tradimenti
L'inizio della metamorfosi
giorgal73
30.06.2025 |
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"Quegli anni, però, restano scolpiti nella mia memoria: un viaggio selvaggio tra passione, scoperta e qualche rimpianto..."
---Premessa---Questa è la storia di @ZiettaperVoi, non è una mia avventura personale, ma l'inizio di una nuova vita per il protagonista
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Era iniziato tutto in modo quasi casuale. Dopo dodici anni di matrimonio, la routine mi aveva logorato. La vita scorreva monotona, il desiderio si era spento, e dentro di me cresceva un bisogno di qualcosa di diverso, qualcosa che mi facesse sentire vivo.
Poi, un giorno, al lavoro, un collega nuovo cambiò tutto. Mentre timbravamo il cartellino, se ne uscì con una frase che mi fece sgranare gli occhi:
«Non ce la faccio più. In settimana devo accontentare la mia ragazza e due sposate.» Scoppiai a ridere, convinto fosse una battuta, ma la curiosità mi spinse a indagare.
«Come fai a trovare tanta fica?» gli chiesi, mezzo serio e mezzo incredulo. Lui, con un sorrisetto, mi spiegò che bastava un annuncio ben scritto su “Cerco&Trovo”, la sezione degli annunci del giornale locale, e un po’ di pazienza. Mi disse persino come fare. Non ci pensai troppo. Con un numero di telefono nuovo e segreto, mi presentai alla sede del giornale a Perugia e scrissi il mio annuncio:
“Quarantaduenne sposato di piacevole aspetto, stanco della solita routine familiare, cerca nella massima serietà e pulizia, singola o sposata nella mia stessa situazione per dolci momenti insieme. Numero di telefono: xxxxxxxxxx.”
Il giornale usciva il mercoledì. Dopo due settimane, arrivò un SMS: «Ciao, piacere, sono una tua coetanea divorziata e sto a Perugia. Se vogliamo, possiamo conoscerci.»
Ci incontrammo la sera dopo alle 21. Ero nervoso, ma mi presentai con la massima educazione. Lei mi accolse con un sorriso e mi disse che ero carino e simpatico, mettendomi subito a mio agio. Non era una strafica, ma aveva un fascino che mi catturò. Più alta di me – io sono 1.70 – aveva un seno prorompente e un culo sodo che mi fece girare la testa.
Dopo la seconda birra, le sue mani presero confidenza. Prima mi toccò il braccio per sottolineare una battuta, poi lasciò cadere la mano sulla mia coscia con studiata disinvoltura. Io, imbarazzato ma su di giri, la lasciai fare. Sentivo l’adrenalina scorrere come un fiume in piena. Arrivammo a parcheggiare davanti ad un albergo nelle vicinanze del Pub senza ricordare bene come.
Lei si avvicinò al mio orecchio e sussurrò qualcosa che non capii bene, coperto dal battito che mi tamburellava nelle tempie. Salimmo in camera, ridendo, con quella malinconia divertita da adolescenti fuori tempo. La stanza d’albergo puzzava di tabacco freddo e, per un attimo, la consapevolezza di quello che stavo facendo mi colpì in pieno volto, come un getto d’acqua ghiacciata. Salii goffamente sulla moquette sdrucita, la giacca gettata su una sedia, lei che si avvicinava sicura, mi spingeva sul letto.
«Facciamo una cosa veloce, senza pensare troppo,» disse lei, e mi sbottonò la camicia con una tale naturalezza che quasi mi commosse.
Appoggiò le labbra sulle mie, calde e morbide, e capii che per lei era una danza antica, una necessità tanto quanto mangiare o dormire. Mi guidava, mani esperte che scivolavano sulla mia pelle tremante, cercando di sciogliere nodi tessuti in anni di abitudini stanche. Ricambiavo i suoi gesti con un’impazienza che non mi conoscevo.
Ci spogliammo in fretta, come se qualcuno potesse entrare da un momento all’altro a giudicarci. Percorsi con le dita la sua schiena, sentendo le sue curve sotto i polpastrelli, lei che mi guidava la mano sotto la gonna, sopra le calze autoreggenti, e lasciava che toccassi la seta umida tra le gambe. Ebbi un attimo di esitazione, anni di monogamia ti incrostano la coscienza, ti frenano anche quando la pelle grida il contrario, ma lei mi rincuorò con uno sguardo, come a dire «lo stiamo facendo davvero, nessuno verrà a salvarci.»
