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E' un mondo difficile ( capitolo 68 )


di chiara94
21.05.2026    |    537    |    129 6.3
"Mi riconosce, accenna qualcosa a Gaia, quasi a segnalarle la mia presenza; come si farebbe con un dettaglio interessante, dentro una scena già avviata..."
Sto dirigendomi verso il bar. Non mi sono neppure cambiato. Esco senza il solito entusiasmo: è un’uscita che sento quasi imposta. Più subita, che scelta.
Continuo a ripetermi che potrà anche essere una serata piacevole con Gaia, ma il punto è un altro. Tre minuti, cinque minuti, sette minuti, una serata.
Io sento di meritare di più, non posso accontentarmi delle briciole. E invece è esattamente questo che sto facendo.

Mentre cammino, vedo una coppia della mia età. Procedono mano nella mano, sorridenti, complici. Non parlano neanche tanto, ma non serve: stanno bene così. Io invece sono solo, diretto verso quella, che ormai mi ostino a definire la mia migliore amica. E questa parola mi pesa addosso come una sconfitta, travestita da scelta razionale.
Li osservo e la mente parte da sola.
Lui probabilmente è passato a prenderla. I genitori di lei l’avranno fatto entrare, magari gli avranno offerto un caffè. Lo vedranno come il ragazzo giusto. Ci sarà già qualcuno che immagina un futuro, un matrimonio, una stabilità.
Io invece cammino senza una direzione emotiva chiara; sospeso in una situazione, che non ha neanche lontanamente l’aria di un’ amicizia.
Non incolpo Gaia. Sarebbe troppo facile.
Ognuno ha i suoi tempi, le sue paure, le sue priorità. Forse non è pronta, e questo è legittimo.
Il problema non è lei. Il problema è che io continuo a restare in una posizione, che mi fa male.

Ripenso a Serena. Quando l’ho conosciuta, anche lì c’era stata una scintilla. Sensazioni positive, entusiasmo. Poi tutto si è confuso. La bellezza ha un potere distorsivo: amplifica, altera, inganna.
Serena è bella, molto bella. Non quanto Gaia, ma poco sotto. E anche lei è un insieme di contraddizioni: ego forte, bisogno di conferme, una certa vanità che filtra in ogni gesto.
E io, ancora una volta, ci sono cascato.
Quanto sono stato stupido, ad averla invitata a ballare ieri sera. Mi sono fidato di Gaia, anche se non sono certo,che lei non fosse in buona fede .
Continuo a guardare quella coppia di fidanzatini, con la morte nel cuore. Come vorrei essere al posto di lui. Forse anche con una ragazza qualsiasi, ma che ci tenga a me, che mi voglia bene.
Valentina? Aveva solamente voglia di scopare, niente altro.
Nicolas ha tirato fuori la parte porca in lei. Ed io avrei potuto approfittarne, ma non l’ho voluto fare.

Mi fermo al improvviso. Due giorni mi scorrono nella testa, come un film accelerato. C’è qualcosa che non torna. Non ci voglio neppure pensare.
Passo accanto ad una vetrina. Mi vedo riflesso. Mi fermo a guardarmi davvero, come se fosse la prima volta. Ed inizio a parlarmi:" Francesco; te la senti di andare avanti? "
La domanda è semplice, ma dentro ha tutto: stanchezza, orgoglio, paura.
Mi rispondo da solo, senza esitazione:" Certo. I più grandi condottieri della storia hanno preferito cadere sul campo, piuttosto che fuggire. Meglio la morte, a una resa."
È una risposta teatrale, quasi esagerata. Ma, sotto questa retorica, c’è una verità più cruda: non sto combattendo per vincere, sto combattendo per non sentirmi sconfitto.

Quando uno schiavo entra nel arena, conosce già il proprio destino. La sua fine è stata scritta ancora prima, che metta piede sulla sabbia; e l’unico epilogo realmente possibile, è la morte.
Può anche riuscire a sconfiggere il primo avversario. Forse persino il secondo. Ma dopo ne arriveranno altri, sempre più forti, sempre più feroci, fino al momento inevitabile in cui cadrà.
E persino nel ipotesi assurda, quasi irreale, in cui riuscisse a batterli tutti, il sistema troverebbe comunque il modo di eliminarlo. Il re alzerebbe una mano, ordinando agli arcieri di tendere gli archi. Una moltitudine di frecce si solleverebbe verso il cielo, per poi precipitare su di lui, come una pioggia inevitabile. E a quel punto non esisterebbe più alcuna possibilità di salvezza.
Lo schiavo entra nel arena con l’illusione di poter vincere, ma il gioco è costruito apposta perché non possa farlo. Non può battere il sistema. Non può battere le regole.

