bdsm
Sottomessa al Piacere - La Ginecologa #5
giorgal73
19.01.2026 |
15.364 |
5
"Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo..."
*** DANIELA ***Marta si spinge a fondo, l'invasore sfiora il mio punto G come una staffilata di corrente alternata, sento il mio ventre tirarsi dentro fino a tremare. Le sue mani mi aprono le labbra ormai gonfissime, pollice e indice che circondano il clitoride e ne comprimono il sangue, lo fanno vibrare vivo, una perla che pulsa tesa e lucida al centro della mia identità. Lo speculum affiora, poi scompare ancora, la sua progressione lenta e crudele: ogni giro un'esplosione che mi allinea le stelle, ogni leva che ruota è un universo che si apre solo per me. Non mi accorgo di urlare davvero finché la mia voce non si abbatte come uno tsunami sui muri immacolati dello studio.
Marta ruggisce, il suo viso scompare a metà tra il mio inguine e la superficie del lettino, vedo solo le dita e la chioma di capelli scompigliati e odore animale che mi riempie il cervello. Non ci sono più padronanza o difese sociali, solo l'evidenza liquida che cola sulle cosce, si impasta col lubrificante e col mio essere segreto. La mia fica schizza, letteralmente: un'onda calda di piacere la inonda dal fondo e mi esplode fuori in un getto torbido che imbratta tutto, vetrini, camice, polsi delle mani che mi tengono aperta e che ora sono intrise fino ai gomiti. Marta gongola: beve, lecca, raccoglie con dita lunghe ogni residuo del mio godimento e me lo spalma sui capezzoli, sulle guance, poi lo succhia dalla pelle come miele su una ferita aperta.
Crollo sul lettino senza più peso, svuotata di nervi e pensieri, sento le gambe sbattere incontrollate e la testa girare come se avessi corso per venti chilometri. Dal muro, Michela mi osserva con occhi oceanici, lussuria e terrore mescolati come inchiostri indelebili: capisco che vorrebbe essere al mio posto, ma anche che la scena l'ha devastata da spettatrice, e ora si tiene una mano tra le gambe cercando di calmare la tempesta che le batte proprio lì sotto, dove la disciplina dovrebbe regnare ma invece l'anarchia fa festa.
Marta non si arresta: reverente, usa la mano destra per stringere forte la mia coscia destra, quasi a strapparmi la carne viva tra le dita, mentre la sinistra va a schiaffeggiarmi il clitoride così gonfio che sembra sul punto di esplodere. Lo sbatte con ritmo crescente, ogni colpo una crisi che risveglia i miei nervi esausti, la sensazione di urlo puro e senza eco che arriva alle orecchie e ci rimane, ronzante come api in una serra. «Non hai idea di cosa possa fare una vera donna di scienza,» sibila tra i denti, e le sue mani risalgono a catturare la mia gola, stringendo il nodo vitale per qualche secondo che sembra durare un'eternità. Vedo nero, vedo stelle, vedo l'abisso, poi le dita mollano la presa e mi riporta a galla con una carezza fatta di graffi, solchi paralleli che incidono la pelle e mi fanno sentire il sapore del sangue dolce e metallico. In quel momento, Marta mi bacia sul monte di Venere, sussurra qualcosa che sa di promessa e di minaccia, poi spinge di nuovo due dita affilate dentro di me, scavando con la precisione di chi sa dove pestare per far brillare ancora il diamante di piacere sotto la cenere della prima esplosione.
È lì che vengo di nuovo, e poi ancora: mi scardina l'anima dal corpo, le ossa si disarticolano e confluiscono in una corrente caldissima che mi travolge. La realtà si piega, la stanza gira, Michela ulula, Marta ride, la mia fica piange e io con lei, incapace di arrestare le scosse che mi incendiano la spina dorsale fino a farmi battere i denti. Nessun Dio qui, solo la carne che detta legge, la scienza del dolore e del piacere che confonde ogni significato e lo ricostruisce più acido, più vero, più mio che mai.
