tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 60 )
23.04.2026 |
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"Se Serena si spoglia davanti ai poliziotti, è perché sarà intrigata, e domani non si ricorderà neanche chi sono..."
Gaia resta lì, tra i sedili. Non torna subito indietro.Anzi, si avvicina leggermente di più.
“ Francesco; tutto bene? “
La domanda è semplice. Ma il tono, no.
C’è una sfumatura nuova.
Più bassa, quasi morbida.
Come se, senza Bartolomeo, potesse permettersi un’altra versione di sé.
Io, però, non cambio.
“ Sì, certo. Vi ringrazio per il passaggio.”
Educato, distante, controllato.
È la mia unica difesa rimasta.
Gaia inclina leggermente la testa, come se stesse valutando, quanto sia sincero.
Poi parla, e cambia completamente piano:“ Francesco; domani non scrivere in gruppo, a Valentina. Non voglio che parli più con lei.”
La frase arriva netta.
Senza premesse, senza esitazioni.
“ È solamente negativa per il nostro rapporto. È gelosa di me, e questo porta a più situazioni, come quelle di stasera.”
Non alza la voce, non sembra nemmeno arrabbiata.
È questo che la rende più forte.
Più che imporsi, in questo momento ridefinisce.
Stabilisce cosa è giusto e cosa no, cosa aiuta e cosa rovina.
E lo fa con una sicurezza, che non lascia spazio a discussioni.
Io la guardo, e dentro sento qualcosa che si stringe.
Quella non è una richiesta, è una selezione.
Lei sta scegliendo cosa deve restare, e cosa deve sparire.
Ed io, in questo momento, capisco perfettamente dove sta il rischio.
Non rispondo subito.
C’è un piccolo silenzio.
Poi cedo:“ Ok, Gaia.”
Due parole semplici, ma dentro è una resa.
Non a lei, ma a quello che rappresenta per me.
Gaia mi osserva ancora un attimo.
Non sorride, come se stesse verificando, se ho capito davvero, o se sto solo eseguendo.
Poi si tira indietro lentamente, tornando al suo posto.
La distanza fisica aumenta.
Quella emotiva, no.
La portiera si apre di nuovo.
Bartolomeo risale in macchina con naturalezza, come se nulla fosse successo.
“ Ho fatto velocissimo.”
Mette in moto.
Ripartiamo.
Io guardo fuori dal finestrino.
Le luci scorrono, una dopo l’altra.
E, nella mia testa, resta solo un pensiero, nitido: Gaia non mi sta chiedendo di scegliere lei.
Mi sta chiedendo di togliere tutto il resto.
E la differenza è enorme.
Visto che è tornato Bartolomeo, Gaia torna a sistemarsi, con la testa, tra i due poggiatesta.
È come se nulla fosse successo.
Come se quel momento di prima, in cui siamo rimasti soli, fosse stato cancellato.
Lei torna tra noi due, ma non con noi due.
La sua vicinanza a Bartolomeo è naturale, quasi istintiva. Sta lì, a pochi centimetri, come se quella distanza non esistesse. Io la percepisco in modo diverso: sento un odore sgradevole addosso a lui, un odore forte, normale dopo ore in discoteca, ma Gaia sembra non farci caso. O forse le piace proprio quella concretezza, quella fisicità adulta, vissuta.
Io invece resto rigido, composto, nonostante mi faccia praticamente sentire il terzo incomodo.
La mia compagna di università si gira verso di me:” Vuoi che domani mattina facciamo colazione assieme; Francesco? “
La proposta arriva leggera.
Troppo leggera, dopo tutto quello che è successo.
Rifiuto subito:” No, domani voglio dormire. E poi hai detto, che non si possono fare uscite, al di fuori del gruppo.”
Uso le sue stesse regole.
Le riporto indietro.
Bartolomeo interviene immediatamente:” Francesco; però sei pesante. Una gran figa ti invita a fare colazione, e tu le dici di no? Scusa se te lo dico, ma sei proprio un pirla.”
Il suo tono è diretto, quasi divertito, ma sotto c’è un giudizio.
