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E' un mondo difficile ( capitolo 61 )


di chiara94
27.04.2026    |    1.106    |    157 5.5
"Bartolomeo interviene con un tono più pratico, che emotivo:” Gaia; al limite ti porto domani mattina, a casa di uno dei ragazzi..."
Lavinia spalanca gli occhi e la bocca.
La sua reazione è immediata, quasi istintiva. Non se lo aspettava, e lo capisco subito: questa volta sono stato davvero diretto, senza filtri, senza il solito giro di parole, che uso per proteggermi.
Per un attimo il tempo si ferma.
Non è la prima volta che mi espongo così, ma adesso c’è qualcosa di diverso.
C’è un terzo elemento, anche se non è fisicamente presente: Oceano. Una presenza che pesa, che condiziona, che rende tutto più rischioso.
Lavinia si sistema il cerchietto con entrambe le mani, prima di riprendere a parlare.
È un gesto piccolo, ma significativo. È come se stesse prendendo tempo, cercando di rimettere ordine nei suoi pensieri.
" Puoi ripetere? Devo aver capito male; Roberto."

Ecco il salvagente.
Me lo sta offrendo apertamente: la possibilità di correggere, di ritrattare, di tornare indietro senza conseguenze immediate.
Ed io lo afferro al volo.
" Mi piacciono di più le tue orecchie."
La correzione esce veloce, quasi automatica. Troppo pulita, per essere spontanea.
Mi guarda con aria interrogativa.
“ Roberto; i miei capelli lunghi le nascondono praticamente.”
Sono proprio un idiota. Avrei potuto dire qualunque cosa, invece ho nominato le orecchie, che effettivamente rimangono mimetizzate. Ed ora cosa le dico?
"Prima mi è sembrato di sentire un’altra parola."
Non vuole proprio saperne di darmi tregua.
Il dubbio resta, non è convinta.

E lì scatta il mio meccanismo di difesa: costruire una spiegazione credibile, anche se forzata.
" Sì, perché voglio continuare il discorso sulla chiave, e dunque ho citato necessariamente i tuoi seni. Non perché volessi veramente parlarne."
Cerco di sembrare naturale, ma dentro sto calibrando ogni parola. È una strategia: riportare tutto su un piano logico, tecnico, neutro.
La mia compagna di banco muove la testa leggermente, come se stesse valutando.
Non è del tutto convinta, ma non mi smaschera.
" Riprendilo pure, allora."
Mi sta mettendo alla prova.
Se esito, se cambio tono, se perdo il filo; il dubbio tornerà.
E io lo so.
Devo riprendere il discorso.
Devo essere fluido, coerente, sicuro.
Non posso permettermi di mostrare crepe.
In questo momento non sto solo parlando della chiave, sto cercando di mantenere un equilibrio fragile: tra quello che provo davvero,e quello che posso permettermi di mostrare, senza perdere completamente il controllo della situazione.
" Roberto; continua. Ti prego."

La guardo, ancora un po’ spiazzato.
" Cosa? "
Lavinia sembra spazientirsi:” Scusa, mi hai detto tu, che vuoi riprendere il discorso sulla chiave.”
Metto su una plateale scenetta. Mi colpisco con una mano aperta, sulla fronte
” Hai perfettamente ragione, che sbadato.”
La mia compagna di banco sembra non crederci. Infatti si limita solamente a:” Continua,” sorridendo.
E lì capisco che, per lei, il gioco non si è mai interrotto.
Per me ogni parola ha un peso, una conseguenza, un significato da decifrare.
Per lei è un flusso più leggero, più libero.
E proprio questa differenza mi tiene agganciato, e allo stesso tempo mi mette costantemente in difficoltà.
Vuole che continui? Va bene,l’accontento.

