bdsm
Sottomessa al Piacere - La Ginecologa #1
giorgal73
12.01.2026 |
15.968 |
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"» Marta si lecca le labbra, un gesto lento e deliberato che lascia una traccia umida di rossetto scuro..."
*** MICHELA ***Oh, cazzo, il mondo è un casino di vibrazioni acute e fitte lancinanti mentre usciamo dal negozio di Giorgio, ultimamente trasformato in bordello. Il mio corpo? Un fottuto mosaico di dolore pulsante e piacere elettrico che mi fa sentire come una bambola di porcellana incrinata, ma con la fica in fiamme. Ogni singolo passo è una bomba a orologeria: il plug anale con quella gemma blu zaffiro che vibra e lampeggia come una palla stroboscopica da discoteca nel mio culo dilatato mi strappa gemiti gutturali, come una troia in calore durante un'orgia.
Il ronzio meccanico si mischia al ticchettio metallico dei miei stivali rossi scarlatti a mezza coscia sul marciapiede ruvido, e giuro, mi sento come se stessi camminando su un vibratore gigante con le spine. Ho ancora i residui appiccicosi di ogni tipo di fluido corporeo lasciatimi dalle sei troie che mi hanno scambiato per il loro orinatoio personale durante quella sessione interminabile; e come se non bastasse, ho anche il regalino denso di sborra di Giorgio e del suo assistente che mi cola giù per le cosce come lava bianca, calda e vischiosa – un bel souvenir da portare a casa, eh?
E la catenella che Giorgio ha intrecciato agli anelli delle mie grandi labbra? Quella chiude la mia fica come un lucchetto da banca, tintinnando a ogni movimento e ricordandomi che sono sigillata, pronta solo per chi dice Daniela. Il vestito di pizzo nero trasparente mi si incolla alla pelle sudata, i capezzoli forati tesi come chiodi pronti a trafiggere, la catenella all’ombelico che dondola come un campanello da schiava. Daniela cammina accanto a me, il suo profumo di sandalo mi avvolge come una catena invisibile, facendomi sentire piccola e sua. Saliamo su un taxi, il sedile di pelle fredda che mi fa rabbrividire quando alzo la gonna – culo nudo a contatto diretto, perché chi se ne frega della decenza, giusto? Il tassista non si perde un secondo dello show.
*** DANIELA ***
Guardo Michela mentre si accomoda, le gambe aperte come se stesse invitando il mondo intero. Il suo corpo è un capolavoro di sottomissione: il plug che vibra, la sborra che cola, la catenella che sigilla la sua fica – tutto urla "mia". Il tassista, un tipo sui trent’anni con capelli lunghi e barba folta, probabilmente egiziano, ci fissa dallo specchietto, gli occhi scuri che divorano Michela. La sua posizione è un'esibizione perfetta: la catenella scintilla, il plug lampeggia, la scia biancastra un trofeo che grida "usata e abusata". Michela è distrutta, gli orgasmi di oggi l'hanno svuotata, il corpo trema, ma la sua fica pulsa ancora, la barretta al clitoride che la tiene in eterna eccitazione. Alzo la gonna anch'io, il mio culo nudo sul sedile, il plug che fa capolino.
Accarezzo la sua coscia, le mie unghie la graffiano piano lasciando cinque scie rosse sulla pelle pallida, ma la mia mente è già avanti, divorata dall'ansia: il corpo della mia adorabile schiava deve essere perfetto e non vorrei che le ultime sevizie lo abbiano corrotto. Prendo il telefono, le dita che tremano impercettibilmente mentre scorro fino al nome di Marta. Al terzo squillo, la sua voce – dolce come miele avvelenato ma decisa come un bisturi – risuona nell'abitacolo: «Ciao, Daniela. È un po' che non ci sentiamo. Cosa posso fare per te?» Le racconto tutto in dettagli crudi e viscerali, ogni singolo abuso che la mia schiava ha subito, le bocche che l'hanno violata, e soprattutto i pagamenti in natura che l'ho costretta a fare.
«La mia nuova schiava ha avuto un periodo un po’ movimentato,» dico, orgogliosa ma preoccupata. Marta ride maliziosa: «Non è lesbica anche lei?»
«Certo,» rispondo. Mi esce un ghigno che non può vedere ma forse percepisce, da quella piega sadica nella mia voce. «Tuttavia, ora si fa inculare da chiunque io decida, e le piace da morire. Fin troppo.» Michela affonda le unghie nel sedile, la pelle del suo fianco vibra sotto il tocco della mia mano come se sapesse che dall'altra parte c'è una giudice e carnefice insieme. L’autista ha ascoltato tutto e non stacca gli occhi da lei.
«Piccola troia in crisi d’identità… genialata!» ride Marta, e nella mia testa la vedo mentre fuma seduta sulla poltrona in pelle del suo studio, i pantaloni di latex che le incollano il culo alla pelle e una bottiglia di rosso già a metà posata sulla scrivania.
Passo la lingua sulle labbra, il bisogno di certezza brucia la bocca dello stomaco. «Se non hai appuntamenti e sei libera vorrei passare da te per farle fare un checkup completo.»
