tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 69 )
23.05.2026 |
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Gaia introduce un elemento, che non gli piace:" Può venire anche Francesco? Non posso lasciarlo da solo..."
Il tono è neutro ma, proprio per questo, spiazzante. Non c’è calore, non c’è freddezza. È una via di mezzo studiata, che mi lascia senza appigli emotivi.Inutile iniziare una discussione. Sarebbe solo terreno perso in partenza.
Mi avvicino al bancone, ma non a lei. Resto ad una distanza precisa, quasi geometrica. Non troppo lontano da sembrare scappato, non troppo vicino da sembrare coinvolto.
" Sono venuto a vedere la partita, so che la trasmettono."
La frase esce semplice, costruita al momento, ma con un intento chiaro: giustificare la mia presenza, senza legarla a lei. È una difesa. Un modo per salvare la faccia, più che per convincerla davvero.
La mia compagna di università mi risponde:" Capito."
Una parola sola. Secca, definitiva.
E in quella parola c’è tutto: chiusura, disinteresse, oppure semplice accettazione. Non lo so, ed è proprio questo il punto. Gaia lascia sempre uno spazio vuoto che, chi ha davanti, tende a riempire con le proprie insicurezze.
Non c’è bisogno di aggiungere altro. Qualsiasi tentativo di continuare il dialogo, sarebbe forzato.
Il barista la guarda per qualche secondo, poi sorride appena, inclinando leggermente la testa.
" E per venire a vedere la partita, si mette il profumo? "
Per un istante mi manca il respiro.
Devo ammetterlo: non ha tutti i torti. L’osservazione è precisa, quasi fastidiosamente lucida. Non è una battuta casuale, detta tanto per flirtare. Ha notato un dettaglio reale.
Lei si gira lentamente verso di lui, abbozzando un sorriso.
Probabilmente se ne era già accorta anche lei, decidendo comunque di non affondare il colpo.
Potrebbe farlo.
Potrebbe portare avanti il discorso, invece preferisce lasciarlo cadere, senza infierire.
Questa scelta non mi colpisce più di tanto: la situazione è già di per sé, tutta a mio svantaggio.
Quando sono entrato nel arena, ero già consapevole, che sarebbe potuto accadere tutto questo.
Me lo sentivo addosso.
Non come una certezza assoluta, ma come un presentimento fastidioso, che ti accompagna; mentre continui comunque ad andare avanti, sperando fino al ultimo di esserti sbagliato.
Ricordo ancora il riflesso della vetrina del supermercato. Per un attimo avevo guardato me stesso attraverso quel vetro, e in quel immagine si erano sovrapposti decine di episodi diversi. Piccoli dettagli. Frasi dette da Gaia e Serena. Promesse implicite. Contraddizioni.
Situazioni che, prese singolarmente, potevano sembrare insignificanti.
Ma, unite insieme, cambiavano completamente significato.
Gaia che mi chiede di ballare con Serena, e Serena che poi rifiuta.
Gaia che parla in un modo, per poi comportarsi nel modo opposto.
Serena che lascia intendere qualcosa, salvo poi tirarsi indietro.
Ogni volta avevo scelto di minimizzare. Di convincermi, che fossi io quello paranoico. Che stessi leggendo troppo nelle situazioni, trasformando coincidenze in segnali.
E invece adesso tutto sembra combaciare.
Troppo bene.
Altrimenti perché non farsi passare a prendere direttamente a casa? Perché organizzare tutto in quel modo? Perché ritrovarsi casualmente proprio nel bar, dove Gaia era stata nel pomeriggio?
No.
Dentro di me ero quasi certo, che ci fosse una trappola.
Forse non una trappola studiata nei dettagli, non qualcosa di apertamente crudele. Ma comunque un gioco, nel quale io entravo già in svantaggio, senza conoscere davvero le regole.
Ed è qui che ritorna l’immagine dell’arena.
Gli schiavi, che vi entrano dentro, sanno già che non troveranno mazzi di fiori, ad aspettarli. Sanno che nessuno li ha chiamati lì, per premiarli. La folla può sorridere, applaudire, perfino fingere entusiasmo, ma alla fine vuole vedere sangue.
Vuole vedere chi crolla per primo.
Eppure gli schiavi avanzano lo stesso, con la schiena dritta, con il cuore che martella nel petto.