" Oppure potresti toglierti la maglietta, e la chiave cadrebbe da sola. Oppure, senza maglietta, potrei prenderla dal alto, senza ovviamente."
Mi fermo.
Non riesco a finire la frase.
Il confine è troppo vicino.
Lei però non mi lascia scappare, sottolineando:" Ovviamente stando attento a non sfiorare i miei seni."
Confermo in toto:" Giusto. Se lo sapesse Oceano, poi si arrabbierebbe."
Annuisce:" Molto. Sia con me, che con te."
E per un attimo, cala il silenzio.
È un silenzio diverso: meno giocoso, più carico.
Sicuramente si è resa conto del pericolo, se Oceano lo venisse a sapere.
Cerco un’altra via, qualcosa di più neutro.
"Oppure slacciarti il reggiseno, e sfilartelo da sotto la maglietta, così la chiave cadrebbe."
Lavinia scuote la testa.
"Stanno benissimo su da sole, te lo assicuro. Non è il reggiseno, che le tiene su."
La sua risposta chiude anche questa possibilità.
Non contenta però, riprende a parlare:” E poi, non ho capito. Vorresti togliermi tu il reggiseno; o me lo potrei togliere da sola? ”
La rassicuro istantaneamente:” Ovviamente te lo toglieresti da sola."
Cerco di riportare tutto su un piano controllabile, meno esposto. È quasi un riflesso: quando sento che il discorso si avvicina troppo a qualcosa di pericoloso, lo rendo più neutro, più gestibile.

" Posso farti una domanda, Roberto? "
Annuisco appena. So già che non sarà una domanda semplice.
" Secondo te, Bruno me lo toglierebbe personalmente, o mi direbbe di togliermelo da sola? "
La sua domanda è diretta, anche se inutile, perché la risposta è facilissima, senza possibilità di errore.
Sospiro.
" Bruno è uno deciso, è uno che ci sa fare. Il tuo reggiseno finirebbe a brandelli. Te lo strapperebbe via."
Appena lo dico, mi rendo conto che sto ribadendo una figura opposta alla mia.Non riesco però a mentire. Bruno è sicurezza, azione, istinto. Non c’è altro da aggiungere, definirmi sarebbe troppo umiliante.
" Addirittura? "
Fa un mezzo sorriso, aspettando sicuramente che io dica qualcos'altro.
Faccio segno di sì con la testa.

" Perché non chiedi ad Oceano un consiglio, su come fare? Puoi confidarti con lui, ammettendo di avere poca esperienza, se non praticamente nulla.Chiacchierate dieci minuti, e poi gli spieghi la tua idea: la ragazza deve rimanere senza reggiseno. Ovviamente lui sarà incuriosito, ti ascolterà volentieri; e tu gli chiederai, se è meglio che glielo levi tu, o se è meglio che le chiedi di farlo lei."
Scuoto subito la testa.
" Lavinia; io non farò mai una cosa simile. Vuol dire. "
Mi fermo. Abbasso lo sguardo.
Non è solo imbarazzo. È paura di espormi, di essere frainteso, di entrare in un territorio, che non so gestire.
" Roberto; Oceano è un tuo amico. Queste domande sei legittimato a fargliele."
Lei la vede in modo semplice, io no.
" Lavinia; se gli dico una cosa simile, sospetterà."
Qui emerge chiaramente il mio schema: anticipare il giudizio degli altri, immaginare conseguenze negative, e bloccarmi prima ancora di agire.

