesco che le sfugge dalle labbra gonfie.
«Però sono buona. Accosta in quel vicolo laggiù, quello stretto e buio vicino allo studio, fino al piccolo piazzale sul fondo. La corsa la pagherà lei… ingoiando fino all’ultima goccia il tuo cazzo e la tua sborra densa.»
Lui annuisce subito, gli occhietti lampeggiano nello specchietto retrovisore. Sterza bruscamente, le ruote stridono sull’asfalto umido, e infila il taxi nel vicolo stretto fino al piccolo piazzale sul fondo. Il buio ci avvolge come una coperta di velluto nero, rotto solo dai bagliori intermittenti dell’insegna al neon di Giorgio che tinge di rosso sangue i nostri volti. Il motore si spegne con un singhiozzo metallico. Il silenzio improvviso è rotto solo dai nostri respiri pesanti e dal ronzio elettronico del plug che pulsa tra le natiche di Michela.
«Michela, vai davanti,» ordino secca, la mia voce che taglia l’aria come una lama di ghiaccio.
*** MICHELA ***
Il cuore mi martella nelle tempie come un fabbro impazzito. Apro la portiera posteriore con dita tremanti, barcollo sui tacchi a spillo da dodici centimetri fino al sedile anteriore, il plug metallico che mi spacca le viscere ad ogni passo incerto. Salgo con un gemito soffocato, le cosce spalancate come ali di farfalla, il pizzo nero del vestito arrotolato in vita come una cintura inutile, la fica depilata che pulsa e lacrima umori trasparenti sul vinile logoro del sedile.
Il tassista ha già slacciato la cintura con dita febbrili, abbassato la zip con uno stridio metallico che risuona nell’abitacolo surriscaldato. Il cazzo balza fuori dall’apertura dei jeans come una bestia liberata: teso fino allo spasimo, venoso come una mappa in rilievo, la cappella gonfia e lucida di liquido pre-seminale, un odore acre e maschio che riempie l’abitacolo mescolandosi al profumo costoso di Daniela e al mio sudore eccitato.
Daniela, dal sedile dietro, si sporge tra i sedili come un serpente predatore, i capelli biondi che le sfiorano le spalle nude: «Tira fuori tutto, comprese le palle, porco. E tu, troia, succhialo fino in gola come ti ho insegnato. Pagherai la corsa con la tua bocca esperta. Ingoia ogni goccia come fosse nettare divino.»
Mi chino lentamente, sentendo i muscoli del collo tendersi sotto la pelle accaldata. La bocca si apre docile come un fiore notturno, le labbra gonfie e umide che tremano leggermente. La mia lingua – decorata con la gemma blu cobalto che luccica sulla superficie superiore e la sfera d’acciaio chirurgico che pende pesante da sotto – sfiora la cappella violacea e turgida. Il sapore salato e leggermente amaro mi invade le papille gustative. Lo avvolgo completamente, sentendolo scivolare contro il palato fino a toccare l’ugola. La gola si contrae involontariamente, i conati mi scuotono come scosse elettriche che partono dal centro e si irradiano fino alla punta delle dita. La saliva densa e calda cola copiosa oltre il bordo delle labbra, formando filamenti traslucidi che scendono sul mento arrossato e gocciolano pesantemente sulle sue palle rugose e contratte.
Il tassista geme forte, un suono gutturale che riempie l’abitacolo surriscaldato. Le sue dita callose afferrano i miei capelli alla radice, stringendo fino a farmi lacrimare. «Porca puttana…» ansima con voce roca, «quel piercing sulla lingua… mi raschia la cappella come carta vetrata bollente… cazzo, è una sega metallica che mi fa impazzire… continua così, troia… più a fondo…»
L’odore aspro delle sue palle invade le mie narici – un misto di sudore stantio, sapone economico e quella nota animale tipicamente maschile. Mi fa arricciare involontariamente il naso, ma decido di trasformare il fastidio in servizio. Abbasso ulteriormente la testa, la lingua che si allunga oltre il cazzo per raggiungere la pelle rugosa e tesa del suo scroto. Lo lecco con movimenti lenti e circolari, la saliva che si mescola al suo sapore salato, ricoprendo ogni piega con un film umido che neutralizza l’afrore e lo sostituisce con l’odore più accettabile della mia stessa bocca.
Daniela ride piano, un suono vellutato che riverbera nell’abitacolo come miele d’acacia versato su ghiaccio nero: la sua risata scivola lungo le pareti del taxi, avvolgendo ogni superficie come una carezza proibita. «Puoi giocare con lei, porco,» sussurra, le labbra scarlatte che si muovono appena, gli occhi che brillano come ossidiana bagnata.
«Tira quei capezzoli gonfi fino a farli diventare viola, fai tintinnare gli anelli d’acciaio contro i tuoi denti gialli. E se vuoi toccare il plug che le dilata il culo, non ti trattenere – affonda le dita e giralo dentro di lei: sentila gemere attorno al tuo cazzo sporco mentre le sconvolgi le viscere fino a farle tremare come una foglia in tempesta.»