Con quella strana miscela di paura, orgoglio e fatalismo, che li obbliga a continuare a camminare, anche quando ogni istinto suggerirebbe di scappare.
Ed è esattamente così, che mi sento io.
Non ingenuo.
Non sorpreso.
Solo deluso dal fatto che, probabilmente, avevo capito tutto fin dal inizio.
Prendo il cellulare ed inizio a smanettare. Scorro, senza vedere davvero. È un gesto automatico, un rifugio. Dopo due minuti lo poso. Inutile fingere: non sono stupidi. Né lei, né il barista.
A livello psicologico, sono scoperto. Sto cercando di costruire una versione credibile di me stesso, ma dentro sento chiaramente la dissonanza: non sono qui per la partita. Sono qui per lei. E loro lo sanno.
Mio padre è cascato nella trappola di Bartolomeo. Ed io con lui.
Ripenso alla scena, con lucidità crescente. Bartolomeo ha orchestrato tutto con una sicurezza disarmante, giocando su due leve precise: l’autorità e l’esperienza. Mio padre si è fidato, ha visto in lui una figura affidabile. Ed io, a cascata, ho seguito.
Questa è una bella mazzata.
Lo sento nello stomaco, nel modo in cui respiro, nella rigidità delle spalle. È un colpo al orgoglio, più che al cuore. Ma è proprio l’orgoglio che ora reagisce, che cerca di rimettere insieme i pezzi.
Mi tirerò su, più forte di prima.
È una promessa, che faccio a me stesso, più per necessità, che per convinzione. Mi serve per non crollare in questo momento.
Mancano venti minuti, al inizio della partita.
E il tempo, improvvisamente, si dilata.
Non so come riempirlo. Non posso guardarla continuamente, sarebbe una resa. Non posso ignorarla del tutto, sarebbe una fuga.
Resto sospeso, in equilibrio instabile tra due estremi.
Gaia, intanto, è di nuovo rivolta verso il barista. Riprende a parlare, a sorridere. Come se la mia presenza fosse stata solo una breve interruzione, già archiviata.
Mi sforzo di non guardarli apertamente, ma allo stesso tempo tendo l’orecchio. È un equilibrio sottile: voglio capire, ma senza espormi. Più che curiosità, è bisogno di controllo. Ho la sensazione che lì, in quella conversazione, si stia giocando qualcosa che mi riguarda, più di quanto vorrei ammettere.
Mettendoci un po’ di impegno, riesco a captare le loro voci.
Gaia dice:" Allora, sono promossa, vestita tutta in tiro? "
La sua voce è leggera, quasi ironica. Non è una domanda ingenua: è una richiesta di conferma, ma anche un modo per guidare la risposta.
Lui risponde subito:" Direi dieci e lode. Se cerchi, tra le tue cosce o dentro la tua scollatura, trovi i miei occhi. Sono caduti lì già da un pezzo, e non vogliono saperne di venire via."
Resto immobile. La risposta è diretta, sfacciata. Non è semplice flirt: è un linguaggio esplicitamente provocatorio. E quello che mi colpisce non è tanto lui, ma il fatto che si senta libero di parlare così.
Sento Gaia ridere.
" Dai, ma non puoi dirmi così. Stai lavorando. Se gli altri clienti se ne accorgessero, cosa penserebbero? "
Non lo ferma davvero. Non c’è un confine netto. È più una finta opposizione, quasi un gioco di ruolo.
Il barista rincara:" Al limite, il mio capo mi licenzia. Non voglio smettere di godermi questo spettacolo. A proposito, perché non apri un altro bottone della camicetta? Non fa freddo."
Il tono è sempre lo stesso: leggero, ma insistente. Non cerca approvazione, si prende spazio.
Gaia ride di nuovo:" Ma sei pazzo? "
Ancora una volta, nessun rifiuto reale. Solo una risposta, che tiene aperto il gioco.
Lui continua:" Giochiamo che devo indovinare il colore del tuo reggiseno? Se indovino, mi fai dare una sbirciatina dentro la camicetta."
Gaia ride ancora, ma questa volta non risponde.
Il barista non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi. Anzi, rilancia, come se il silenzio di Gaia fosse un incoraggiamento implicito.
" Oppure posso prendere una ciliegina, e provare a fare canestro."
La frase resta fluttuante nel aria, carica di doppi sensi. Non è più solo un gioco leggero: è una provocazione continua, sempre più esplicita.