" Ma non hai detto che sei uno sfigato, che non ti guarda nessuna ragazza? Oceano dovrebbe essere geloso di te? "
La sua risposta è logica.
" Hai ragione, nessun ragazzo potrebbe essere geloso di me."
Lo dico quasi con leggerezza, ma dentro c’è qualcosa di più pesante: è un auto definizione, ormai interiorizzata.
" Concordo. Infatti Bruno ti avrebbe regalato la sua macchina, pur di stare al tuo posto."
Qui il suo tono cambia. È ironico, ma anche provocatorio.
" Ma non è successo nulla. "
Provo a riportarla alla realtà.
" Ti avrebbero regalato la sua macchina ugualmente."
Insiste.
Sorrido, cercando di stare nel gioco:” Sarebbe stato un ottimo scambio con la macchina di Bruno "
Non finisco la frase.
Lo schiaffo arriva improvviso.
" Sei uno stronzo; Roberto. E qui non sono pentita, te lo sei proprio meritato."
La sua reazione è netta, senza ambiguità. Non è come prima, qui non si scusa.
Mi guarda malissimo.
" Veramente dai importanza alla macchina? Io sono sulla tua macchina, non su quella di Bruno."
" Tu stessa mi hai detto, che ha un sacco di accessori ultra moderni."
La mia risposta è ancora difensiva. Mi aggrappo ai dettagli, per non entrare nel punto centrale.
Lavinia porta le mani alla bocca, come un altoparlante:" Svegliati Roberto."
E questa frase mi colpisce più dello schiaffo.
Non è rabbia, è frustrazione.
Provo a difendermi:” Lavinia; io vengo dietro, a quello che tu mi dici. Prendo sempre tutto per vero."
La mia frase è quasi una resa. Non è una vera difesa: è un modo per spiegare il mio comportamento, per dire che non sto scegliendo davvero, sto solo seguendo.

Lavinia mi guarda, sorpresa.
" Allora oggi vai a comprare un pacchetto di patatine? "
Al inizio non capisco. La sua domanda sembra scollegata, poi improvvisamente il collegamento si accende.
" Ve ne compro due. Uno per te, uno per lui."
Rispondo serio. Ancora una volta prendo tutto alla lettera, senza filtrare.
Lei mi guarda, come se non credesse a quello che ha sentito.
" Gusto paprika."
" Agli ordini."
In questo momento si vede chiaramente il mio schema: trasformo tutto in esecuzione. Non metto in discussione, non rilancio, non gioco davvero. Obbedisco.
Lavinia torna a ridere, mentre riprende a giocare con il mio naso.
La sua leggerezza contrasta con la mia rigidità.

E proprio ora succede qualcosa.
Alzo un braccio, ma si ferma a metà.
Non ha una direzione chiara. Non so nemmeno io, cosa voglio fare davvero. È un gesto sospeso tra desiderio e paura.
Resta lì, a mezza aria.
E questo dice tutto: l’impulso parte, ma viene subito bloccato.
La mia compagna di banco se ne accorge.
Vede il mio braccio fermo, la mia indecisione, la mia paura.
" Roberto; non avere paura. Non ti dico nulla."
Quelle parole sono importanti. Non è solo un permesso: è un tentativo di rassicurarmi, di abbassare la mia tensione.
E funziona.
Il mio braccio riparte, poi anche l’altro.
È come se, tolto il freno, il movimento diventasse improvvisamente deciso, quasi rapido, come per recuperare tutto il tempo perso.
Arrivano a destinazione.
Le orecchie di Lavinia.

Torniamo a Francesco.
Gaia torna a guardarmi.
I suoi occhi sono due bracieri accesi.
Non è solo rabbia: è frustrazione, è tensione, è bisogno di affermarsi.
Per qualche secondo resta così, sospesa tra il gesto e la decisione.
Poi, lentamente, allenta la presa.
Le sue dita si rilassano, scivolano via dal mio collo, fino a lasciarlo completamente libero.
Quel rilascio non è solo fisico.
È come se, per un attimo, anche lei si rendesse conto di aver superato una linea, ma non lo ammetterebbe mai.
Io respiro di nuovo a pieno.
E mentre l’aria torna nei polmoni, mi rendo conto di una cosa, con una lucidità improvvisa: in questa scena, la perdita di controllo più evidente non è la mia.
È la sua.
Chi ha davvero il controllo, non ha bisogno di stringere il collo di qualcuno, per dimostrarlo.
Gaia inspira profondamente, come se stesse cercando di rimettere insieme i pezzi di sé, dopo lo scatto di rabbia. Quando torna a parlare, la sua voce è più controllata ma, sotto la superficie, vibra ancora:“ Francesco; mi stai chiedendo di non andare a casa del poliziotto? Altrimenti non ho capito la tua affermazione.”
La guardo e rispondo subito, quasi per evitare che fraintenda ancora:" Gaia; assolutamente no. Quella rimane una scelta tua. Io non ti posso dire cosa puoi fare, e cosa no; però non posso neppure accettare che il nostro rapporto sia cronometrato.”
La mia frase è lucida, ma è anche una linea di confine. Non le sto imponendo nulla, ma sto ribadendole, cosa non accetto.