Lui non se lo fa ripetere. Una mano sudata, callosa come carta vetrata usata, afferra il mio seno sinistro che trabocca tra le sue dita tozze. Tira l’anello del capezzolo con forza brutale: la carne rosea si allunga come gomma calda, brucia come fosse marchiata a fuoco, il dolore acuto mi fa mugolare in gola producendo vibrazioni attorno al suo membro pulsante.
«Cazzo, questi anelli… pesano come piombo fuso… sei una vacca pronta per il macello…» Con l’altra mano, le unghie orlate di nero, raggiunge dietro, afferra la base del plug, lo spinge dentro e fuori piano, facendolo rotolare contro le pareti tese. Ogni millimetrico movimento è un terremoto devastante nel mio culo dilatato, mi fa contrarre la gola in spasmi involontari, stringere il suo cazzo venoso in una morsa umida e calda.
«Ahhh… sì…» ansima lui, la voce rotta che si incrina sulle vocali come ghiaccio sottile, «cazzo, il plug è enorme e a quanto vedo ti piace da morire… troia. I tuoi gemiti vibrano intorno al cazzo come onde di calore… la tua gola è un velluto bagnato che pulsa…»
Spinge i fianchi con ferocia animale, sbattendo contro il mio viso arrossato, la pelle ruvida del pube graffia il mio naso ad ogni affondo. Mi scopa la bocca senza ritegno, il taxi oscilla ritmicamente sui vecchi ammortizzatori che cigolano come un letto di motel economico. Il piercing raschia la sua asta venosa ad ogni su e giù, le palline metalliche premono sulle vene gonfie e pulsanti come tubi idraulici sotto pressione.
Daniela ordina con voce bassa e roca: «Falle male ai capezzoli, torcili come se stessi strizzando stracci bagnati.»
Lui obbedisce immediatamente: torce entrambi i capezzoli con le dita callose, girandoli come manopole di una radio, il dolore mi trafigge come fuoco liquido che si irradia dal petto fino all’inguine, mentre con il pollice tozzo preme il telecomando nero che Daniela gli passa – vibrazione massima che ronza come uno sciame d’api impazzite. Urlo attorno al cazzo che mi riempie la gola, le mie corde vocali vibrano contro la sua carne turgida, il mio corpo trema come un animale ferito.
«Cazzo… sto venendo… quella lingua e quel piercing mi uccidono… ahhh!» grida con voce strozzata, le vene del collo tese come corde di violino pronte a spezzarsi.
Un grugnito animalesco profondo come quello di un cinghiale ferito, e il getto denso mi invade la gola: fiotti amari come assenzio, caldi come lava, abbondanti come pioggia tropicale. La consistenza è cremosa e viscosa, simile a colla tiepida che si attacca al palato. Ingoio avidamente, la lingua pulisce ogni vena pulsante, ogni goccia lattiginosa, mentre lui trema ancora tra le mie labbra arrossate e gonfie come frutti maturi.
Daniela accarezza i miei capelli bagnati di saliva traslucida e sborra biancastra che cola lungo il mento. «Brava, la mia cagnetta ubbidiente. La corsa è pagata con la tua gola profonda. Hai ingoiato tutto fino all’ultima goccia, come una vera puttana insaziabile.»
Il tassista, ansimante, si ricompone in fretta, i pantaloni che frusciano contro la pelle sudata mentre si riabbottona con dita tremanti. «Grazie… cazzo, mai avuta una bocca così… quel piercing è magia nera…»
Daniela sorride freddamente, un ghiacciaio che si increspa appena: «Il piacere è nostro. E ora scendiamo: il vero spettacolo ci aspetta da Giorgio.»
Scendo dal taxi con il sapore metallico e salato di sborra che mi ricopre la lingua come vernice densa, le labbra gonfie e pulsanti come frutti troppo maturi, i capezzoli doloranti, il plug che vibra ancora, mandando scariche elettriche fino alla base della spina dorsale. Daniela mi prende per mano, le sue dita fresche e asciutte contro il mio palmo febbricitante, mi guida verso lo studio con passi misurati sul marciapiede screpolato. Ogni passo è dolore che si irradia dal bacino come raggi di sole nero, ogni passo è devozione che pulsa nelle vene come preghiera pagana. Non ha voluto che mi ripulissi il viso e la sborra mi imbratta completamente – filamenti biancastri e appiccicosi che si seccano lentamente sulle guance arrossate, sul mento, persino sulle ciglia – sono curiosa della reazione di Giorgio quando mi vedrà così: marchiata, usata, offerta.
Parte 1 di 10
*** NOTE ***
Nuovo capitolo ispirato a Michela: la schiava perfetta, viene dilatata, marchiata, umiliata e riempita fino al delirio da Daniela, dea crudele e adorata. Delle semplici sessioni per tatuare la devozione di Michela a Daniela, diventano dei momenti perversi che spero possano eccitarvi fino a farvi svenire.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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