La mia compagna di università lo chiama gioco, ma in realtà è qualcosa di molto diverso. È una sfida, in cui una persona viene lentamente privata di tutto: sicurezza, orgoglio, lucidità. Viene spogliata, pezzo dopo pezzo, della propria dignità, fino a rimanere nuda, davanti agli occhi di tutti.
E la domanda inevitabile è sempre la stessa: perché?
Forse un vero perché non esiste. È semplicemente così. Alcuni finiscono nel arena, altri siedono sugli spalti a guardare.
Io, quella soglia, non l’ho ancora varcata del tutto. Sono fermo davanti al ingresso, eppure riesco già a sentire il rumore della folla, il peso dello sguardo degli altri, l’odore del sangue sulla sabbia.
E allora capisco una cosa.
Non posso vincere davvero. Soccomberò come tutti gli altri.
Però posso ancora scegliere come entrare.
Non voglio tirarmi indietro. Non voglio abbassare lo sguardo, o fingere di non avere paura. Voglio attraversare quel arena a testa alta, con la schiena dritta e gli occhi fissi, davanti a me.
La paura c’è, sarebbe stupido negarlo. Ma non voglio regalarle anche la mia dignità.
Soccomberò? Probabilmente sì.
Ma almeno, quando cadrò, saprò di non essermi inginocchiato.

Mentre raggiungo l’arena, guardo con la coda dell’occhio, le persone accanto a me. Sembrano estranee, sconosciute; eppure ho la sensazione assurda, che stiano parteggiando per me. Alzo leggermente lo sguardo verso i palazzi, verso le finestre illuminate, e mi sembra quasi di percepire persone nascoste dietro le tende; spettatori silenziosi, che fanno il tifo, senza potersi esporre davvero. Nessuno può urlare il mio nome. Nessuno può schierarsi apertamente contro il sistema.
Eppure quella presenza la sento. È sottile, invisibile, ma reale. Come un incoraggiamento muto. Come se mi stessero trasmettendo forza e coraggio, pur restando nascosti.

Vi chiederete perché io abbia tutti questi dubbi; perché continui a vedere questa uscita, come un’arena.
Gli schiavi, quando entrano nel arena, sanno già che andranno incontro alla morte. Solo che nessuno glielo dice apertamente. Se lo facessero, le gambe cederebbero prima ancora del combattimento. E la folla non potrebbe divertirsi.
Forse è proprio questo che mi spaventa: il sospetto di stare entrando in un gioco, già deciso da altri.
Io spero sinceramente di sbagliarmi. Mi auguro che sarà un’uscita normale, come l’ultima volta. Quella sera ho provato a baciare Gaia, e lei mi ha detto di no. È stato umiliante, sì, ma almeno era reale. Chiaro. Comprensibile. Ho imparato la lezione, e non ci riproverei più.
Mi basterebbe una serata semplice come quella. Una passeggiata, qualche parola, persino un silenzio condiviso. Sarei già felice così.
Mi sistemo i capelli. Il gesto è automatico, ma ha un valore simbolico: sto cercando di rimettere ordine fuori, perché dentro è caos.
Riprendo a camminare, ma qualcosa è cambiato. Nei miei occhi sento uno sguardo diverso: più duro, più deciso. Non è serenità, è tensione controllata. Una forma di autodifesa. Mi sto avvicinando al arena.

Entro in un supermercato, compro un profumo. È un gesto impulsivo, quasi rituale. Fuori, me lo spruzzo addosso. È come se volessi costruire una versione migliore di me stesso, in pochi secondi. Un’immagine più sicura, più desiderabile, più al altezza.
Apro due bottoni della camicia, risvolto le maniche fino al gomito. Piccoli dettagli, ma per me sono un modo per riprendere controllo. Per dirmi che posso ancora giocarmela.
In realtà, a livello psicologico, sto facendo qualcosa di molto chiaro: sto cercando di compensare un senso di inadeguatezza, con segnali esterni di sicurezza. Non è vero equilibrio, è una corazza.
Riprendo il cammino. Ora sono più convinto, ma è una convinzione costruita, non spontanea. Sotto resta la fragilità.

Improvvisamente mi fermo.
Resto immobile per qualche secondo: un pensiero mi ha attraversato la mente, dal nulla. Poi cambio direzione e torno indietro verso il supermercato.
Entro senza perdere tempo, e inizio a girare lentamente tra le corsie. Non sto guardando davvero i prodotti. Sto cercando una sensazione precisa, qualcosa che ho già in testa, ma che ancora non riesco a mettere perfettamente a fuoco.
Continuo a camminare, finché finalmente lo vedo: l’oggetto che stavo cercando.
Mi fermo davanti allo scaffale e lo guardo, con una strana forma di desiderio. Lo prendo in mano lentamente, quasi con rispetto. Lo osservo da ogni angolazione, lo giro e rigiro tra le dita, studiandone ogni minimo dettaglio.
Sento che potrebbe essere perfetto.
Mi siedo perfino per terra, incurante della gente, che passa accanto a me. In questo momento il supermercato quasi scompare. Esistiamo soltanto io e questo oggetto.
Sto valutando.
Sto immaginando.
Sto cercando di capire, se possa davvero funzionare.
Sì. Funziona.
Poi alzo di nuovo lo sguardo verso lo scaffale, e noto un secondo oggetto.
Mi rialzo subito e prendo anche quello.
Poso il primo, tenendo il secondo tra le mani. Lo studio attentamente. Anche questo potrebbe andare bene.
Sul mio volto compare un sorriso ironico.
Quale scelgo?
Il primo o il secondo?
Rifletto qualche istante.
No. Meglio il primo.
Il secondo sarebbe quasi un complimento, mentre io non voglio fare complimenti.
Lo rimetto a posto e riprendo in mano il primo. Mi risiedo di nuovo per terra, e continuo a fissarlo, con un’attenzione quasi ossessiva.
Potrei veramente farlo?
Forse sì.
A un certo punto lancio l’oggetto, a qualche metro di distanza. Mi alzo rapidamente, lo raggiungo e lo raccolgo. Ripeto lo stesso gesto una seconda volta, quasi fosse un esperimento.
Sì.
Direi che è perfetto.
Lo stringo in mano e finalmente mi dirigo verso la cassa.
Mentre pago, mi rendo conto che probabilmente è l’acquisto più bello fatto negli ultimi tempi. Non per il valore dell’oggetto in sé, ma per ciò che rappresenta nella mia testa.

