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E' un mondo difficile ( capitolo 58 )


di chiara94
17.04.2026    |    1.134    |    203 6.0
"” Lei ripete, lentamente, scandendo le parole:” Il mio cellulare rimarrà sempre acceso; Francesco..."
Gaia mi dice: ‘Francesco; queste non sono lacrime di gioia, ma di disperazione.Ormai ti conosco bene.”
Le sue parole arrivano dritte, senza filtri.
Non sono cattive, sono lucide.
Ed è proprio questo, che le rende insopportabili.
Abbasso lo sguardo e mi copro gli occhi con le dita, come se potessi fermare qualcosa, che ormai è già uscito.
Ma non funziona.
Le lacrime passano lo stesso, trovano spazio tra le dita, scendono senza chiedere il permesso.
Dentro sento un cedimento netto.
Non è più tensione, non è più conflitto.
È crollo.
Posso costruire tutte le difese che voglio, ma con Gaia succede sempre la stessa cosa: lei non le aggira, le attraversa.
Ed io resto scoperto.

Ancora uno sguardo tra lei e Bartolomeo.
Quel tipo di sguardo, che ormai riconosco.
Una comunicazione silenziosa, che mi esclude.
Poi Gaia torna su di me:“ Francesco, scusa; forse hai frainteso. Io ho parlato di uno spogliarello, non di altro. Forse tu hai capito male.”
Alzo appena il viso, senza davvero guardarla.
“ Avevo già perfettamente capito, senza la tua puntualizzazione. Comunque ti ringrazio per averla fatta.”
La mia risposta è fredda.
Ma è una freddezza fragile, costruita sopra qualcosa, che sta ancora tremando.
Ancora uno scambio di sguardi tra loro.
Poi Gaia insiste:“ No, non è così, altrimenti verresti.”
Questa frase mi colpisce più del resto, perché mi definisce, mi legge.
E, in un certo senso, mi smaschera.

Alzo la voce, senza volerlo davvero:“ Verrei a fare cosa? A farmi una sega? ”
È una risposta difensiva, ironica, ma carica di nervosismo.
Bartolomeo interviene subito, mettendosi fisicamente tra noi due.
“ Calma, Francesco; non ti agitare. Parla tranquillamente.”
In questo caso, la sua presenza è diversa da quella di Gaia.
Lei destabilizza, lui contiene.
Non per aiutarmi davvero, ma per mantenere il controllo della situazione.
Gaia riprende, più morbida:“ Francesco; guarda che si sta parlando di uno spogliarello. Puoi venire tranquillamente. Te lo giuro su quello che vuoi.”
Io sono davanti a lei, ma non la guardo.
Non riesco.
Perché guardarla significherebbe entrare di nuovo nel suo campo.
E, in questo momento, non ho le forze.

Allora lei accorcia la distanza.
Mi prende il viso, con entrambe le mani.
“ Francesco; guardami.”
Il gesto è deciso, ma non aggressivo.
Gira il mio volto verso di lei.
Questa volta sono obbligato a guardarla, ma non ci sono.
I miei occhi sono aperti, ma vuoti.
Sono bagnati, stanchi, persi.
Gaia aggiunge:“ E’ per finire la serata in modo goliardico, tutto qui.”
Goliardico.
Per lei è leggerezza.
Per me è la disfatta più totale.
Sposto di nuovo lo sguardo.
Non voglio che mi veda ulteriormente così.
Non voglio che abbia anche questo di me.
Ma lei insiste, mi riprende il viso, ancora.
“ Francesco; mi stai ascoltando? ”
Non rispondo, perché la verità è semplice.
La sento, ma non riesco più a starci dentro.
La mia testa è altrove.
Come se una parte di me fosse rimasta lì, davanti a lei; ed un’altra si fosse già allontanata.

