tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 59 )
21.04.2026 |
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"" E non l'hai fatto, perché hai paura che Oceano ti mangi? "
La butta sullo scherzo, ma centra il punto..."
Improvvisamente sento un colpo di clacson. Mi giro. È Valentina.Il suono rompe tutto.
Non solo il silenzio, ma anche l’equilibrio fragile, che si era creato tra me e Gaia. Come se qualcuno avesse deciso, che quella scena non poteva finire così.
Valentina apre la portiera con un gesto secco, scende e si avvicina. Ha il passo veloce, deciso, quasi nervoso. Non guarda me. Va dritta su Gaia.
“ Ma non ti basta tutto il male, che gli hai già fatto stasera? Perché lo devi ancora tormentare? “
La sua voce è carica. Non è solamente rabbia pura, è anche qualcosa di più personale. Difesa. Coinvolgimento.
Gaia non si scompone, non arretra, non si giustifica davvero.
Risponde con lucidità, quasi fredda:“ Guarda che la colpa è solamente tua. I nostri amici ci hanno chiesto della serata. Io e Serena abbiamo raccontato quanto successo,anche il tuo inginocchiarti sul tavolino. Così ci hanno chiesto di fare uno spogliarello dopo la discoteca, e noi abbiamo risposto che ci avremmo pensato. Ho visto Francesco, che stava andando a casa; e così ho provato a coinvolgerlo. Dimmi dove avrei sbagliato.”
Non alza la voce.
Non ne ha bisogno.
Gaia non attacca mai frontalmente.
Ristruttura la realtà.
La rende logica, inevitabile.
Valentina stringe la mascella.
“Sai che è innamorato di te, e gli proponi una cosa simile? “
Questa volta il colpo arriva.
Non a Gaia.
A me.
La parola innamorato resta fluttuante nel aria. Pesante. Nuda.
Gaia si avvicina a Valentina.
C’è una distanza minima tra loro. Una tensione sottile.
Poi, con la mano chiusa, le dà un colpetto sulla testa. Senza forza. Quasi ironico, ma carico di superiorità.
“ Spogliarello uguale guardare e non toccare. Cosa non ti è chiaro? Io non sono come te, che ti sei fatta palpare; e Nicolas ha strusciato il suo pisello dappertutto, su di te.»
È una stoccata precisa.
Oltre che volgare,chirurgica.
Gaia non difende se stessa.
Sminuisce l’altra.
Valentina si gira verso di me.
Per la prima volta, da quando è scesa, mi guarda davvero.
Cerca una smentita.
O forse un alleato.
Io la guardo.
E confermo:“ È la verità.”
La mia voce è piatta.
Non difendo Gaia, non attacco Valentina.
Mi limito a non mentire.
E questo, paradossalmente, è ciò che fa più male.
Valentina abbassa leggermente lo sguardo, poi torna su di me:” E cosa vuoi fare; Francesco? “
Questa è una domanda vera.
Non è strategia, è preoccupazione.
Ed io non ho bisogno di pensarci.
“ Solamente andare a dormire.”
È una resa?
Forse.
Ma è anche l’unica cosa autentica, che mi è rimasta.
Valentina annuisce appena, poi fa un passo verso la macchina:” Ti porto a casa io. Sali; Francesco.”
È un’offerta semplice, pulita, senza giochi.
Proprio per questo motivo, non può funzionare.
Gaia si muove subito.
Si mette in mezzo, fisicamente.
“ Tu non porti a casa nessuno. Lo portiamo a casa, noi.”
Non è una richiesta, è una presa di posizione.
Ancora una volta, Gaia non alza la voce, ma occupa lo spazio.
Decide.
Valentina mi guarda di nuovo.
Questa volta c’è qualcosa di diverso nei suoi occhi.
Non solo rabbia.
C’è una domanda silenziosa:” Da che parte stai? “
Io abbasso lo sguardo.
“ Vale; torno a piedi.”
Non è una scelta logica, è una scelta emotiva.
Non voglio essere salvato.