Io non reagisco frontalmente.
Scelgo l’ironia.
“ Se rinasco, invece di iscrivermi al università, voglio diventare un poliziotto.”
Gaia si avvicina ancora di più.
Sento le sue dita tra i capelli.
“ E come mai? “
Sorride, mentre lo fa.
È un gesto intimo, ma leggero.
Troppo leggero.
“ Perché ho visto, che beccano.”
La mia compagna di università scoppia a ridere.
Continua a spettinarmi, insistendo un po’, come se volesse restare in questo gesto, più del necessario.
“ Mi piacciono anche gli universitari, stai tranquillo.”
La guardo appena.
“ Lo so.”
Ma dentro, so che non è vero.
O meglio,:so che le piacciono, sì.
Ma non tutti, allo stesso modo.
Bartolomeo interviene ancora:” Francesco; se avessi la tua età, non smetterei, nemmeno per un secondo, di parlare con Gaia. Anche lei ti ha fatto notare questa cosa, e mi pare che tu non abbia capito nulla. Se una ragazza ti fa notare una cosa, fanne tesoro. Te lo do come consiglio.”
Una via di mezzo tra una provocazione ed un insegnamento, che non tiene conto di una cosa fondamentale: non è una questione di capire, è una questione di reggere.
“ Lo so, ma ho sonno.”
È una risposta semplice, quasi banale, ma è anche un modo per chiudere.
L’uomo insiste:” Francesco; ma hai vent'anni.”
Guardo fuori dal finestrino.
Non rispondo.
Perché non è una questione di età.
È una questione di stanchezza, ma non fisica.
Arriviamo sotto casa.
La macchina si ferma.
Per un attimo, nessuno parla.
Poi Gaia:” Francesco; vieni anche tu, dai. Mi farebbe molto piacere.”
La sua voce è più bassa, adesso.
Meno giocosa, più personale, ma io non mi muovo.
Scuoto la testa.
“ No, grazie. Comunque apprezzo il tuo interesse.”
Silenzio.
Gaia e Bartolomeo si guardano di nuovo.
Sempre così, sempre quel passaggio invisibile tra loro.
E io capisco subito, cosa hanno capito loro.
Per questo aggiungo:” Intendevo dire il tuo interesse, come amica.”
La frase cade lì.
Netta, definitiva.
È una correzione, ma anche una protezione.
Se non lo specifico io, lo farà la realtà, più avanti.
E farà molto più male.
Gaia resta in silenzio, senza ridere.
Sembra quasi in una fase di riflessione.
Infatti, dopo una trentina di secondi, riprende a parlare:” Va bene. Prima che vai, facciamo un piccolo esperimento. Mi sembra una soluzione equa."
La guardo, rimanendo in silenzio.
Non mi fido.
Non della situazione, ma di quello che può smuovere dentro di me.
Senza aggiungere altro, Gaia si sposta.
Il movimento è lento, studiato, quasi naturale, ma troppo preciso, per esserlo davvero.
La vedo passare dal sedile posteriore, avvicinarsi, e poi fermarsi sopra di me, senza alcun contatto.
Durante il suo passaggio, i miei occhi si sono fiondati sulle sue curve.
Ed anche quelli di Bartolomeo.
Entrambi non abbiamo né allungato le mani,ne tentato ammiccamenti. In poche parole, non ci siamo comportati come Nicolas.
Oltre ad avere ammirato il corpo della mia compagna di università, il mio sguardo e quello del poliziotto si sono inevitabilmente incrociati.
Entrambi siamo consapevoli, che l’altro l’ha osservata in ogni dettaglio.
Gaia si lascia andare, e si siede su di me. La sua figa rimane comunque al altezza delle mie ginocchia, ben distante dal mio cazzo.
Bartolomeo rimane seduto accanto a noi, e apre il discorso:" Gaia; sia io che Francesco, ti abbiamo osservata, centimetro per centimetro."
La frase cade nel abitacolo con una leggerezza studiata, quasi provocatoria.
Gaia reagisce immediatamente.
La testa va al indietro, la risata esplode spontanea, libera; come se questa situazione fosse esattamente il tipo di scena, in cui si sente a suo agio.