Gaia scoppia a ridere di nuovo. Una risata piena, spontanea, che riempie lo spazio.
Lui aggiunge subito dopo:" Sono un ottimo giocatore di pallacanestro."
C’è sicurezza nel suo tono. Non chiede approvazione, la dà per scontata. È questo che lo rende efficace: non teme il giudizio, lo anticipa.
La mia compagna di università, ancora tra le risate, replica:" Ci credo, non ho alcun dubbio a proposito."
È una risposta ambigua, ma perfettamente calibrata. Non si espone, ma non chiude. Tiene il gioco vivo, senza mai prenderne pienamente la responsabilità.
Il barista insiste:" Allora giochiamo? "
Non sento alcuna risposta, nessun suono, nessun bisbiglio. Nemmeno un accenno.
Il silenzio diventa improvvisamente più pesante delle parole.
Resto immobile, cercando di interpretarlo.
A livello psicologico, quel silenzio apre più scenari possibili, di quanti vorrei. Potrebbe essere una pausa naturale, un cambio di argomento, oppure qualcosa di più sottile: uno scambio non verbale, fatto di sguardi, gesti minimi; segnali che non posso cogliere, essendo girato.
Ed è proprio questo a destabilizzarmi.
Quando mancano le informazioni, la mente riempie i vuoti. E quasi sempre lo fa nel modo peggiore possibile.
Cerco di restare lucido. Mi impongo di non cadere nelle interpretazioni, ma è difficile. Non sto osservando una scena neutra: sono coinvolto, anche se cerco di negarlo.
Il barista, da parte sua, sta portando avanti una strategia molto chiara. Spinge, provoca, testa i limiti. Non si ferma davanti a un forse; lo trasforma in un vediamo, fin dove posso arrivare.
Gaia invece gioca su un altro piano. Ride, accoglie, ma non concede mai una risposta definitiva. Mantiene il controllo, lasciando l’altro nel incertezza.
E io?
Io sono fuori da questo scambio.
Il silenzio continua a regnare.
Cerco di razionalizzare. Il barista è nel suo ambiente, ha un ruolo, una sicurezza naturale. Usa un linguaggio diretto, rischia, e questo lo rende efficace. Io invece sono sempre stato più controllato, più attento.
In questo contesto, il controllo sembra diventare debolezza.
Resto fermo, con lo sguardo al mio cellulare, ma la mente è lì, rivolta a loro due.
Capisco che non sto più solo osservando una scena.
Sto misurando me stesso, e non mi piace il risultato.
La scena si carica di tensione silenziosa, fatta più di sottintesi, che di parole. Io resto qui, apparentemente distratto dal telefono, ma in realtà perfettamente consapevole, di ogni movimento attorno a me. È una posizione difensiva: osservare senza esporsi, controllare senza partecipare. Ma è anche una posizione fragile, perché mi espone comunque al giudizio degli altri, senza darmi strumenti per reagire davvero.
Sembra comunque, che il gioco si sia temporaneamente interrotto.Questo dettaglio è fondamentale: è sempre lei a stabilire i tempi, i confini, le aperture.
Infatti, dopo un’altra decina di secondi, Gaia gli dice:" Scusa un attimo."
E poi si rivolge a me:" Francesco; ma stai aspettando i tuoi amici? "
Non mi giro. Continuo a guardare il cellulare, come se bastasse a proteggermi.
Le rispondo:" No, non li ho più sentiti, dopo che sono andati via. Nel gruppo non hanno scritto, e anche nel gruppo di noi quattro, non ci sono messaggi. Probabilmente hanno fatto un gruppo a parte, loro tre."
Lei insiste, cercando una crepa nella mia versione:" Ma non può essere una coincidenza, che tu sia venuto qua."
Rispondo di nuovo, senza guardarla:" Se insinui che ti ho pedinata, pensa pure cosa vuoi. Tanto non riuscirei a farti cambiare idea."
Il barista interviene subito, come a voler rafforzare una dinamica a due contro uno:" Gaia; ti ha sicuramente pedinata."
Gaia lo guarda, ma non gli dà soddisfazione. Torna su di me:" Francesco; non penso questo. Visto che sei qui e sei da solo, stai con noi."
Questa frase è ambigua: sembra un’apertura, ma in realtà è una forma di controllo. Mi vuole vicino, ma alle sue condizioni.