Quando smetto di tremare, sento il silenzio gelido della stanza: il respiro di tutti che si assesta, il liquido che cola, il vetro della lampada che vibra ancora della nostra energia. Marta si rimette in piedi, con le mani ancora sporche del mio nettare, e solo ora mi accorgo che anche lei ha sbrodolato perle trasparenti tra le cosce, una riga bagnata le attraversa l’interno gamba e lacera il decoro con una traccia inconfondibile di godimento. Mi guarda, ride con la voce roca, carezza con due dita il mio clitoride devastato come se fosse un lembo tenero di carne da ricucire. Ne sento tutta la tenerezza crudele, il riverbero di quella connessione animale che si crea solo tra predatori e prede, tra medici e pazienti, tra padrona e schiava.
Mi sposto verso Michela, che ancora annaspa contro la parete, gli occhi gonfi di lacrime ma anche di desiderio, la bocca aperta che cerca ossigeno mentre con la mano si massaggia piano il clitoride gonfio e dolente. La guardo dritta, le faccio un cenno che venga avanti. Non mi obbedisce subito, la brama è più forte. Striscia sul pavimento, si inginocchia ai piedi del lettino, infila il viso tra le mie cosce e, senza bisogno di ordini, inizia ad assaggiare il mio corpo. Le sue labbra non conoscono pudore: lambiscono, succhiano, ripuliscono tutto ciò che l'estasi ha lasciato in eredità tra le mie cosce, e la sua lingua mi scova ogni residuo di sapore, lo fa suo, con una dedizione da bestia addestrata a sopravvivere solo di piacere della padrona. La sento sulle mie ferite fresche, sulle pieghe arrossate che la visita di Marta ha reso doloranti, la sua bocca suona come una nenia ipnotica che mi calma i tremori, che mi restituisce la forma dopo l’apocalisse chimica appena vissuta.
Sto immobile, la mano che si posa sulla sua testa, con le dita raccolte tra i suoi capelli e la pressione giusta: né troppo forte per spezzarla, né troppo debole per farle sentire che appartiene qui. Michela mi lecca anche le cosce, la scia dei getti che hanno insozzato il lettino, mi ripulisce come si fa con le prede dopo il banchetto. Mastica la prova del mio godimento; c’è un rispetto misto a dipendenza nelle sue pupille — la vedo sentire che ogni lacrima, ogni goccia, ogni schizzo che cade da me non è spreco, ma un pegno, una ricompensa.
Marta ci osserva illuminata, le mani che tremano a stringere un tampone cerato, la sua fica tremante trasuda dietro il camice ormai fradicio, riconoscendo in sé quel tipo d’invidia che non è rabbia, ma desiderio puro. Torna a sedersi sullo sgabello, gambe piegate sotto il tavolo, il bicchiere d’acqua che afferra solo per darsi aria di normalità, ma il modo in cui lo beve - a piccoli sorsi, le labbra lasciate aperte, le gocce che colano.
La mia cagna si allontana qualche centimetro dalla mia figa, le labbra lucide di umori, i capelli incollati alle tempie sudate. Apre la bocca con devozione, la lingua rosa che palpita in attesa come un animale vivo. I suoi occhi, vitrei e febbrili, non lasciano i miei nemmeno per un istante. Quasi mi commuovo vedendo quella sottomissione perfetta. L'ho addestrata bene, settimana dopo settimana, punizione dopo ricompensa. Vuole bere la mia urina calda e io l'accontento, sentendo il potere fluirmi dentro come elettricità.
Le do una carezza mentre mi siedo più comoda, la mano che le cinge il collo e guida dolcemente la testa. «Apri bene, fai vedere com'hai imparato.» Lei spalanca la bocca, schiude le labbra fino a sembrare una maschera di fame. Ci gioco qualche istante: mi piace misurare quella distanza umiliante tra il mio piacere e le sue necessità, vedere nei suoi occhi ancora lucidi quel misto di orgoglio e dedizione che mi rende ogni volta fiera d'essere la sua domatrice.
Quando decido che è il momento, rilasso i muscoli pelvici e la lascio andare. Lo scroscio dorato equivale a una firma su un contratto: le riempio la bocca con getti decisi, lei inghiotte tutto senza perdere una goccia, le labbra che non si chiudono mai, la lingua che si fa coppa e poi catino per incanalare dentro di sé il mio odore acre e persistente. È la perfezione della schiavitù: vederla bere la mia urina come fosse la cosa più naturale del mondo, un miele tiepido che solo a me è dato produrre, un dono e una punizione insieme.