" Ci sono due maialini,in macchina, con me."
Bartolomeo ride con lei, complice.
Io no.
Io resto immobile.
Non è solo una questione di carattere.
È che per loro è un gioco, per me no.
Per loro è superficie, per me è significato.
E questa differenza inizia a pesare.
" Francesco ha l’aria seria."
La battuta di Bartolomeo è leggera, ma mi colpisce più del dovuto.
Perché è vera.
Sono serio.
Troppo serio, per questa situazione.
La frase viene apprezzata anche dalla mia compagna di università, che torna a ridere.
Poi si piega leggermente in avanti, avvicinandosi ancora.
Il suo sguardo cerca il mio.
" Francesco; non devi temere nulla. Devi essere a tuo agio."
Le sue parole sono morbide, quasi rassicuranti.
Eppure ottengono l’effetto opposto.
Perché più lei prova a rendere tutto semplice, più io sento che, per me, semplice non lo è.
" Me lo fai un sorriso? "
Resto qualche secondo in silenzio.
Poi provo.
Un piccolo sorriso, accennato, fragile.
Non nasce da dentro.
È uno sforzo.
Lei però lo accoglie, senza giudicarlo.
Le sue dita si infilano tra i miei capelli, in un gesto lento, naturale.
" Bravo, Francesco."
Quel bravo ha qualcosa di strano.
Non è solo incoraggiamento, è quasi una gestione.
Come se sapesse esattamente quali corde toccare, per tenermi dentro questa situazione.
Ed io questo lo percepisco.
Ed è proprio questo, che mi destabilizza di più.
Accanto alla provocazione, c’è la dolcezza.
Ed io non riesco più a capire dove finisca una, e inizi l’altra.
Abbasso lo sguardo per un attimo, poi lo rialzo su di lei.
La guardo davvero.
Non solo il corpo, non solo la presenza.
Lei.
E dentro di me si forma un pensiero chiaro, quasi freddo: lei sta giocando,
io mi sto esponendo.
Ed è uno squilibrio, che continua a farmi male.
Una piccola pausa, per ricambiare il sorriso, e poi riprende a parlare:" Allora Francesco; ti spiego. Quando prima ho parlato con Bartolomeo, e non ho voluto che tu sentissi, gli ho chiesto di recuperare un paio di manette. Quando è sceso, fingendo di prendere le sigarette; gliele ha date un suo collega. "
La guardo, rimanendo sorpreso da questa cosa.
Non tanto per le manette in sé, ma per quello che rappresentano.
Pensavo che fosse finita lì.
Una provocazione buttata, lasciata cadere nel vuoto.
E invece no.
Gaia non lascia mai davvero le cose a metà.
Le riprende, le porta fino in fondo,soprattutto quando capisce che, dal altra parte, c’è qualcuno che reagisce.
E io reagisco.
Sempre. O quasi.
Questo non e’ uno di quei momenti.
Meglio rimanere in silenzio.
Non perché non sappia cosa dire, ma perché, in fondo, non voglio interrompere questo momento.
Mi piace che sia qui.
Mi piace averla così vicina.
E allo stesso tempo, mi fa paura, perché sento di non avere il controllo.
" Ora ti chiedo, posso metterti le manette? "
La domanda arriva diretta, senza ironia, senza risata.
La guardo negli occhi.
Cerco un segnale, un'indicazione.
Qualcosa che mi dica, se è solo un gioco, o se c’è altro.
Non trovo niente di definito.
Solo quella sua solita ambiguità.
Quella capacità di stare sempre in bilico, tra leggerezza e profondità.
Non rispondo.
Porto semplicemente le mani davanti a lei.
È un gesto che parla, più di qualsiasi parola.
È resa, ma anche fiducia.
È debolezza, ma anche scelta.
Sento Bartolomeo muoversi, accanto a noi.
Il rumore metallico è breve, secco.
Poi le mani di Gaia, sui miei polsi.
Il suo tocco è leggero.
Troppo leggero, per quello che sta facendo.
Ed è di nuovo questo contrasto, che mi destabilizza.