La reazione di Gaia è immediata e violenta.
Colpisce con un pugno, il poggiatesta.
Il movimento è improvviso, carico di tensione. Riesco a spostarmi appena in tempo. E' un gesto diretto contro di me, dovuto alla sua esplosione.
“ Francesco; l’unico che ha usato il timer, sei stato tu.”
La sua accusa è difensiva. Sta ribaltando la responsabilità, cercando di riprendere il controllo della narrazione.
Bartolomeo interviene con un tono più pratico, che emotivo:” Gaia; al limite ti porto domani mattina, a casa di uno dei ragazzi. Lo spogliarello lo fate, quando vi svegliate. Ovviamente di mattina, perché il pomeriggio dovete uscire con Francesco e i suoi amici.”
Gaia non lo guarda nemmeno.
È ancora focalizzata su di me.
“ Sì, possiamo fare così.”
Poi aggiunge, sempre senza distogliere gli occhi:“ Francesco; non mettiamo limiti di tempo. La durata la deciderai tu.”
La guardo in silenzio.
È un cambiamento improvviso, da aggressiva torna dolce.
Come se sapesse esattamente, quando spingere e quando ritirarsi.
Mi spettina i capelli, con quel gesto che ormai conosco fin troppo bene.
“E non dirmi che non ti va, perché mi sono accorta, che non ti sono indifferente.”
Ha ragione, il mio cazzo è diventato duro, e lei lo ha sentito.
O meglio, lo sta ancora sentendo.
Bartolomeo interviene con una naturalezza, quasi disarmante:” Francesco; non devi vergognarti. Anche a me succederebbe la stessa cosa, se fossi al tuo posto."
Scuoto la testa:” Davanti a te, io non faccio nulla.”
Non è solo imbarazzo, è totale rifiuto da parte mia.
Gaia precisa subito:” Ma tu non devi fare nulla, devi solo guardare. Se no, perché ti avrei messo le manette? “
La guardo, e questa volta la mia risposta è più netta:” Se guarda anche lui, io non voglio guardare.”
La mia compagna di università prova a rassicurarmi:” Francesco; stai tranquillo. Con lui è diverso, ho un rapporto particolare. Non vi vedo allo stesso modo.”
Ed è proprio questa frase, a farmi capire tutto.
Un pensiero si forma, improvviso, preciso.