Io resto fermo:" Sono praticamente con voi, sono a qualche metro di distanza."
La mia compagna di università rilancia:" Non puoi avvicinarti? "
Io mantengo la distanza, che ormai è diventata simbolica:" Gaia; sto bene dove sono."
A questo punto decide di annullarla lei, questa distanza. Si alza, prende lo sgabello, e lo trascina accanto a me. Si siede. È un gesto fisico forte: invade il mio spazio, lo ridefinisce. Il barista la segue, come attratto dalla sua orbita.
Gaia mi colpisce direttamente:" Non è più facile parlare così? Stando da solo, fai la figura dello sfigato."
Io non reagisco emotivamente. Mi limito a dire:" Sarà come dici."
Dentro, questa frase pesa. Non è solo un insulto: è un tentativo di ridefinire il mio ruolo sociale, davanti agli altri.
Il barista prova a spostare il gioco su un piano più intimo:" Gaia; vieni con me, nel retro? Devo farti vedere una cosa."
Lei chiede:" Cosa? "
La risposta è scontata:" Una cosa molto bella."
Gaia introduce un elemento, che non gli piace:" Può venire anche Francesco? Non posso lasciarlo da solo."
Ovviamente lui rifiuta, ma lo fa, giocando:" No, è una cosa che appare solamente, se c’è la magia di noi due. Con altre persone, resta nascosto. Si vergogna, è timido."
Qui emerge chiaramente la dinamica: esclusione, complicità, seduzione.
Io intervengo, ma lo faccio con distacco:" Gaia; vai pure. Ti aspetto qui."
Lei, però, cambia completamente registro:" Francesco; io e te dobbiamo parlare. E, questa volta, definitivamente."
Sarà la resa dei conti? A secondi, lo scoprirò.
" Dimmi pure."
Essendo una resa dei conti, stranamente non vuole umiliarmi davanti al suo nuovo amico. Questa cosa mi stupisce. Un minimo di sensibilità e rispetto nei miei confronti.
“ Privatamente, non davanti ad altre persone."
Sentendo queste parole, il ragazzo rispetta la volontà della mia compagna di università.
" Vado a vedere, se le altre persone hanno bisogno.”
E finalmente resta uno spazio più autentico.
Mi chiede:" Francesco; perché sei qui? E non mi dire la storiella della partita.Non sono stupida."
A questo punto scelgo la verità:" Mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo a prendere un caffè. Si era sentito in precedenza con Bartolomeo, per vederci. Io non lo sapevo. Bartolomeo mi ha detto che saresti voluta uscire con me, e che mi avresti aspettato qui."
Sentendo la mia giustificazione, cambia totalmente espressione.
“ Ora capisco. Avresti potuto dirmelo prima."
Mi trovo in una situazione complicata, a dir poco. Non riesco più a distinguere verità e menzogna.
“ E per quale motivo? "
La sua risposta fa apparire, come se io sbagliassi sempre. Anche questa volta pretende di far passare il suo pensiero, come l’unico giusto e corretto:“ Perché sarei rimasta fin da subito con te."
Torniamo a Roberto.
Mi tiene ancora per mano, mentre inizia a camminare lentamente, tra gli espositori illuminati. Il negozio è elegante, ordinato, quasi silenzioso. Le luci calde rendono tutto più morbido: i colori dei tessuti, i riflessi dei ganci metallici, perfino i movimenti delle poche clienti presenti.
Io invece mi sento rigido, fuori posto.
Come se stessi entrando in un territorio proibito.
Lavinia sembra accorgersene immediatamente.
Per questo rallenta il passo.
Non mi trascina, mi accompagna.
" Roberto; smettila di guardarti attorno, come se stessi entrando in una banca,da rapinare."
Abbozzo un sorriso nervoso.
“ Oceano si sta incazzando.”
La mia compagna di banco sospira, e va subito a cercarlo con lo sguardo.
“ Tutto bene? “
Lui smette di giocare con il cellulare, alzando il viso verso di noi.
Sul suo volto compare un sorriso.
“ Certo, fate pure con calma.”
C’è un detto: l’attesa aumenta il piacere. Probabilmente Oceano sta già fantasticando, su cosa farà dopo a Lavinia, nei camerini. Non c’è altra spiegazione.
Intanto la mano di Lavinia continua ad accompagnarmi, mentre osserva, tranquilla, gli scaffali.