Chiude le manette.
Un click netto, irreversibile.
Abbasso lo sguardo per un attimo, osservando i miei polsi uniti.
Non è dolore fisico, è simbolico.
È la sensazione di essermi messo, volontariamente, in una posizione di inferiorità.
Alzo gli occhi su di lei.
" Ti fanno male ; Francesco? "
Scuoto la testa.
Non posso dire, che mi facciano male.
Non sarebbe vero.
Ma quello che provo,non ha nulla a che fare con il dolore.
È qualcosa di più sottile, di più profondo.
Gaia riprende a parlare, con naturalezza:" A casa di uno dei due ragazzi, tu staresti così. Tutto qui. "
Rimango in silenzio.
La frase è semplice, lineare.
Nonostante ciò, dentro di me ha un effetto devastante, perché non è una proposta.
È una rappresentazione.
Mi sta mostrando, senza filtri, quale sarebbe il mio ruolo.
Non parte della scena, non protagonista, nemmeno comprimario.
Solo presenza.
Controllata, limitata, esclusa.
La guardo più attentamente.
Cerco di capire, se si rende conto davvero, di quello che mi sta dicendo.
Se capisce cosa significa per me.
Ma lei appare tranquilla, quasi serena, come se fosse tutto normale.
E forse, per lei, lo è davvero.
Ed è proprio questo, che crea la distanza tra noi.
Lei vive il momento, io ne subisco il significato.
La guardo con attenzione, ma senza intervenire.
Intanto riprende a parlare:" Le manette servono perché, se mi spoglio, tu non potrai avvicinarti.Sei già molto vicino a me, ma le tue mani non potranno neppure sfiorarmi."
Quelle parole mi arrivano addosso con una chiarezza brutale.
Non c’è cattiveria nel tono di Gaia.
Ed è proprio questo che le rende più pesanti.
È naturale per lei.
Semplice.
Per me no.
" E Bartolomeo? "
La domanda mi esce quasi d’istinto.
Sia per gelosia, sia per bisogno di definire i confini.
Gaia non esita:" Francesco; fai finta, che ci siamo solamente io e te."
Sorrido appena, ma è un sorriso vuoto.
" Ma non è così."
La mia compagna di università resta ferma, mi guarda, e risponde con lucidità:” Neanche a casa di uno dei due ragazzi, saremmo solamente io e te. È questo, che voglio farti capire."
Questa cosa era già perfettamente chiara dentro di me, dunque le parole di Gaia non fanno nuovi danni.
" Infatti non voglio venire."
La mia risposta è piatta, ma definitiva.
Gaia non si scompone.
Le sue dita tornano tra i miei capelli, come se questo gesto potesse riequilibrare tutto.
" Volevi che ti regalassi i cinque minuti più belli della tua vita, e lo farò."
Chiudo gli occhi per un attimo.
Cinque minuti.
Ridurre tutto a quello,mi fa quasi sorridere.
" Come ho già detto a lui, io valgo molto di più, di cinque minuti."
Quando riapro gli occhi, la guardo dritta.
Questa volta, senza esitazioni.
Lei inclina leggermente la testa, incuriosita.
" Sette minuti? "
La battuta arriva leggera, ma io non rido.
" D' accordo; vengo, ma porto via Serena."
Il silenzio dura mezzo secondo.
Poi scoppiano a ridere entrambi.
Gaia si lascia andare al indietro, divertita.
" Sono curiosa, dimmi."
La guardo.
E, per una volta, non mi sento in difetto.
" Andiamo, lo vedrai. Non sono per tante parole. Mi stai veramente sfidando; Gaia? "
Il mio tono cambia.
È più fermo, più stabile.
Lei lo percepisce subito.
La risata si spegne.
Un rapido sguardo a Bartolomeo.
Complicità.
Ancora.
Ed è proprio questo, che non riesco più a sopportare.
" Gaia, scusami; puoi anche bendarmi? Non riesco più a sopportare, che vi continuate a guardare, tu e lui. O mi lasciate andare a dormire, o bendatemi; vi prego."
