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trio

Caro Diario… Sono una Troia e Non Mi Pento #4


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
01.06.2026    |    501    |    1 7.6
"Voglio che si smarchi da solo, che superi la barriera della vergogna e dica esattamente quello che desidera..."
Parte 4 di 4

*** Premessa ***

Questa storia non l’ho inventata. Me l’ha sussurrata all’orecchio una mia nuova amica, conosciuta da poco su Hinge. Mi ero iscritto quasi per noia, tra like e messaggi sempre più audaci, finché Laura non ha deciso di giocare sul serio.
Tra una battuta maliziosa e l’altra mi ha raccontato tutto. Nei dettagli. Senza filtri. La statua, il parco, Elena, il bronzo freddo contro la sua figa calda, Marco che arriva proprio nel momento sbagliato… o forse giusto. Ogni gemito, ogni sfida, ogni goccia è reale. O quasi.
Allora ho accettato la sfida: trasformare la sua confessione sporca in un racconto hot, crudo, esattamente come me l’ha data lei.
Ora tocca a voi.
Se vi piace, se vi eccita, se volete sapere cosa è successo davvero dopo quella sera nel parco… lasciate un commento. Laura è una ragazza molto generosa, ma solo con chi sa apprezzare. Più commenti riceverò, più dettagli intimi e sporchi arriveranno
Siete pronti a entrare nel parco con noi?

**********************

Quando sento che sto per venire di nuovo, urlo così forte che un piccione si alza in volo dal ramo sopra di noi. Marco perde la testa, inizia a spingere più veloce, e sento che sta per venire anche lui. Gli chiedo di rallentare, ma invece accelera, e il pensiero di non poterlo controllare mi manda in delirio. Elena, con la bocca incollata su di me, ride, e poi mi morde forte la pelle, lasciandomi un livido che durerà una settimana. Alla fine, Marco viene, esplode dentro, e si accascia su di me con tutto il peso, il petto che mi schiaccia la schiena e il fiato che mi suda addosso. Resto piegata, con la figa che pulsa e la sensazione di essere stata attraversata da un camion, ma anche di aver vinto una lotteria. Elena si rialza, si pulisce la bocca, e mi bacia sulle labbra, mischiando il nostro sapore a quello di Marco, come se dovessimo suggellare un patto di fratellanza oscena.

Per un istante nessuno dice niente. Poi Elena rompe il silenzio: «Te l’avevo detto che mi avrebbe trovata in mezzo. Nessuno riesce a scoparti senza che io ci metta la lingua.» Le rispondo con un calcio leggero sulla coscia, ma non posso fare a meno di amarla, di ringraziarla per avermi portata fin qui, a questo confine dove non ci sono più regole, solo il bruciore del piacere e la certezza di non essere mai più sola. Abbracciamo Marco che ancora non capisce se deve ridere o vergognarsi, e io gli sussurro all’orecchio: «Per la cronaca, sei meglio della statua.» Lui arrossisce, si copre il cazzo con la mano, ma resta lì, accanto a noi, come se avesse paura che sparissimo da un momento all’altro. Siamo tre sbandati, tre parabole in collisione, e nessuno di noi ha più voglia di tornare indietro.

Marco si alza in piedi, i jeans mezzi abbassati, e guarda la statua dietro di me, poi me, poi Elena. È come se stesse guardando tre versioni diverse della stessa follia, e non sa bene a quale di noi rivolgersi per primo. Alla fine, mi indica con un cenno del mento, come se fossi l’unica che possa tradurre tutto quello che è successo.

«Tu due...» dice, e poi si blocca. Stringe la felpa attorno alla pancia, come un ragazzino che ha appena perso la verginità dietro il campo da calcio. «Ma è la prima volta che... con due ragazze insieme, voglio dire.»

Elena scoppia a ridere, un suono secco e cattivo, e si mette a pulirsi le dita con la gonna — la sua, non la mia. «E quindi? Ci siamo piaciute?» La voce le esce strascicata, come se stesse ordinando un caffè al bancone.
Lui non risponde. Guarda il pavimento, poi il cielo, poi di nuovo me. Io sorrido, perché so già cosa vuole chiedere: se succederà di nuovo, se questa è stata un’eccezione o una promessa. Ma non glielo dico. Voglio che lo chieda. Voglio che si smarchi da solo, che superi la barriera della vergogna e dica esattamente quello che desidera.

«Laura,» fa, «stasera... siete libere?»