Il silenzio che si apre prima della risposta è uno spillo dritto tra la coscia e l’inguine. «Vi aspetto, qui nel mio studio, sarà una visita completa e dettagliata, inoltre, vi farò un prezzo di favore.»
Riattacco senza dire altro. Michela si accascia ancora più giù, ha gli occhi che luccicano velati di sottomissione e terrore e tripudio. C’è un alone scuro nel taxi, uno stanzino ambulante pieno di odore di corpi bagnati e ansia e quella nota salmastra che conosco come la mia – e la sua – sottomissione accettata.
*** MICHELA ***
Il tassista ci fissa come se fossimo il suo porno privato. «Bel spettacolo,» borbotta con accento pesante, gli occhi che mi squadrano da cima a fondo. «La tua amica è un pezzo da novanta, eh?» Ridacchio irriverente, nonostante il corpo mi stia urlando di fermarmi. «Amica? Questa è la mia Padrona, e io sono la sua troietta personale. Ti piace lo show? Magari la prossima volta ti unisci, se Daniela dice sì.» Lui arrossisce, ma il suo cazzo si tende nei pantaloni – lo vedo dallo specchietto. Daniela mi fulmina con lo sguardo, ma io continuo: «Dai, Padrona, fammi giocare. Questo qui mi guarda come se volesse leccarmi la sborra dalle cosce.» Lei mi pizzica la coscia forte, facendomi gemere.
«Zitta, puttana.» La voce di Daniela taglia l'aria come una lama di ghiaccio, bassa e minacciosa. I suoi occhi si restringono in due fessure scure mentre si avvicina al mio viso, il respiro caldo che sa di cannella e dominio. «O ti infilo la lingua così a fondo in quella bocca sporca che sentirai il sapore delle mie tonsille, e poi ti chiuderò le labbra con le dita finché non ti mancherà l'aria e dovrai supplicarmi per respirare.»
Il tassista accelera, ma non perde un colpo. Quando arriviamo, gli chiedo il conto. Lui sorride lascivo, porgendomi un biglietto.
«Nulla. Lo spettacolo della tua schiava mi ripaga. Chiamatemi, giorno o notte, sono a vostra disposizione.»
Quando arriviamo, dopo aver percorso le strade desolate della periferia industriale, il mio cuore batte all'impazzata per l'esibizione forzata che Daniela mi ha imposto. Il mio vestito è così corto da sfiorare a malapena le curve del mio culo, esponendolo a ogni folata di vento gelido che solleva l'orlo e rivela gli anelli luccicanti alle mie grandi labbra, che tintinnano piano come un invito perverso. La giacca leggera che indosso non fa nulla per nascondere i miei grandi seni, che premono contro il tessuto sottile, i capezzoli tesi che si intravedono attraverso, attirando sguardi famelici.
Tutte le donne sulla strada mi fissano con occhi colmi di giudizio e invidia, mormorando tra sé parole come "puttana" o "svergognata", mentre gli uomini si fermano di colpo, le pupille dilatate dal desiderio, alcuni addirittura si voltano per seguire con lo sguardo il nostro passaggio, fischiando o commentando ad alta voce. Anche i barboncini al guinzaglio dei passanti abbaiano eccitati, attirati dalla luce pulsante del plug anale che emette bagliori così intensi da trafiggere il tessuto del mio vestito, notati da chiunque osi guardare troppo in basso. Ma non sono solo io a essere al centro dell'attenzione: Daniela, con il suo abbigliamento perverso – lo stringivita di pelle che le modella il corpo come una seconda pelle, gli stivali alti che cliccano sul marciapiede come frustate, e quel plug rubino che scintilla tra le sue natiche esposte – attira uguali sguardi di stupore e condanna, le sue barrette in acciaio ai capezzoli che catturano la luce fioca dei lampioni, facendola sembrare una dominatrice uscita da un incubo erotico.
Il portone azzurro scrostato si erge finalmente come una ferita verticale nel nulla grigio, circondato da muri scabri coperti di graffiti sbiaditi e rifiuti ammucchiati agli angoli. L'edificio stesso sembra respirare, un monolito di cemento che trasuda segreti e promesse di dolore. Daniela è pronta a suonare il campanello, le sue unghie laccate sospese a pochi millimetri dal bottone consumato. Il portone si apre con un cigolio metallico che mi fa rabbrividire fino al midollo. Davanti ai miei occhi si ergono scale di cemento grigio, scheggiate e macchiate di umidità, che si avvitano verso l'alto come quelle di un patibolo medievale. L'odore di muffa e disinfettante al pino mi riempie le narici mentre Daniela mi afferra il polso con dita che sembrano tenaglie d'acciaio, tirandomi dentro con tale forza che quasi inciampo sui miei stivali. Saliamo tre piani, ogni gradino un colpo sordo che riecheggia nel vano scale deserto, il mio respiro sempre più affannoso mentre il plug dentro di me pulsa a ogni passo.