C’ è rabbia, ma soprattutto stanchezza.
Gaia, quasi automaticamente, torna a guardarlo.
" Ancora? "
Questa volta il mio tono è secco.
Lei si gira verso di me, infastidita.
Bartolomeo interviene subito:" Francesco, scusami; ma non sta facendo nulla di male. Mi sembri un ragazzo sveglio. Non puoi lasciarti impressionare da queste cose."
Lo ascolto.
Ha ragione, in teoria.
" Fino ad un certo punto. Se è seduta su di me, guarda me; altrimenti si siede su di te."
La frase esce pulita, diretta.
La mia compagna di università resta spiazzata.
Non se l’aspettava.
" Se vuoi sederti su di lui, fai pure. Puoi lasciarmi qui, con le manette. Devo segarmi? Basta che me lo dici, e lo faccio."
La vedo arrossire.
Non per imbarazzo, per rabbia.
Ma non si muove.
Bartolomeo alza leggermente il tono:" Basta Francesco; non esagerare. Glielo hai detto, e l'ha capito."
Lo guardo.
E scelgo di fermarmi.
" Ok, va bene. Incidente chiarito."
Il silenzio, che segue, è pesante.
Non più giocoso, non più leggero.
Dopo una decina di secondi, è Bartolomeo a riprendere il filo:" Scusa Gaia; se mi intrometto, nel vostro discorso di prima. Francesco; anche se tu riuscissi a portare via Serena, cosa risolveresti? Di Serena non te ne frega nulla."
Lo guardo.
" Se è proprio così di basso livello, perché esce con voi? "
Lui non si scompone.
" Stiamo parlando di te, non di noi."
Gaia interviene subito, quasi per chiudere il cerchio:" Ci penso io; Bartolomeo."
Fa una pausa, poi torna su di me.
" Serena non verrà mai via con te."
Annuisco leggermente.
" Lo so anche io, dopo che mi ha detto no, sul invito a ballare."
Lei mi fissa.
" E allora perché vuoi umiliarti? "
Sorrido appena.
Amaro.
" Perché in fondo, sono un sottomesso, uno a cui piace essere umiliato."
Bartolomeo ridacchia.
Io no, perché per me non è una battuta.
" Francesco; io la vedo una cosa molto stupida. Gaia la conosce bene. Se ti dice che non verrebbe mai via con te, perché vorresti tentare ugualmente? "
Respiro.
Poi rispondo: " Come hai detto prima in discoteca, c'è chi può, e chi non può. Io non posso con Gaia, però voglio togliermi il dubbio con Serena."
Bartolomeo inclina la testa.
" Forse anche Serena è troppo per te."
Accetto anche questo.
" Può essere. Se devo accontentarmi, ammetto che, la prima volta, ho avuto un'ottima impressione di lei. Se uscisse solamente con me, forse cambierebbe caratterialmente."
Gaia interviene subito, più seria:" Un attimo, Francesco. Tu pensi di riuscire addirittura, a recidere l'amicizia tra me e Serena? "
Scuoto la testa.
" Io non penso niente. Tu mi hai chiesto di conoscere Serena, e vedere come va. Se stasera le permetto di spogliarsi davanti ai poliziotti, la mia conoscenza con lei è finita, in partenza. Dunque devo almeno provarci a convincerla, a tirarsi indietro. La metterò di fronte a una scelta."
Gaia resta in silenzio per un attimo.
Poi:" Francesco; uno spogliarello non preclude nulla, proprio perché rimane solamente uno spogliarello."
La guardo, questa volta con più calma.
" Nella teoria sì, ma nella pratica no. Se Serena si spoglia davanti ai poliziotti, è perché sarà intrigata, e domani non si ricorderà neanche chi sono."
Gaia ribatte subito:" Allora la stessa cosa dovrebbe valere per me."
Non abbasso lo sguardo.
" Gaia; potrebbe valere anche per te. Dopo uno spogliarello, tutto potrebbe cambiare. Non solamente da parte mia, ma anche da parte tua."
Silenzio.
Questa volta nessuno ride.
Ho la sensazione che, in questo momento, nessuno abbia il controllo della situazione.