“ Non li ha chiamati Serena; sei stata tu, vero? “
Lei non nega.
Mi accarezza ancora i capelli.
“ Questo non è importante; Francesco.”
Per me lo è, eccome se lo è.
Sento qualcosa rompersi dentro:” Quindi a te non interessa uno dei due giovani; a te piace Bartolomeo, giusto? “
Silenzio.
La sua mano continua a muoversi tra i miei capelli, ma non risponde.
Anche Bartolomeo mi guarda.
Questo silenzio vale più di qualsiasi parola.
“ Non capisco però perché mi avete coinvolto.”
Gaia cambia strategia:“ Francesco; tu ci hai provato con me, e ti ho detto di no. Nonostante questo, tu non ti sei arreso, giusto? “
Resto in silenzio, perché inizio a temere la risposta, che sta per arrivare.
“ Francesco; vorrei che parlassi.”
Deglutisco.
“ Non avevo considerato, che potessero piacerti quelli più grandi.”
Lei annuisce leggermente.
“ Bartolomeo ha voluto conoscerti.”
Le parole mi colpiscono più di quanto vorrei.
“ Quindi voi vi frequentate già da un po’? “
Un cenno di sì.
“ Anche quando uscivi con me? “
Un altro cenno.
È in questo momento, che la realtà si ricompone, pezzo dopo pezzo.
Tutto assume un significato diverso.
“ Francesco; vuoi guardare? “
La guardo, senza davvero vederla.
“Che scopi con Bartolomeo? No, grazie.”
La mia compagna di università scuote la testa:” Mi limito a fare uno spogliarello, davanti a voi due.”
Sento salire il nervosismo.
“ Gaia; toglimi le manette.”
Ma lei si avvicina ancora, con le labbra a pochi centimetri dalle mie.
“ Ora bacio Bartolomeo, e poi faccio lo spogliarello.”
Resto immobile.
Non riesco nemmeno a reagire subito.
Poi succede.
Si gira e lo bacia.
È un bacio breve.
A stampo, labbra contro labbra.

Ma basta, mi volto verso il finestrino.
“ Che schifo, potrebbe essere tuo padre.”
Bartolomeo risponde con una calma, che mi irrita ancora di più:”Francesco; non sai che alle ventenni, piacciono quelli più grandi? “
“ Per fortuna non a tutte.”
Gaia mi guarda.
“ Francesco; cosa vuoi che mi inizi a togliere? “
Non rispondo, rimango a guardare fuori.
Gaia riprende a parlare con un tono che vorrebbe sembrare leggero, ma che tradisce una certa incertezza, quasi una ricerca di appoggio.
“ Francesco; se non proponi tu, proporrà Bartolomeo. Io non ho esperienza; è la prima volta che faccio una cosa simile, dunque devo essere guidata.”
Le sue parole mi arrivano, ma restano in superficie. Non voglio girarmi, non voglio più guardarla. È come se il semplice incrociare il suo sguardo, potesse riaprire qualcosa, che sto cercando disperatamente di chiudere.
Dentro di me c’è una resistenza nuova: non è più solo dolore, è rifiuto.
Bartolomeo interviene con naturalezza, come se la situazione fosse del tutto normale:“ Oppure Gaia; posso toglierti io, le cose. Sarebbe un modo per partecipare anche io, come sta partecipando Francesco.”
Partecipo?
La parola mi rimbalza nella testa, con un’ironia amara.
Sì, sto partecipando, ma nel modo in cui intendono loro.
Sto partecipando come spettatore forzato, come presenza utile a rendere il loro gioco più intrigante. Un testimone, non un protagonista.
Loro addirittura mi vorrebbero a fare il guardone, sottomesso e umiliato.
Gaia raccoglie subito la proposta:“ Francesco; può essere una soluzione. Sarà guardare e non toccare, anche per lui.”

È in questo momento che qualcosa, dentro di me, si spezza definitivamente.
Mi giro di scatto.
La voce mi esce più forte di quanto vorrei, carica di tutto quello che ho trattenuto, fino a questo momento.
“ Ma mi vuoi prendere per uno stupido? Come mai io ammanettato, e lui ti spoglia? È un caso, vero? “
Il respiro mi esce pesante, irregolare. Lo sento rimbalzare sul viso di Gaia.
Non sto più cercando di controllarmi.
Sto finalmente dicendo quello che penso.
Bartolomeo, ancora una volta, prova a riportare equilibrio.
“ Possiamo anche fare cambio; Francesco. Non c’è alcun problema.”
Gaia annuisce subito, cercando di adattarsi.
“ Ha ragione; Francesco. Vuoi spogliarmi tu, e lui rimane ammanettato? “
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