Elena mi lancia un’occhiata, una di quelle che scambiamo solo noi due, come segnali in codice tra due complice. Poi si alza, si sistema la gonna, si passa le dita tra i capelli per ricostruire una parvenza di decenza. «Forse,» dice, e mi passa una mano sul collo, dove Marco mi ha lasciato il segno del morso, «dipende da come si comporta la statua.»
Ridiamo tutte e tre, e il suono si perde tra gli alberi del parco, dove nessuno ci ascolta tranne il piccione che è tornato sul ramo e ci fissa con occhi neri e indifferenti.

Mi alzo anche io, sento le gambe che mi cedono sotto, il ginocchio destro che scricchiola come una cerniera arrugginita. Mi abbasso la gonna, mi passo le mani sulla pelle per togliere i granelli di ghiaia, e poi mi volto verso la statua. La guardo, davvero, per la prima volta da quando siamo qui. Ha il volto serio, lo sguardo fisso verso il viale principale, come se non avesse visto niente, come se noi tre fossimo solo fantasmi che si dissolvono nel pomeriggio.
Ma so che non è così. So che il bronzo conserva tutto: il mio calore, i miei succhi, la mia voce, la mia follia. E ogni volta che qualcuno si siederà su quella panca, sentirà qualcosa di mio. Qualcosa di segreto, nascosto, che solo io e la statua conosciamo.

Caro diario, adesso che mi leggi così, con le gambe molli e il sesso ancora gonfio di tutto quello che è appena successo, cosa ne pensi di me? Ti faccio schifo? Ti ho deluso? Oppure ti eccito ancora di più adesso che sono una troia senza scuse, senza neanche la scusa di averci provato per gioco o per disperazione, ma solo perché l’ho voluto e basta? Me lo chiedo per davvero, anche se lo scrivo come una battuta—perché io e te, diario, siamo sempre stati una cosa sola, e se io crollo tu crolli con me. E allora, dimmelo: mi vuoi meno bene perché sono una puttana, o ti viene voglia anche a te di scoparmi, proprio come Elena, proprio come Marco, o come la statua che adesso sembra il custode delle mie confessioni più sporche?

Lo chiedo e la penna mi trema fra le dita, perché non so più bene come definirmi, se essere orgogliosa di quello che ho fatto—che abbiamo fatto, io e loro, che abbiamo rubato un momento di eternità al pomeriggio di una città che ci ignora—o se vergognarmi, se sentire il peso di tutte le storie che ho letto su ragazze come me, quelle che poi finiscono sempre male, o peggio: che restano incastrate a metà tra la santità e la rovina. Ma adesso il confine non c’è più, lo sento. Sono tutta dalla parte della rovina, e la rovina mi piace, mi fa sentire viva.

E mi fa rabbia che nessuno l’abbia detto mai così, senza filtri, senza il bisogno di fare la parte della vittima o della tentatrice. Nessuna delle due. Solo un essere umano che ride e si apre e si rompe, e poi si ricompone a modo suo, con una cicatrice in più. Allora sì, caro diario, forse anche tu mi vuoi scopare. Magari lo vuoi da sempre, solo che non avevi il coraggio di dirmelo, e adesso che l’ho scritto qui, nero su bianco, non puoi più tirarti indietro.
Mi domando se mi giudicherai domani quando rileggerai queste pagine, o se invece sarai fiero di me, se penserai che sia stata forte, oppure solo disperata. Ma questa parola non mi spaventa più. Disperata è una che non ha paura di bruciarsi le dita, che vuole vedere cosa succede se si lascia andare una volta tanto, e forse è la cosa più vera che mi sia capitata finora.

Ti ho mai detto che vorrei essere un’altra? Non lo penso più. Adesso voglio essere questa qua, con la lingua di Elena addosso e il sapore di Marco che mi riempie la pancia. Voglio essere la storia che nessuno racconta perché fa troppo ridere o fa troppo schifo, o perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la desiderava da sempre.
E quindi, diario, esprimi pure il tuo verdetto. Se vuoi odiarmi, fallo bene, fallo fino in fondo. Se invece ti sono diventata più simpatica, bagnati anche tu le pagine e fa finta di non sapere niente, quando qualcuno ti troverà nascosto sotto il materasso.

Penso che appena tornerà a casa, Elena mi scriverà, o magari mi chiamerà, e rimarremo in silenzio per qualche secondo prima di ridere di nuovo, come se niente fosse successo. Ma io so che qualcosa è cambiato. So che la prossima volta sarà ancora peggio, o meglio. Dipende dai punti di vista.
Mi infilo le mani tra le gambe, sento dove mi ha lasciato il morso, il segno viola che pulsa ancora. È come una firma, una prova che ciò che ho scritto qui è stato reale. E anche se domani mi passerà la voglia, anche se mi pentirò, almeno per stanotte non sarò più sola.

Caro diario, dimmi tu: è più grave essere una troia o essere un fantasma?
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