Poi torna a guardarmi:” Lasciamo perdere le manette, è meglio. Ho un’altra idea: se mi dici cosa ti è piaciuto del ballo, puoi venire.”
Questa volta non cerca lo sguardo di Bartolomeo.
È una decisione sua, e si sente.
In questo momento capisco qualcosa di lei che, fino a poco prima, mi sfuggiva: Gaia non è guidata, non è trascinata. Semplicemente sceglie quando lasciarsi guidare, e quando no.
La guardo e rispondo con una calma, che non mi appartiene davvero, ma che mi impongo:
“ È stato un ballo molto sensuale, malizioso, coinvolgente, mai volgare. Nella vostra innocenza e purezza, siete riuscite a confondere fantasia e realtà. Soprattutto tu, Gaia; hai un dono: nonostante tu non conceda nulla, i tuoi piccoli gesti battono mille a zero, la volgarità. È questo, che mi è sempre piaciuto di te. Riesci a stupire e a colpire sempre, con la tua semplicità.”
Mentre parlo, sento ogni parola uscire con un peso preciso. Non è improvvisazione, è verità. È quello che ho sempre pensato, ma che forse non avevo mai detto così chiaramente.

Gaia mi osserva.
Non sorride subito.
Valuta.
Poi esclama, con un’energia quasi teatrale:” Bravo, Francesco. Hai vinto il biglietto per assistere alo spogliarello, a casa di uno dei due ragazzi.”
È un premio, secondo il suo punto di vista, ma non secondo il mio.
Scuoto lentamente la testa.
Un’altra lacrima scende, senza che io riesca a fermarla. Ormai non ci provo neanche più. Non ha senso difendersi da qualcosa, che ti ha già attraversato completamente.
“ No, non verrò.”
La mia voce è bassa, ma ferma.

“ Preferisco pensarti come la Gaia, che ha ballato prima in discoteca; e la Gaia, che ha ballato con me, a casa di Giacomo. Non mi interessa scoprire quel altra Gaia. Quella Gaia, so già, che non mi piacerà. Sarà troppo simile alle altre ragazze."
Questa volta non è solo una scelta.
È un confine.
Gaia non risponde subito.
Si gira verso Bartolomeo.
È un gesto istintivo, quasi automatico. Come se, anche quando prende una decisione da sola, avesse comunque bisogno di verificare qualcosa,o forse solo di condividere il peso della situazione.
Bartolomeo la guarda, ma resta in silenzio.
Sceglie ancora una volta di non intervenire.

Al improvviso, un suono rompe la scena.
Un bip continuo. Fastidioso. Ritmico.
Gaia abbassa lo sguardo sul proprio telefono.
Bartolomeo fa lo stesso.
Non è il loro.
Gaia torna a guardarmi, leggermente incuriosita:
“ Francesco; chi ti chiama a quest’ora? Valentina? Serena non ha il tuo numero.”
Scuoto la testa.
La mia compagna di università me lo chiede con dolcezza, ma lo sguardo è perentorio:” Mi fai vedere il cellulare? “
“Certo.”
Glielo porgo, senza esitazione.
Il suono continua, insistente. Quasi fuori luogo, in mezzo a questa tensione sospesa.
Gaia osserva lo schermo. Sembra totalmente sorpresa:” Ma cosa significa? “
La guardo con una chiarezza totale, dentro di me.
“ Avevo messo il timer.”

Faccio una pausa.
“ Avevo cinque minuti, per parlare con te. E sono finiti.”
Il bip continua ancora per qualche secondo, poi lo fermo.
Silenzio.
“ Devo andare. Rispetto i patti. Pensavo che sarebbero stati i cinque minuti più belli della mia vita, invece non è stato così.”
La guardo un’ultima volta.
“ Però mi rimarranno sempre i tre minuti di quel ballo. Qualunque cosa succeda, tu rimarrai sempre quella Gaia lì, per me.”

Questa è la mia difesa.
Trasformarla in un ricordo.
Bloccarla nel punto in cui ancora, mi apparteneva un po’.
“ Buonanotte.”
Mi volto ed inizio a camminare.
Un passo.
Due passi.
Poi la sua voce mi ferma.
“ Un attimo, Francesco.”
Mi giro lentamente.
C’è qualcosa di diverso, nei suoi occhi.
Meno gioco, più intenzione.
“ Ti ricordi cosa ti aveva detto Valentina, riguardo Corrado? “
La guardo, cercando di recuperare il filo.
“ Mi ha detto tante cose. Non so a quale ti riferisci.”
Gaia accenna un mezzo sorriso, ma è più serio del solito.
“ Ti aiuto io. Ti aveva detto di chiedermi, di non uscire con Corrado.”
Annuisco lentamente.
“Sì, mi ricordo, ma avrei dovuto farlo il pomeriggio. E tu comunque, sei sempre stata chiara: puoi fare quello che vuoi.”
È una resa lucida, allo stesso tempo amara.