Gaia mi fissa con un sorriso sottile, uno di quei sorrisi che sembrano leggeri, ma nascondono una sfida precisa.
“ Dunque secondo te, Francesco; domani io non uscirei con te e con i tuoi amici? “
La sua voce è calma, quasi divertita, ma sotto quella calma; sente il bisogno di ottenere una conferma, o forse di mettere alla prova la presa, che ha ancora su di me.
La guardo e rispondo, senza alzare il tono:” Potresti preferire uscire con Bartolomeo e i suoi amici.”
Non è una provocazione. È semplicemente il pensiero che mi attraversa, nudo e diretto. Dopo tutto quello che è successo, l’idea che lei possa scegliere la compagnia di Bartolomeo, mi appare perfino naturale.
Mi volto verso di lui.
“ Ho detto qualcosa di sbagliato? “
Bartolomeo si prende un momento prima di rispondere, come se volesse mantenere l’equilibrio della situazione.
“ Teoricamente no, però se Gaia vi ha detto che esce con voi, uscirà con voi. Al limite, con noi, uscirà di sera. In questo modo, Gaia accontenterà tutti.”
La sua risposta è razionale, quasi diplomatica. Cerca di trasformare una questione emotiva, in una questione organizzativa; come se bastasse dividere il tempo, per evitare i conflitti.
Ma io non sto parlando di orari, né di programmi. Sto parlando di priorità, di desideri, di scelte.
Scuoto appena la testa.
“ Non lo so, sono cose imprevedibili. Fino ad oggi, non avrei mai pensato, che Valentina sarebbe riuscita a farmi tirare il cazzo.”
Appena pronuncio questa frase, sento che qualcosa cambia.
Gaia mi guarda con un sorriso diverso, meno morbido, più tagliente.
“ Serena è una bella ragazza, Valentina no.”
La sua risposta arriva secca, istintiva.
Non è gelosia. Il sentirsi dire, che un’altra ragazza ha acceso qualcosa in me, incrina la sua posizione di superiorità.
Io resto calmo.
“ Bella o brutta, è riuscita a svegliare il mio cazzo.”
La mia risposta sposta il discorso dal piano estetico, a quello emotivo.
Le sto dicendo, che non conta l’apparenza: conta ciò che una persona riesce a muovere, dentro di me.
Per Gaia, però, questo è un terreno pericoloso.
Se davvero qualcun’altra può destare il mio interesse, allora il suo potere non è assoluto.
Lo percepisce anche Bartolomeo.
Lo vedo intervenire subito, quasi per arginare quella crepa, che si è aperta.
“ Francesco; non puoi puntare a Gaia e Serena, ma sicuramente a ragazze più belle di Valentina.”
Sta cercando di rassicurare Gaia, di rimettere ordine nella gerarchia implicita, che si era creata: Gaia e Serena in alto, Valentina più in basso.
Ma quella frase ottiene l’effetto opposto, perché Gaia lo interrompe immediatamente.
“ Bartolomeo, fermati.”
Il tono cambia.
Non è più giocoso.
È deciso, quasi imperioso.
Non vuole che sia lui, a definire la situazione.
Vuole essere lei, a farlo.
Poi torna a guardarmi.
Nei suoi occhi adesso non c’è solo ironia.
C’è sfida.
“ Ora vediamo, se non riuscirò a destare il tuo interesse; Francesco.”
La frase resta fluttuante nel aria, come una dichiarazione di guerra.
Non sta parlando di seduzione, nel senso semplice del termine.
Sta parlando di potere.
Gaia sente che qualcosa, le sta sfuggendo di mano: la mia attenzione, la mia dipendenza emotiva, il ruolo centrale che aveva nel mio mondo interiore.
E la sua reazione è immediata: riconquistare il controllo.
Vuole dimostrare, prima a sé stessa che a me, di poter ancora essere il centro del mio desiderio.
In questo momento capisco che il vero conflitto, non è tra me e lei.
È dentro di lei.
Da una parte c’è la ragazza che vuole sentirsi libera, desiderata da tutti, non vincolata da nessuno.