Le sue mani erano ovunque, dentro la mia camicia, ingorde e precise; salì sul letto e mi sovrastò con una grazia animalesca, piantandomi le cosce ai fianchi e baciandomi il collo, il viso, la fronte. Da vicino aveva le ciglia piene di mascara e un odore acre, misto di deodorante economico e paura. Mi sentivo sprofondato, completamente fuori orbita.
Tirai fuori un preservativo, ma lei mi fermò: «La prossima volta porto i test completi, sono una donatrice di sangue, stai tranquillo.» La sua sicurezza mi travolse, e mi lasciai andare. Era una furia a letto, soprattutto con la bocca; si vedeva che aveva una fame insaziabile di piacere.
Mi prese la testa e mi infilò tra le gambe e con una forza quasi da uomo mi tirò a sé, avvinghiando le cosce sulla mia testa. Non c’era tempo per altro che non fosse respirare la sua intimità, sentire il sale su lingua e palato, affondare il naso fin dove possibile. Faceva di tutto per costringermi lì, sussurrando frasi impastate, calandomi la testa fino a farmi quasi soffocare. Rialzò la gonna ancora di più e mi lasciò fare fino a quando lo decise lei, con una risata roca e sotterranea che mi sfiorò la spina dorsale come uno schiaffo. Quando mi fece salire sopra, lo fece con una fretta quasi adolescenziale.
«Non voglio coccole, lo capisci?» disse, schiaffeggiandomi leggera nella faccia. Scoppiammo a ridere insieme, e per la prima volta mi sentii perfettamente dove dovevo essere; in quel letto sconosciuto, dentro una donna senza storia, a tradire tutto quello che ero stato prima.
Lenta e poi subito velocissima, lasciò che comandassi il gioco solo per poi riprendersi tutto, avvolgendo le gambe attorno alla mia schiena, mordicchiandomi le spalle, ansimando il mio nome come fosse l’unica parola che conosceva. Ero sudato fradicio e con la nausea nervosa di chi non sa bene se stia facendo una cosa giustissima o la più idiota della propria vita. Lei mi vedeva, davvero: mi leggeva negli occhi il panico e l’eccitazione, la vergogna e la gratitudine, e cavalcava tutto mescolandolo alle sue risa sguaiate. Lo faceva apposta, lo capii subito; era come se sapesse che ogni volta che mi spingeva un po’ oltre io sarei tornato uomo, sul serio, e avrei potuto persino smettere di farmi schifo allo specchio.
Alla fine rotolammo sfiniti, lei che mi spingeva via con una mano gelida sulla spalla e rideva forte, il mascara colato fino alle guance. Quando recuperò il fiato accese una sigaretta e si sdraiò nuda, stendendo con gusto le gambe e allungando la schiena come una gatta. Non avevo voglia di parlare, né lei, credo; sembrava che nel gesto di spogliarci e scoparci di corsa avessimo già detto ogni cosa importante.
Passarono lunghi minuti in cui ascoltai solo il mio cuore che rallentava, l’odore acre di sesso e fumo nella stanza, il rumore dei suoi tiri profondissimi e dei pensieri che mi scollavano la testa dal collo.
Quando fu ora di rivestirsi non fui io a dircelo. Lei si alzò con naturalezza, si mise a posto la gonna senza slip, raccolse i capelli con un elastico preso dalla borsa, e senza una parola aprì la porta del bagno, lasciando che la sentissi mentre si sciacquava a lungo, come per lavarsi via anche il residuo della mia presenza dal suo corpo. Solo allora ebbi il coraggio di sedermi sul bordo del letto, cercando le mie mutande in mezzo ai brandelli sparsi della nostra impazienza.
Quando tornò, aveva la pelle umida e di nuovo quel sorriso fiero: quello di chi ha preso esattamente ciò che voleva. Mi fissò un attimo più a lungo, forse per vedere se ero uno di quelli che si struggono di rimpianti, poi raccolse la borsa e la sigaretta accesa, pronta a scalzarmi persino dalla stanza.
«Se ti va di rifarlo, sai dove trovare il mio numero,» disse, la voce bassa come una lama ben affilata.
Avrei potuto dirle di sì, avrei potuto balbettare una scusa qualsiasi pur di rivederla, ma annuii soltanto, lasciando che la scena si chiudesse come il rumore sordo della porta fra di noi.