La mia compagna di università inclina leggermente la testa.
“ È vero, ma tu puoi chiedermi ugualmente le cose. Tentare non costa nulla, non credi? “
La sua voce è cambiata.
È più bassa, più personale.
“ Non capisco.”
O forse, non voglio capire troppo in fretta.
Ancora uno sguardo tra lei e Bartolomeo, ma stavolta è diverso.
Non è richiesta di approvazione.
È come se stesse solo prendendo tempo.
Poi torna su di me.
“ Il mio cellulare rimarrà sempre acceso; Francesco.”
La guardo, confuso.
“ Non capisco.”
Lei ripete, lentamente, scandendo le parole:” Il mio cellulare rimarrà sempre acceso; Francesco.”

Torniamo a Roberto
Mi affretto a dirle:” No, Lavinia; preferisco che non ti succeda niente."
Le parole escono più ferme, di quanto mi senta davvero. È una scelta che nasce dalla paura, ma anche da qualcosa di più profondo: il bisogno di proteggerla, anche se questo significa andare contro di lei.
Lavinia si mette le mani in faccia, infuriata. Non è una rabbia esplosiva, è più una frustrazione trattenuta, come se io avessi appena complicato tutto.

Fuori, Bruno scuote la testa.
" Roberto, sei un pirla; avresti fatto delle porcate con Lavinia, per merito mio. Più o meno spinte, ma sempre cose zozze. Un’occasione simile non ti ricapiterà mai più."
Il lecca culo di Bruno aggiunge:” Roberto; ha ragione. Sei proprio un pirla. Sfigato eri, sfigato rimani, e rimarrai con tale status, per sempre.”
Poi guarda il suo capo, abbassando un po’ il tono.
" Bruno; meglio che andiamo."
Il mio compagno di classe annuisce ma, prima di andarsene, si gira verso Lavinia.
" Roberto è una frana; potremo assistere, quando sarai con Oceano? "
C’è ancora provocazione, ma anche curiosità morbosa.
Lavinia lo fissa per un attimo.
" Vedremo. Ci penserò."
È una risposta ambigua, volutamente. Non concede nulla, ma non chiude nemmeno del tutto.
Bruno sorride.
" Non vedo l’ora."
Poi si allontana con Luca. I due iniziano a correre, come se tutta la tensione si fosse trasformata in energia da scaricare.

Resta il silenzio.
Guardo Lavinia, senza dire nulla. Adesso che siamo soli, il peso della scena cambia. Non c’è più il pubblico, ma resta tutto il resto.
" Mi fai vedere il cellulare; Roberto? "
La sua voce è più controllata.
Accendo il telefono e le mostro il messaggio: buon pranzo a tutti. Mandato nel gruppo.
Oceano ha già risposto, ricambiando.
Lavinia prende il suo cellulare e risponde anche lei, come se fosse una cosa qualunque. Poi lo posa.
" Sei stato furbo; Roberto."
La guardo, in silenzio. Non so se è un complimento, o un’accusa velata.
" Cosa c’è? "
" Devi parlare con Oceano, per valutare se sostituirmi con quei due? "
La mia domanda è diretta, nascendo da un pensiero, che ormai ha preso spazio dentro di me.
Lei mi guarda, perplessa.
" Ma di cosa stai parlando? "

" Quindi cercate gente, che vi guardi, mentre scopate? "
Sto cercando di dare un senso a quello che ho visto e sentito; costruendo una realtà, che confermi le mie certezze.
Lavinia cambia tono.
" Mi hai scoperta. Sì, è vero. Io sarei d’accordo anche a mettere una webcam, tramite la quale ci possano vedere milioni di persone; mentre Oceano è più sul classico. Solo una o due persone, che assistano."
" E cosa ci guadagnate? " le domando, incuriosito.
" Chiediamo un pacchetto di patatine, in cambio. Ovviamente in due. Sai, non vogliamo essere esosi."
Continuo ad interrogarla, per arrivare alla verità:" Quindi non è la prima volta, che lo fate? Ieri sera avete trovato qualcuno, che ha assistito? "
Lavinia conferma la cosa:” Esattamente. Lo facciamo almeno cinque volte al giorno. Sì, ieri c’era una folla enorme, circa un centinaio di persone. E io ti cercavo, con lo sguardo, tra quella folla, ma tu non non c’eri."
La sua voce è carica di eccitazione.
“ A quelli davanti ho chiesto di domandare, se qualcuno si chiamasse Roberto; e di farlo passare davanti; così avrei potuto giocare con il tuo naso."
E, con una mano, torna ad accarezzare il mio naso.
" Ma non avete paura, che qualcuno vi riconosca? "