Dal altra c’è la ragazza che non accetta di perdere il privilegio di essere insostituibile.
Io percepisco tutta questa tensione.
Non mi sento solamente ferito per come è andata la serata, in questa situazione.
Mi sento osservatore.
La sua frase,invece di farmi sentire scelto, mi fa sentire oggetto di una prova.
Non è una confessione, non è un’apertura.
È una dimostrazione di forza.
E proprio in questo momento, mentre Gaia mi guarda, come se volesse riaccendere qualcosa a comando; inizio a vedere la fragilità nascosta dietro la sua sicurezza.
Lei vuole vincere.
Io, invece, comincio a desiderare soltanto di capire, se esiste ancora qualcosa di autentico.
Ed è lì, che la distanza tra noi, diventa più evidente che mai:
Gaia vuole confermare il proprio potere.
Io voglio trovare un significato.
E quando due persone cercano cose così diverse, anche restando vicinissime, in realtà sono già lontane.
Gaia si sposta con il bacino e, questa volta, annulla ogni distanza. La sua figa arriva a stretto contatto con il mio cazzo, nonostante siamo vestiti. Agisce in modo deciso, quasi provocatorio, come se volesse trasformare una tensione emotiva in qualcosa di fisico, immediato, incontestabile.
Io reagisco d’istinto, appoggiando entrambe le mani sulle sue spalle. Non per respingerla con forza, ma per creare un confine, un limite.
“ No, ti ho già detto che io non sono un ragazzo, che vale cinque o sette minuti.”
La mia voce è ferma, ma dentro sento ancora il tremore. Non è rabbia pura, è qualcosa di più complesso: è il tentativo disperato di difendere un’immagine di me stesso, che lei continua a mettere in discussione.
Gaia mi guarda malissimo.
Quello sguardo cambia tutto.
Non c’è più gioco, non c’è più ironia. C’è fastidio, c’è orgoglio ferito, c’è la sensazione di essere stata contraddetta in un territorio, che considera suo.
E reagisce.
La sua mano sale sul mio collo.
Non stringe subito, ma il gesto è chiaro: è una presa di controllo, non un contatto affettuoso. È il modo più diretto che ha, per ristabilire una gerarchia, che sente vacillare.
“ Ti ho già detto che non tu mi devi dire, cosa posso fare e cosa non posso fare.”
Le sue parole sono taglienti. Non sta solo rispondendo alla mia frase: sta difendendo la sua libertà, ma soprattutto il suo potere nella dinamica tra noi.
In questo momento, Gaia non tollera limiti.
E io lo capisco.
Per lei, il mio rifiuto non è solo un rifiuto fisico: è una perdita di controllo.
Bartolomeo interviene subito, percependo il cambio di clima.
Appoggia una mano sul braccio teso di Gaia.
“ Calma, Gaia.”
Ma non riesce neanche a finire la frase.
Gaia si gira verso di lui con uno sguardo ancora più duro, di quello che aveva rivolto a me. È uno sguardo che non accetta interferenze, che rifiuta qualsiasi tentativo di mediazione.
Poi abbassa gli occhi.
Fissa la mano di Bartolomeo, sul suo braccio.
È un gesto silenzioso, ma chiarissimo.
Sta dicendo:” Non toccarmi.”
Bartolomeo capisce immediatamente.
Ritira la mano, senza aggiungere altro.
In questa micro dinamica si legge tutto: anche lui, che fino a questo momento sembrava avere una certa autorità nella situazione, riconosce il limite. Con Gaia, il controllo è suo, e quando decide di non voler essere fermata, nessuno può farlo davvero.
Intanto io faccio fatica a respirare.
La pressione sul collo non è eccessivamente violenta, ma è sufficiente a farmi sentire vulnerabile, esposto. Eppure resto fermo.
Non reagisco.
Non perché non potrei, ma perché scelgo di non farlo.
Dentro di me c’è una contraddizione fortissima: da una parte il disagio, dal altra una sorta di accettazione passiva, quasi come se questa situazione fosse la naturale conseguenza del ruolo, che ho accettato fino a questo momento.
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