Da lì, ogni sabato pomeriggio lo passavamo a casa sua. La madre inferma stava al piano terra, ignara di quello che combinavamo di sopra.
Dopo cinque mesi, però, la lasciai. Capii che si stava innamorando, e io non volevo complicazioni. Nel frattempo, avevo già iniziato a vedere una coppia di Orte. Lui si sedeva in un angolo e si masturbava, guardandomi mentre io e sua moglie ci davamo da fare. Lei era una donna spettacolare, sui cinquant’anni, esperta e caldissima. Adorava succhiarmi per mezz’ora in lunghi 69, lo prendeva nel culo con naturalezza e alla fine ingoiava tutto. Ci vedemmo sei volte, e ogni incontro era un’esplosione di piacere.
Ormai ero entrato in un mondo parallelo, fatto di desiderio e trasgressione. Un amico mi prestò un bilocale in città, che divenne il mio rifugio segreto. A volte lo coinvolgevo negli incontri, e la cosa si fece ancora più intrigante. Una sera organizzai un appuntamento con tre coppie e lui. Quel bilocale si trasformò in un’arena di lussuria. Le coppie erano navigate, vere troie senza freni. Pretendevano doppie penetrazioni e si passavano la sborra di bocca in bocca, in una danza di corpi sudati e gemiti. L’aria era carica di sesso, un caos meraviglioso che non dimenticherò mai.
Non tutto filava sempre liscio, certo. Capitavano incontri che non decollavano, dove la chimica non scattava, ma erano eccezioni rare. Poi arrivò lei, la donna che mi segnò più di tutte. Veniva da Spoleto, sposata come me, ma ricca, bellissima e mora, con un corpo da sogno e un’anima da vera troia. Ci vedevamo ogni lunedì pomeriggio, dalle 15 alle 18, quando suo marito era fuori. Tre ore di fuoco, sempre.
Durò due anni, un’eternità di piacere puro. In camera d’albergo voleva essere ripresa. Poi, sdraiati sul letto, guardavamo il video sul televisore e lei, con quel suo sguardo malizioso, mi chiedeva:
«Non sono più brava di loro?» riferendosi alle pornostar dei film porno. Mi faceva impazzire. Pagava tutto lei; hotel, benzina e mi riempiva di regali. Ho ancora un cellulare stupendo che mi diede, un ricordo tangibile di lei.
Tuttavia, la magia finì. Mia moglie iniziò a sospettare, e il rischio divenne insostenibile. Le dissi basta, anche se lei pianse per un mese. Fu dura, ma non potevo giocarmi il matrimonio. Quegli anni, però, restano scolpiti nella mia memoria: un viaggio selvaggio tra passione, scoperta e qualche rimpianto. Un capitolo che rifarei mille volte, nonostante tutto.
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La storia che avete appena letto non è una mia avventura. Il protagonista non sono io, bensì un utente di questo portale che mi ha contattato via Tel e Gram e mi ha chiesto se potevo raccontare la sua storia.
Qualche giorno fa, mi ha girato una bozza di come è iniziata la sua avventura e di come nel tempo la sua vita è cambiata. Di storie ne ha tante e probabilmente, mi rimboccherò le maniche per farvele conoscere.
Il mio nuovo amico. lo trovate con il nick @Ziettapervoi e come potrete leggere nel suo annuncio, oggi è sicuramente una persona diversa, rispetto alla storia appena letta. Lasciate un bel commento se vi è piaciuta questo racconto e se volete che continui a scrivere di lui.
Bene, ora tocca a voi giudicare se sono un genio incompreso o solo un tizio che si crede uno scrittore. Un voto, dai, non fate i tirchi! E se vi va, lasciate pure un commento, anche uno di quelli che fanno ridere.
Scrivo queste storie perché mi piace farvi sognare, ma anche perché mi piace farmi un po' di pubblicità. Diciamo che sono un po' come un venditore ambulante di sogni proibiti. E sì, ho un debole per le donne, ma non sono fissato su un solo tipo. Anzi, mi piace sperimentare!
Se vi va di far parte della mia cerchia di ammiratori (o complici), contattatemi pure. Magari insieme possiamo inventare o vivere(meglio) una storia ancora più pazza. Io sono come la pubblicità occulta, mi sponsorizzo tra le righe, quindi la cosa migliore è conoscermi e poi si vedrà!
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Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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