A questo punto, la mia compagna di banco torna di nuovo a mettersi le mani in faccia.
" Roberto; possiamo parlare del discorso dei reggiseni? "
" Prima devi rispondere ad un’altra domanda. "
Lei sospira, ma annuisce.
" Ma avresti voluto, che Bruno e Luca guardassero? Cosa avrei dovuto fare? "
La sua risposta e’ prima un sorriso, per poi dirmi:” Le domande sono due. Stai barando.”
Ha ragione. Decido comunque di provare a farla parlare:” Lavinia; ho bisogno di sapere."
La mia compagna di banco torna seria.
"Roberto; a me non fregava nulla della loro presenza. Mi sono indifferenti quei due."
La sua risposta è semplice, ma per me difficile da accettare. Io do loro un peso enorme, lei nessuno.
" Ma perché non ti sei arrabbiata con loro? "
Mi guarda male.
" Su che cosa? "
" Su tutte le cose, che hanno detto."
"Non vale la pena rispondere a quei due sfigati."
Qui emerge chiaramente la differenza: io subisco il giudizio, lei lo ignora.

" Ma quando ti hanno chiesto di toglierti la maglietta, te la saresti tolta? "
" Ovviamente no. Ma che domande mi fai? "
Risposta netta, senza esitazioni.
" E allora perché gli hai detto, che ci penserai? "
Lavinia sbuffa. Non risponde subito.
" Ok, ti accompagno a casa."
È un modo per chiudere, per uscire da qualcosa, che non riesco più a gestire.
" No, tu mi devi raccontare della storia dei reggiseni."
" No, non ti racconto più nulla. Vado al posto guida."

Provo a riprendere il controllo, con un’azione concreta, ma la mia compagna di classe è più veloce.
Il movimento è improvviso, istintivo. Non mi lascia il tempo di reagire, né di capire davvero cosa stia succedendo. Rimango fermo, ancora bloccato tra quello che è appena successo, e quello che sta succedendo adesso.
Nuovamente mi passa con il fondo schiena, davanti alla faccia.
È un attimo, ma lo percepisco in modo amplificato. Non è solo un gesto fisico: per me diventa un altro momento carico, ambiguo, difficile da gestire. Il mio corpo reagisce prima della mia testa, mentre la mente resta indietro, confusa. Il mio cazzo inizia a diventare duro, anche se non ho la più pallida idea, di cosa abbia intenzione di fare.
Ed è proprio questo il punto: io sono sempre un passo indietro, rispetto a lei. Lei agisce, decide, guida. Io cerco di interpretare.
Arriva al cruscotto dell’auto, e toglie le chiavi della macchina.
Il gesto è rapido, deciso. Non c’è esitazione. Sta prendendo il controllo della situazione in modo concreto, non solo simbolico.
Le prende, si allarga un po’ la maglietta da sopra, e le lascia cadere dentro.
Resto immobile.
Mentre le chiavi scivolano giù, con l’altra mano fa in modo di sistemarle.

È precisa, quasi metodica. Come se stesse completando un’azione pensata, non improvvisata.
Soddisfatta di quanto è riuscita a fare, mi guarda, sorridendo.
Il suo sorriso è leggero, ma non è solo gioco. Dentro c’è sfida, sicurezza, e forse anche la volontà di tenermi qui, di non farmi scappare.
Io invece continuo a rimanere fermo.
Diviso tra due impulsi opposti: andarmene, per uscire da qualcosa che mi mette in difficoltà;
oppure restare perché, nonostante tutto, non riesco davvero a staccarmi da lei.
Mi guarda.
" Ora come la mettiamo? "

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