Annuso l’aria che improvvisamente si carica di un sentore ammoniacale, quasi dolciastro, mescolato al sapore di sesso recente e disinfettante medicale. Gusto nelle narici quel momento perfetto in cui la stanza diventa mia, il tempo rallenta, nessuna realtà esiste oltre il dominio che esercito su questa creatura inginocchiata e pronta a ricevere ogni mio umore, ogni residuo della mia presa assoluta su di lei.
Quando ho finito, la fisso negli occhi. Stringo ancora un poco sul collo, così che l’ultimo fiotto le scivola fuori dalla bocca e le cola sulla gola, giù verso il seno sottile e scarno, che si macchia di una striscia lucente e gialla. Lei sogghigna, compiacente, godendo della mia soddisfazione più di ogni altra cosa. Poi mi passa la lingua sulle cosce, ripulendo ogni residuo come una cagna addestrata a lucidare la ciotola del padrone fino al riflesso.
Accarezzo la sua testa con tenerezza feroce: «Brava cagna. Ti sei dissetata vero?» Lei non risponde, ma la vedo vibrare di orgoglio. Le stringo il viso, una mano sulle guance arrossate: «Guardami quando vengo. Non distogliere mai lo sguardo.» Lei annuisce, occhi pieni di luce selvaggia, e io la adoro più che mai. Perché è tutto lì, il segreto. Nello spazio tra la disciplina assoluta e la dedizione totale, nell’attimo in cui una donna si annienta e rinasce schiava, ma con la consapevolezza che ora il padrone l’amerà più del mondo stesso.
Marta ci osserva con la devozione malinconica di chi invoca i morti e assapora di seconda mano l’epifania. Si porta due dita umide al naso, inspira e sospira, poi aggiusta una piega invisibile sul camice come se solo l’ordine e la disciplina potessero riparare il caos che ha contribuito a seminare. La rispetto per questo, per quella capacità di godere e subito rientrare nei ranghi accademici, dritta come un benchmark morale che solo lei può permettersi di infrangere.
«Direi che oggi abbiamo superato ogni test di stress.» La voce di Marta è roca, ancora incollata ai residui di saliva e liquidi nostri. Indica il pavimento, le macchie sparse sulle piastrelle lucide, un Pollock di secrezioni che nessun infermiere si azzarderebbe mai a cancellare senza chiedere permesso. Michela si inginocchia al mio fianco come una creatura piegata dal vento, cerca il mio sguardo, e dentro ci trovo solo gratitudine e una cieca, animalesca ossessione. Sorrido, le accarezzo la mascella ancora rigida per la tensione della presa, la tiro su per il mento e le bacio le labbra aperte, infilo la lingua in profondità come se volessi toglierle anche il ricordo dell’ultimo inverno, e sento che mi vuole più di quanto io voglia dominare il suo destino.
Parte 5 di 8 - Continua
*** NOTE ***
Questa nuova storia di Michela torna a essere incentrata sul rapporto di dominazione a tema lesbico, esplorando dinamiche di potere intense e relazioni asimmetriche tra donne, dove il consenso si intreccia con l'abbandono totale e la sottomissione volontaria. Vi ricordo che la storia (vera) è stata vissuta negli anni Novanta del secolo scorso, un periodo profondamente diverso dall'attuale: non c'era l'ubiquità di internet e dei social media, che oggi facilitano comunità sicure e anonime per esplorare kink e orientamenti sessuali; al contrario, le esperienze BDSM e lesbiche dovevano navigare in un contesto sociale più conservatore, spesso ostile, con pregiudizi diffusi e una visibilità limitata per la comunità LGBTQ+. Le leggi dell'epoca erano meno protettive in termini di diritti individuali e privacy – ad esempio, non esistevano normative avanzate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale o regolamenti specifici per locali alternativi – rendendo ogni incontro un rischio calcolato, con potenziali conseguenze legali per atti considerati "osceni" o "immorali". L'esibizionismo emerge come elemento integrante, non solo come atto di provocazione erotica ma come sfida audace alla norma sociale, amplificato dalla dominazione che impone umiliazione pubblica e esposizione vulnerabile. Gli ambienti ritratti, come club sotterranei o periferie industriali, erano meno protetti e regolamentati rispetto ai moderni spazi safe con codici di condotta e safe word standardizzati, dove la sicurezza fisica e psicologica non era sempre garantita, aggiungendo un velo di pericolo reale che intensificava l'adrenalina e il brivido dell'esperienza.
Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.
La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.
Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.
Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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