Non da lei.
Gaia interviene nuovamente:” Non se ne parla neppure. Ti portiamo io e Bartolomeo.”
Valentina mi guarda ancora.
Io non reggo quello sguardo.
Lo evito.
È lì che le sto rispondendo davvero, non con le parole.
Ma con il silenzio.
Lei capisce.
E questo è il punto più doloroso.
Perché quando qualcuno capisce, senza che tu parli; significa che non c’è più niente da spiegare.
Valentina non dice altro.
Si gira, risale in macchina e chiude la portiera.
Il motore si accende.
Le luci illuminano per un attimo la strada.
Poi se ne va.
Ed io resto lì.
Io seguo Bartolomeo e Gaia, fino alla macchina, lì vicino.
Cammino qualche passo dietro di loro. Non perché non riesca a stargli affianco, ma perché, ormai, il mio posto è questo: un passo indietro. Sempre.
Arrivati alla macchina, mi fermo un attimo.
“ Salgo dietro o davanti? “
È una domanda semplice. Ma dentro ha un peso: scegliere dove stare,significa anche scegliere che ruolo avere.
Gaia risponde subito, senza pensarci:” Vieni dietro con me.”
Lo dice con naturalezza, quasi fosse la cosa più ovvia del mondo.
Scuoto la testa.
“ No, resto davanti con lui. Non è un autista.”
La mia risposta è calma, ma dentro è una presa di posizione.
Per un attimo cala il silenzio.
Gaia e Bartolomeo si guardano.
Sempre così.
Sempre quello scambio silenzioso, che mi esclude.
Come se tra loro ci fosse un livello di comunicazione, che io non posso raggiungere.
Improvvisamente mi rendo conto, di aver fatto forse una gaffe:” Forse vuoi sederti tu davanti; Gaia? ”
Ancora una volta uno scambio di sguardi. Questa loro sintonia mentale mi sta sempre più destabilizzando.
La risposta di Gaia arriva comunque veloce:” Non ti preoccupare; Francesco. Va bene, che ti siedi davanti.”
Apro la portiera e mi siedo davanti.
Appoggio le mani sulle gambe, cercando una posizione stabile. Una qualsiasi.
Mi accorgo che Gaia non sale.
“ Un attimo, Francesco; devo dire una cosa a Bartolomeo, ma tu non puoi sentire.”
Non posso sentire.
Non posso.
Annuisco appena.
“ Non ti preoccupare; se volete, scendo dalla macchina e parlate. Oppure vado direttamente a piedi.”
È una proposta sincera. Non voglio stare qui, a fare la comparsa.
“ No, aspettaci due minuti.”
Resto seduto.
Guardo davanti a me.
Non cerco di ascoltare.
Non voglio, perché so già che qualunque cosa si dicano, non mi riguarda davvero.
E questo è il punto.
Dopo poco salgono in macchina.
Gaia si sistema dietro e si sporge leggermente in avanti, sorridendomi:” Fatto. Non ti abbiamo fatto aspettare troppo, vero? “
Quel sorriso è leggero, quasi affettuoso, ma arriva dopo un esclusione.
“ No, siete già gentili a darmi un passaggio.”
Rispondo educatamente, in modo automatico.
Bartolomeo mi guarda di lato, mentre accende la macchina.
“ Però, sto iniziando a ricredermi su di te. Sicuramente non sei pericoloso, forse solamente un po’ un rompipalle.”
Il tono è a metà, tra il serio e il provocatorio.
Gaia scoppia a ridere:” Solamente un po’, non tantissimo.”
Sorrido appena.
Non so cosa dire.
Non voglio neanche entrare nel loro discorso, seppure riguardi me.
Gaia si sporge ancora di più in avanti. Alza la mano e, con due dita, indica una misura piccola:” Così? “
Poi le allarga leggermente:
“ Oppure così? “
E ancora di più:
“ O addirittura così? “
Sta giocando.
Sta provocando.
Sta cercando attenzione, e non sicuramente da me.