Il primo reparto è pieno di completi dai colori chiari: bianco, crema. Tessuti leggeri, quasi trasparenti in alcuni punti. Reggiseni con pizzo floreale molto sottile, coppe morbide, piccoli fiocchi centrali, cuciti appena sopra l’elastico.
Lavinia ne prende uno color avorio.
" Ti piace questa fantasia floreale; Roberto? ”
Lo dice con assoluta naturalezza, mentre io non so neanche dove guardare.
Le rispondo con difficoltà, quasi balbettando:” Lavinia; sono tutti belli. A te starebbero tutti benissimo.”
Mentre io parlo, lei continua ad armeggiare con il reggiseno.
“ Questo e’ come una seconda pelle per i seni. Segue le loro forme, senza modificarle. E’ trasparente solamente in alcuni punti. Lascia nascosti i capezzoli. Cosa ne pensi, Roberto?”
Non posso far altro che ammettere tutta la mia inadeguatezza:” Lavinia; io non ne capisco niente. Non mi sono mai occupato di reggiseni. Oceano è un esperto, io no. Non capisco perché non chiedi un parere a lui.”
Il suo sguardo mi fulmina:” Roberto; ti faccio una domanda molto semplice. Ti piacerebbe vedermi, con questo reggiseno addosso? Se la risposta è negativa, vuol dire che lo devo scartare.”
Ascolto le sue parole, ma non ne comprendo in pieno il significato. Rimango immobile e inerme, di fronte ad una domanda del genere.
La mia compagna di banco sta veramente parlando di reggiseni con me?
Mi gratto la fronte, quasi nella speranza che, questo gesto, possa aiutarmi.
Ma rimane esclusivamente una reazione nervosa, di fronte alla tranquillità di Lavinia.
Intanto fisso il reggiseno color avorio, leggerissimo. Le coppe hanno un ricamo floreale finissimo, quasi impercettibile, e lungo i bordi corre un pizzo delicato, che sembra potersi strappare con niente. Perfino io, che non ne capisco nulla, riesco a vedere quanto sia fragile quel tessuto.
Lavinia continua a guardarmi.
Aspetta una risposta vera.
Io invece mi sento completamente fuori posto. È assurdo essere qui, dentro un negozio di intimo, a parlare di reggiseni con lei, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Lei invece appare perfettamente a suo agio.
Anzi, sembra quasi divertirsi.
" Roberto; vuoi rispondermi? "
La sua voce è calma, ma insistente. Non mi lascia vie di fuga.
Stringo le mani lungo i fianchi.
Cerco le parole giuste.
Il problema è che, qualunque risposta, mi sembra sbagliata.
Se dico sì, scateno la furia omicida di Oceano.
Se dico no, le mento.
E così resta solamente una risposta inutile, debole:" Non lo so."
Lavinia sospira appena.
Poi alza un poco il reggiseno.
" Roberto; prendilo in mano, così senti la consistenza, e ti fai un’idea."
La mia reazione è immediata.
" Lavinia; io non posso toccare la merce. Solamente tu puoi toccarla."
Lei inclina leggermente la testa.
" E chi lo dice? "
Abbasso lo sguardo quasi automaticamente. Non riesco a sostenere i suoi occhi, quando mi mette così in difficoltà.
" C’è il rischio che possa rompere il reggiseno. Non ne ho mai maneggiato uno, e non ho idea di come si faccia. Sembra un tessuto così sottile, così delicato. Con le mie goffe mani, potrei solamente fare dei gran casini. Tenta di capirmi."
Per un attimo Lavinia resta in silenzio.
Mi osserva attentamente.
E capisco che sta analizzando la mia risposta, molto più di quanto vorrei.
Il problema non è il reggiseno.
Il problema sono io, il modo in cui mi sento sempre inadatto a tutto. Come se ogni gesto che faccio, rischiasse di rompere qualcosa. Come se io fossi sempre l’elemento sbagliato, dentro qualunque situazione.
Lavinia probabilmente lo percepisce.
Infatti il suo sguardo cambia leggermente.
Diventa meno ironico, più morbido.
" Roberto; un reggiseno non è cristallo."
Io provo a sorridere appena.
" Con me potrebbe diventarlo."
Lei scuote lentamente la testa.
Poi, senza smettere di guardarmi, prende delicatamente una mia mano.
E ci appoggia sopra il tessuto.