Luci al neon tremolanti, pareti di cemento screpolate e quella sensazione di pericolo insidioso che avvolge tutto come una coperta da campo profughi. Marta ci aspetta dietro una porta blindata con spioncino, il vetro spesso di pesanti vetri fumé; quando sente il campanello, risponde solo con una parola: «Entrate.» Lo fa senza nemmeno guardarci, perché lei sa già cosa succede quando varchi la sua soglia: entri in un tempio di depravazione e disciplina che ti fotte il cervello prima ancora della carne.
Dentro, lo studio mi folgora come un impianto elettrico collegato dritto ai capezzoli, scariche che mi trafiggono la pelle e mi fanno vibrare fino alle ossa, un misto di agonia e brivido proibito. Illuminazione chirurgica, pareti verniciate bianco ossigenato, tutto odora di disinfettante e qualcosa di metallico appena fuso. La scrivania occupa il centro come un altare laico, con sopra una serie ordinata di strumenti troppo espliciti per poterli confondere con utensili medici convenzionali: bastoni in acrilico trasparente, guanti in lattice nero, una scatola di aghi sterili, e un dildo di vetro soffiato che rifrange la luce in arcobaleni psicotici.
Daniela la saluta con deferenza rara, quasi impercettibile – un lieve abbassamento delle palpebre, le spalle che si rilassano di un millimetro, la voce che perde quell'inflessione tagliente che usa con tutti gli altri. «Marta, ho bisogno del tuo sguardo clinico. Su di lei.» Le dita affusolate di Daniela si posano sulla mia nuca, premendo contro la pelle umida di sudore freddo. Mi spinge un passo avanti con fermezza calcolata, come un cane da esposizione o una cavia di laboratorio, il suo pollice che traccia piccoli cerchi ipnotici sulla mia vertebra cervicale.
Marta mi squadra con un lampo di crudeltà divertita, le pupille che si dilatano come quelle di un felino davanti alla preda. Un sorriso le increspa le labbra carnose dipinte di rosso scuro, rivelando denti perfettamente allineati e candidi. Le sue unghie laccate di nero tamburellano sul bordo della scrivania mentre inclina leggermente la testa, facendo oscillare i lunghi orecchini d'argento che catturano la luce fredda del neon.
«La faccia è meglio di come l'avevi descritta. Quegli zigomi alti che sembrano tagliare l'aria, quella bocca carnosa che implora di essere usata... le pupille dilatate come quelle di un felino in calore.» Marta si lecca le labbra, un gesto lento e deliberato che lascia una traccia umida di rossetto scuro. «Ma il vero spettacolo, immagino, è sotto la superficie. Quella tensione che le fa tremare impercettibilmente i muscoli del collo, quel respiro trattenuto che le solleva appena il petto. Si è comportata bene, la tua piccola cagna in calore?»
«Ha ingoiato più di quello che credevo possibile in un pomeriggio. Sperma, umiliazioni, dolore. Ma la voglio integra. Perfetta,» risponde Daniela, la voce bassa e ruvida come velluto trascinato su ghiaia. Il suo tono mi fa tremare il fegato, un'onda sismica che parte dalla gola e scende fino all'utero. So esattamente cosa significa "perfetta" in questo tempio di perversione: una tela vergine pronta a essere marchiata, una bambola di porcellana da frantumare metodicamente per poi incollare i frammenti con oro liquido, trasformando ogni crepa in una vena luminosa di bellezza perversa.
Parte 1 di 8 - Continua
*** NOTE ***
Questa nuova storia di Michela torna a essere incentrata sul rapporto di dominazione a tema lesbico, esplorando dinamiche di potere intense e relazioni asimmetriche tra donne, dove il consenso si intreccia con l'abbandono totale e la sottomissione volontaria. Vi ricordo che la storia (vera) è stata vissuta negli anni Novanta del secolo scorso, un periodo profondamente diverso dall'attuale: non c'era l'ubiquità di internet e dei social media, che oggi facilitano comunità sicure e anonime per esplorare kink e orientamenti sessuali; al contrario, le esperienze BDSM e lesbiche dovevano navigare in un contesto sociale più conservatore, spesso ostile, con pregiudizi diffusi e una visibilità limitata per la comunità LGBTQ+. Le leggi dell'epoca erano meno protettive in termini di diritti individuali e privacy – ad esempio, non esistevano normative avanzate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale o regolamenti specifici per locali alternativi – rendendo ogni incontro un rischio calcolato, con potenziali conseguenze legali per atti considerati "osceni" o "immorali". L'esibizionismo emerge come elemento integrante, non solo come atto di provocazione erotica ma come sfida audace alla norma sociale, amplificato dalla dominazione che impone umiliazione pubblica e esposizione vulnerabile. Gli ambienti ritratti, come club sotterranei o periferie industriali, erano meno protetti e regolamentati rispetto ai moderni spazi safe con codici di condotta e safe word standardizzati, dove la sicurezza fisica e psicologica non era sempre garantita, aggiungendo un velo di pericolo reale che intensificava l'adrenalina e il brivido dell'esperienza.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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