Bartolomeo interviene subito:” Gaia, ma parli di quanto è rompi Francesco,oppure delle dimensioni dei birilli dei miei colleghi? “
Gaia esplode in una risata.
Si lascia andare al indietro con la schiena, ride senza controllo, esagerando il movimento.
È una risata che vuole essere vista, sentita, apprezzata.
Io resto fermo.
Non rido.
Non posso.
In questo momento vedo chiaramente qualcosa, che prima intuivo soltanto: Gaia cambia. Si adatta. Amplifica certe parti di sé, a seconda di chi ha davanti.
E adesso, non sta recitando per me.
Dopo qualche secondo, Gaia si accorge del mio silenzio.
La risata si spegne gradualmente.
Mi guarda, perplessa.
Non capisce.
O forse, non si aspettava che io non reagissi.
Come sempre, si gira verso Bartolomeo.
È quasi un riflesso.
Bartolomeo interviene subito:” Francesco; ti ho fatto un complimento, un minuto fa. Non farmene pentire. Sei uno giusto o no? “
Mi volto leggermente verso di lui.
“ Certo che sì.”
La risposta esce automatica.
“ Allora non puoi prendertela per queste stupidaggini. Sei già uscito in compagnia? Sai che si fanno queste battute? “
Annuisco leggermente.
Poi rispondo con una punta di ironia, che nasconde molto di più:“ Guarda; sono abituato già a quelle, che fanno quelli con cui esco. Specifico, con cui uscivo.”
C’è una pausa.
Gaia riprende a ridere.
Ancora.
Si lascia andare di nuovo con la schiena, esagerando il movimento.
Stavolta io non la guardo neanche, perché adesso è chiaro.
Non è una risata spontanea, è una richiesta.
Sta cercando lo sguardo di Bartolomeo.
La sua approvazione.
La sua attenzione.
E in questo momento, capisco una cosa, che fa più male di tutto il resto.
Non è che Gaia mi abbia escluso.
È che con me, non ha bisogno di esibirsi.
E questo, invece di essere un privilegio, lo sento come una condanna.
Gaia si avvicina con il viso a noi, al altezza dei nostri sedili.
La vedo arrivare dal riflesso del parabrezza, prima ancora che con gli occhi. Poi la sua testa compare davvero, tra i due poggiatesta, sospesa tra me e Bartolomeo.
È vicina. Troppo vicina.
“ Francesco; ma uscendo noi con i tuoi amici, tu automaticamente uscirai con loro. Ne sei consapevole, vero? “
La sua voce è calma, quasi didattica. Non è una domanda: è una constatazione, travestita da dialogo.
La guardo.
“ Sì, quello sì. Ma non c’è più il rapporto di prima, con loro.”
Mentre lo dico, mi rendo conto che non sto parlando solo di loro.
Sto parlando di tutto.
Di come le cose cambiano, senza chiederti il permesso.
Sembra quasi che io sia a mio agio con loro due.
Bartolomeo, intanto, mi osserva per un attimo. Poi rompe la scena:” Scusate, ho finito le sigarette. Scendo un attimo a prenderle.”
Apre la portiera ed esce.
Il rumore della strada entra per un istante nel abitacolo, poi si richiude tutto.
Silenzio.
Adesso siamo soli.
E questa solitudine improvvisa, pesa più di qualsiasi presenza.
Torniamo a Roberto.
Ovviamente non posso recuperare le chiavi. O aspetto che Lavinia rinsavisca, oppure devo abbandonare la macchina qui.
Resto fermo a guardarla, mentre dentro di me si accavallano pensieri contrastanti. Nessuna delle due opzioni mi sembra davvero percorribile. Aspettare significa restare bloccato nella sua dinamica, abbandonare la macchina significa rischiare la sua punizione che, in questo caso, ha un solo nome: Oceano.
Provo a fare ragionare la mia compagna di banco:” Lavinia, scusami; ho sbagliato a reagire in quel modo. Ora mi restituisci le chiavi della macchina? "
Ho usato un tono calmo, quasi conciliante. Non è stata solo una richiesta: è stato un tentativo di riportare la situazione, su un piano più normale.