Il mio cervello si blocca completamente.
Sento solo la leggerezza del materiale, contro le dita. Morbido. Fresco. Sottilissimo.
Lavinia continua a tenere la mia mano ferma.
" Vedi? Non si rompe."
Io deglutisco.
Non riesco quasi a respirare normalmente.
Nella mia testa, questo reggiseno smette subito di essere un semplice oggetto. Diventa inevitabilmente qualcosa legato a lei. A come starebbe addosso a lei. Al fatto che lei me lo stia facendo toccare, senza alcun imbarazzo.
E questa cosa mi destabilizza enormemente.
Cerco immediatamente una via d’uscita.
" Oceano sicuramente saprebbe consigliarti meglio."
Appena lo nomino, Lavinia cambia espressione.
Sembra più esasperata, che infastidita.
" Roberto; basta usare Oceano, come scudo."
Mi irrigidisco.
Lei continua:" Sto chiedendo un parere a te."
" Ma io non sono capace."
La mia compagna di banco è testarda, non vuole saperne di arrendersi:" Non ti sto chiedendo una lezione tecnica."
Tiene ancora il reggiseno tra le mie dita.
" Ti sto chiedendo se ti piace."
Resto zitto.
La verità è che mi piace tutto, quello che riguarda lei.
Ed è proprio questo il problema: lei appartiene ad Oceano. Anche se fossi l’ultimo ragazzo sulla terra, non mi apparterrebbe.Sono troppo brutto e sfigato.
Lavinia allora sorride appena, quasi avesse già capito la risposta.
Si avvicina di un piccolo passo.
" Roberto; secondo me tu pensi troppo."
" E tu troppo poco."
Ride piano.
" Possibile."
Per poi tornare subito seria:" Però ho le idee molto più chiare, di quello che pensi.”
Poi riprende il reggiseno dalle mie mani, e lo osserva davanti a sé.
" Però guarda, quanto è elegante."
Lo gira leggermente.
" Vedi questi dettagli floreali? E questo pizzo, qui sotto? Non è volgare. È delicato."
Io annuisco lentamente.
Lei continua la sua analisi, come se stesse commentando un’opera d’arte.
" Questo tipo di completo non serve a colpire subito. È più raffinato."
La ascolto parlare, ma contemporaneamente osservo il modo, in cui le sue dita scorrono sul tessuto. La naturalezza con cui pronuncia certe parole. La tranquillità assoluta che ha nel parlare di qualcosa, che per me invece sembra proibito.
Ed è proprio questa differenza tra noi, a mandarmi in confusione.
Lei vive tutto con leggerezza.
Io trasformo ogni cosa, in un terremoto emotivo.
Ora ho una cosa più urgente da fare. Devo metterla al corrente di un grosso problema. Lei sta giocando, ma non si rende conto dell'enorme rischio. E la colpa e' sua.
" Lavinia; è meglio che vai da Oceano, e che lo distrai. Io cerco di allontanarmi dal negozio."
La mia compagna di banco mi guarda sbalordita.
Ha ancora il reggiseno color avorio, tra le mani.
" E adesso cosa è successo? "
La metto in guardia quasi sottovoce, come se stessi confessando qualcosa di gravissimo:" Un super casino."
Invece di preoccuparsi, sorride.
Anzi, sembra ancora più incuriosita.
" Addirittura? Adesso sono curiosa."
Chiudo gli occhi per un istante.
Sto cercando il modo giusto per dirglielo, senza sembrare completamente fuori di testa. Ma ormai il danno è fatto. E più resto qui dentro, peggio sarà.
Le rispondo lentamente, sentendo l’imbarazzo salirmi addosso:" Lavinia; sono veramente mortificato. Ma non ho resistito. Ho il cazzo duro, che mi scoppia nei pantaloni."
Istintivamente, Lavinia abbassa lo sguardo verso il mio bozzo.
La richiamo subito al ordine, molto preoccupato:” Lavinia; sei pazza? Alza subito gli occhi. Se se ne accorge Oceano, o le commesse, o le altre clienti? Qui succede un casino, te lo dico subito. E poi non so come se ne uscirà.”
Lei mi guarda, con sorpresa sincera.
" Roberto; sei un ragazzo come tutti gli altri. Me ne ero già accorta, senza che tu me lo dicessi. Vuoi dirmi dov'è il problema? "
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