Quando esco dal supermercato, mi fermo per un attimo davanti alle vetrate del negozio.
Nel riflesso, non vedo un ragazzo confuso o spaventato. Vedo la forza ostinata di uno schiavo, pronto ad entrare nel arena. Uno che conosce il rischio, ma decide comunque di avanzare.
Guardo l’ora.
Devo sbrigarmi.
È quasi arrivato il momento.

Arrivo al bar. Entro.
E la vedo subito.
Gaia è seduta al bancone.
E in questo istante capisco che, nonostante tutto quello che mi sono detto lungo la strada, la partita dentro di me non è mai davvero finita.
Gaia è seduta su uno sgabello al bancone, con una naturalezza che sembra studiata, ma che in realtà le appartiene. La postura è rilassata, ma non casuale: la schiena leggermente arcuata, le gambe accavallate con lentezza, come se ogni movimento fosse pensato per essere notato, senza mai risultare forzato.
La gonna nera, aderente, segue le linee dei fianchi e si apre in uno spacco laterale che lascia intravedere il profilo della coscia, coperta appena dal velo sottile delle collant color carne. Non è un’esibizione esplicita, è qualcosa di più sottile: un invito silenzioso, che si concede a chi guarda, ma senza mai offrirsi completamente.
Le décolleté nere, a punta tonda e tacco alto, slanciano la figura, rendendo ogni piccolo movimento delle gambe, ancora più evidente. Quando cambia posizione sullo sgabello, il tacco sfiora il pavimento con un suono secco, quasi ritmico, come se accompagnasse inconsapevolmente la scena.
La camicetta bianca è sbottonata quel tanto che basta, da lasciare intravedere l’incavo dei seni. Non è provocazione diretta, è controllo: sa esattamente fin dove spingersi. Sopra, la giacca nera resta aperta, incorniciando il busto e creando un contrasto netto, che attira lo sguardo proprio lì, dove lei decide.
I capelli lisci, minuziosamente preparati, scendono ordinati lungo le spalle. Ogni tanto li sposta con un gesto lento, quasi distratto, ma carico di intenzione. È un gesto semplice, eppure ha qualcosa di ipnotico: come se fosse perfettamente consapevole dell’effetto che produce.

Sta parlando con il solito barista, inclinata leggermente verso di lui. Sorride, ma non è un sorriso pieno: è dosato, calibrato. Le labbra si aprono appena, gli occhi lo fissano con un’intensità, che non è mai eccessiva, ma sufficiente a tenerlo agganciato. Ogni tanto abbassa lo sguardo, poi lo rialza, creando un ritmo nella conversazione, che non è solo fatto di parole.
È più seducente di quando è uscita con Corrado, ma in modo diverso. Non è solo l’abbigliamento. È l’atteggiamento. C’è una sicurezza più marcata, quasi una consapevolezza nuova del proprio potere. Non ha bisogno di alzare la voce, né di esagerare i gesti: le basta esserci.
A livello psicologico, Gaia è completamente dentro il suo ruolo. Non sta semplicemente parlando con il barista: sta gestendo l’interazione. Tiene il controllo senza darlo a vedere, alterna apertura e distanza, interesse e leggerezza. È un equilibrio sottile, che le permette di restare sempre un passo avanti, senza mai scoprirsi davvero.
Chi la guarda ha la sensazione di poterla raggiungere, ma allo stesso tempo percepisce che c’è sempre qualcosa che sfugge. Ed è proprio questo, che la rende così magnetica.

Quando mi avvicino al bancone, il barista alza lo sguardo per primo. È rapido, allenato a leggere chi entra e perché. Mi riconosce, accenna qualcosa a Gaia, quasi a segnalarle la mia presenza; come si farebbe con un dettaglio interessante, dentro una scena già avviata.
Lei si gira. Il movimento è lento, controllato. Mi guarda, e colgo la sua sorpresa:” Ciao Francesco; cosa ci fai qui? "

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