La mia compagna di banco però scuote la testa.
" No, Roberto; se vuoi, le prendi tu, da solo."
La risposta è netta. Non c’è apertura.
Sta trasformando tutto, in una prova.
Ammetto:” Lavinia; non ho idea, di come potrei fare."
In questa frase, c’è tutta la mia difficoltà. Non è solo pratica: è soprattutto psicologica. Non so come muovermi, senza sbagliare.
" Sforzati, non bisogna essere dei geni, per saper fare una cosa simile."
Il suo tono ha una punta di provocazione. Non mi sta aiutando davvero, mi sta spingendo.
Resto in silenzio, per un attimo.
Ho paura di dire qualcosa di sbagliato, di innescare una sua reazione imprevedibile. È come camminare su un terreno instabile.
" Vediamo; provo a darti qualche indizio. Secondo te, Bruno come farebbe? Visto che è il tuo eroe."
Questa frase mi colpisce.
Non tanto per il contenuto, ma per quello che implica: mi sta mettendo a confronto con la leggenda della scuola. Come posso ragionare come lui, se io sono lo sfigato della scuola?
Aspetto qualche secondo, cercando di pesare ogni parola.
" Un metodo potrebbe essere quello di allargare leggermente la tua maglietta, e chiederti di muovere un po’ le tue tette, per far cadere le chiavi."
Parlo con cautela, cercando una soluzione che resti neutra, che non invada.
Lavinia mi guarda, con un’ espressione indecifrabile.
Forse non sono stato abbastanza chiaro, e così aggiungo:” Le tue tette sono molto grosse, sono come degli scaffali. Ecco perché le chiavi restano incastrate lì.”
La mia compagna di banco sospira:" Facciamo così. Tu mi dici tutti i metodi, e poi lo scegliamo."
È come se stesse trasformando tutto in un gioco, ma per me non lo è affatto.
Penso ancora.
" Un’ipotesi assurda sarebbe quella di passare le mani da sotto la maglietta, ma troverebbero un ostacolo."
Mi fermo un attimo, scegliendo le parole.
" Due ostacoli, per la precisione."
Lei mi osserva attentamente.
" Ostacoli insuperabili, già. Non sei uno scalatore provetto."
Il suo tono è ironico, ma anche un modo per farmi capire, che è un no. Quel metodo è riservato ad Oceano.
Ho fatto una pessima figura, e così cerco di rimediare:” Le mie mani dovrebbero essere delle saltatrici provette.”
Lavinia si mette a ridere:" Battuta molto originale; Roberto."
La sua risata arriva leggera, ma per me pesa molto di più. Non è solo ironia: è come uno specchio, che mi rimanda indietro l’immagine, di quello che ho appena detto.
Dentro di me la traduco subito, nel modo peggiore possibile.
Ho fatto la figura del coglione.
E non posso darle torto.
Decido di provare a continuare, anche se mi sento sempre più a disagio.
“ Non potrei recuperare le chiavi, entrando con le mani dalla parte superiore della maglietta, perché rischierei di rompertela. Potrei entrare dal alto, se tu indossassi una maglietta scollata.”
“ Oltre ai reggiseni, c’e’ bisogno della consulenza sulle magliette? ” mi chiede, con aria divertita.
Mi affretto subito a smentire:” No, non volevo dire quello.”
Lavinia ribatte:” Però l'hai detto.”
La sua voce è leggera, ma non lascia scampo. Sta sottolineando qualcosa, che per lei è quasi un dettaglio, e che per me invece pesa.
Dentro di me scatta subito il bisogno di recuperare terreno, di trasformare quella piccola caduta in qualcosa di intelligente, magari anche brillante.
Mi viene un’idea:” Oceano i reggiseni, io le magliette? "
Appena lo dico, mi rendo conto che suona come un tentativo goffo, di ritagliarmi uno spazio. Non è una proposta reale: è una contrattazione emotiva.
La mia compagna di classe esclama subito:" Accontentati di accompagnarmi a scegliere il giubbotto invernale."
Il tono è strano. Sembra una concessione, ma alla fine è un modo per umiliarmi. Come se stesse abbassando volutamente il livello, per vedere fin dove sono disposto a sottomettermi.
Poi riprende, quasi correggendosi.
" Forse il giubbotto è troppo, in fondo. Meglio che ti limiti a consigliarmi i guanti."
Fa una pausa, ci pensa ancora.
" No, anche quelli sono una cosa troppo intima. Facciamo così: mi consigli i colori dei quaderni di scuola."
Sta riducendo sempre di più il mio ruolo, portandolo da qualcosa di vicino a lei, a qualcosa di completamente estraneo. Sotto c’è anche una dinamica precisa: definire i confini.
Io però, invece di reagire, resto dentro il gioco.
" Rosa; sai che è il mio colore preferito."
Rispondo serio. Fin troppo.
Lavinia mi guarda:" Roberto; ma sei serio, o stai scherzando? "
" Sono serissimo."
E lo sono davvero, perché in questo momento non sto più giocando: sto cercando di restare agganciato a lei, in qualunque modo possibile, anche il più banale.
La mia compagna di banco mi osserva, poi scoppia a ridere.
È una risata spontanea, non cattiva, ma comunque destabilizzante, almeno per me.
Subito però si ferma.
" Scusami, ma non ce l'ho fatta. Sei troppo tenero, quando fai così."
Quella parola mi colpisce più di tutto il resto.
Non è un insulto, ma non è nemmeno quello che vorrei essere per lei.
Mi colloca in una posizione precisa: innocua, quasi protetta, ma non nel modo in cui io vorrei.
E questo crea un cortocircuito dentro di me.
Poi torna a giocare con il mio naso, come se nulla fosse.
Improvvisamente mi viene la follia di fare un gesto insulso.
È proprio così che lo percepisco: qualcosa di impulsivo, fuori luogo. Un tentativo maldestro di riequilibrare una dinamica, in cui mi sento sempre un passo indietro.
Allungo una mano verso il naso di Lavinia, ma senza neppure sfiorarlo.
Mi fermo, prima del contatto. È un gesto incompleto, trattenuto. Il mio corpo ha provato ad eseguirlo, ma la testa ha bloccato il tutto, al ultimo istante.
Riporto subito la mano indietro.Troppo rischio, troppa incertezza.
La mia compagna di banco se ne accorge.
" Cosa fai; Roberto? "
La sua domanda è diretta, ma non aggressiva. È più curiosa, che giudicante.
" Niente. Tu continui ad usare il mio naso, come se fosse un antistress; volevo accarezzarti, anche io, il naso."
Le parole escono impacciate. Sto cercando di giustificare qualcosa, che nemmeno io ho capito fino in fondo.
Mi guarda, perplessa.
" E non l'hai fatto, perché hai paura che Oceano ti mangi? "
La butta sullo scherzo, ma centra il punto.
" Sì, soprattutto per quello."
Ammetterlo è liberatorio per me. Lei continua a dimenticarsi sempre della presenza ingombrante di Oceano.
" Dici che ti cucinerebbe in pentola, o al forno? "
Non rispondo.
Il suo tono è ironico, ma io non riesco a starci dentro. Per me non è solo una battuta: è un richiamo continuo ad un limite, ad una presenza che pesa, anche quando non c’è.
Dentro sento una piccola chiusura.
Non sopporto quando mi prende in giro, su questo punto.
Lavinia però se ne accorge e cambia registro.
" Roberto; sto scherzando. Se vuoi accarezzarmi il naso, fai pure. Se ti piace il mio nasino, fai pure."
Mi sta dando il permesso.
Sta togliendo l’ostacolo esterno.
A questo punto il problema non è più Oceano.
Sono io.
Trovo il coraggio, ma invece di fare il gesto, parlo.
" Mi piacciono di più le tue tette."
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